Decostruzione selettiva, cos'è e cosa c'entra l'agricoltura?

Aperto un tavolo tecnico per definire le procedure per il recupero dei rifiuti derivati dalle attività di trasformazione del territorio. Intervista a Stefano Villarini, coordinatore lavori pubblici del Conaf, che ha spiegato cos'è e quali possono essere le ricadute sulla campagna italiana

Matteo Giusti di Matteo Giusti

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Demolizione di un edificio, la decostruzione selettiva propone un approccio volto a recupeare il massimo dei materiali e delle risorse
Fonte foto: Guntah - Wikipedia

E' stato inaugurato nei giorni scorsi un tavolo tecnico sulla decostruzione selettiva, cioè sulle tecniche e le procedure per il recupero e lo smaltimento dei rifiuti derivati dalle attività di trasformazione del territorio, come ad esempio la demolizione di fabbricati o gli scavi e i lavori preparatori per la realizzazione di infrastrutture.

Un tavolo a cui partecipano esperti e rappresentanti dell'Uni, l'ente italiano di normazione che si occupa dell'elaborazione delle norme tecniche volontarie - le cosiddette norme UNI - e della Rete delle professioni tecniche, di cui fanno parte anche gli ordini dei dottori agronomi e dottori forestali.

Per farci spiegare meglio di cosa si tratta, di quale sia il ruolo degli agronomi e quali ricadute possa avere questo approccio sulla campagna e il mondo agricolo italiano, abbiamo intervistato Stefano Villarini, agronomo e consigliere del Conaf, il Consiglio dell'ordine nazionale dei dottori agronomi e forestali, che partecipa al tavolo di lavoro.
 
Stefano Villarini, ci spieghi bene cosa si intende per decostruzione selettiva?
"E' un metodo operativo di riutilizzo di tutti quei materiali che vogliamo quindi definire risorse e non far diventare rifiuti, che possono essere recuperati e recuperabili al termine del ciclo di utilizzo di un manufatto, di un edificio, di una infrastruttura; non si sta inventando nulla si vuole solamente dare valorizzazione ad un processo che fin dall'antichità ha avuto applicazione ma che ora diventa urgente e necessario visto lo stato in cui versa il nostro pianeta e nel contesto locale i nostri territori".

Chi ha organizzato questo tavolo di lavoro e quali sono gli obiettivi?
"Il tavolo è stato promosso dalla Rete delle professioni tecniche, associazione tra gli ordini e collegi di professionisti dell'area tecnica, che ha trovato immediata sponda nell'Uni, ente nazionale di certificazione, con una collaborazione specifica avente l'obiettivo di redigere un testo di riferimento 'prassi' per tutti i soggetti che interverranno in tale settore, dai professionisti alle imprese di costruzione, alle ditte di gestione rifiuti sino agli enti".

Oggi come vengono gestiti i rifiuti di cui stiamo parlando?
"Rifiuti, appunto è la parola a cui dobbiamo dare un significato completamente opposto; perché i materiali che vanno a costituire un edifico o una via di comunicazione debbono a fine ciclo di utilizzazione essere buttati via? Scartati, diventare appunto rifiuto? Lo sappiamo dove vanno a finire? In discariche che semplicemente sono dei contenitori di accumulo che non fanno altro che consumare e deturpare altro territorio, inquinare ed alterare in modo definitivo l'ambiente in cui viviamo. Oggi tutto questo non lo possiamo più sostenere né accettare. Diamo una nuova vita a tutto ciò che può essere riutilizzato".

Stefano Villarini
Stefano Villarini, consigliere nazionale e coordinatore dipartimento Appalti, lavori pubblici e standard prestazionali del Conaf
(Fonte foto: Conaf
)

La figura dell'agronomo, in quanto professionista del territorio, deve avere un ruolo centrale in questo approccio, quale sarà nella pratica?
"Da agronomo e professionista del settore non posso che confermare che svolgiamo un ruolo centrale in questo contesto, da consulenti progettisti a consulenti ambientali sia per il recupero che per il riutilizzo di tali risorse; un ruolo che non è esclusivo in quanto anche altri professionisti svolgono tali attività; noi vogliamo rimarcare la nostra consapevolezza, la nostra conoscenza profonda del territorio, dell'ambiente e delle risorse che stiamo utilizzando; tutti hanno capito oramai che questo modello di sviluppo non è più sostenibile né è più accettabile".

Nell'ottica della decostruzione selettiva rientra anche il riuso dei fabbricati dismessi o addirittura la bonifica e la rinaturalizzazione di siti urbanizzati in disuso?
"Certamente questi tre temi sono quelli che principalmente vengono affrontati negli appuntamenti e confronti, e sono problematiche vere per i grandi centri urbani. Il termine di decostruzione è sinonimo di smontaggio, smantellamento, di demolizione selettiva, ma soprattutto è sinonimo di una filosofia 'progettuale'; cercare di consumare il meno possibile, sia in termini di suolo che in termini di materiali, e qui quindi rientra la riutilizzazione di siti dismessi. Il recupero di aree dismesse in seno ai centri abitati o alle periferie delle grandi città dove è maggiore la richiesta di suolo, oltre a rappresentare un beneficio 'socio-economico' determina un significativo benessere per il nostro ambiente".

La decostruzione selettiva in che modo può riguardare il mondo agricolo e la campagna italiana?
"La decostruzione selettiva sta avendo un forte impatto soprattutto nel mondo delle 'costruzioni' in senso tradizionale; in nazioni come l'Olanda è una vera e propria filosofia, ma rimanendo in Italia abbiamo best practices sin dal 1990 nella provincia autonoma di Bolzano.
La sfida culturale che bisogna affrontare è quella di trasmettere e sensibilizzare in tutti i comparti produttivi, quindi anche quello agricolo, tale paradigma operativo green incentrato appunto sul riutilizzo virtuoso delle risorse.
Deve diventare una filosofia progettuale di usufruibilità dell'ambiente e del territorio e quindi delle risorse dallo stesso ritraibili; nell'immediato in tutti quei contesti di distretti agro industriali dove enormi spazi sono stati occupati per la realizzazione di edifici produttivi oggi dismessi che fare? Lasciarli abbandonati e costruirne dei nuovi? Oppure poter riutilizzare tali spazi? In tutte quelle situazioni di presenza di cave di estrazione o di zone destinate a discariche come recuperare tali siti? Gli utilizzi di scarti del ciclo produttivo per la produzione di energia sono tutti esempi che vanno in questa direzione.

Tutto ciò non è di facile applicazione, non è di immediata comprensione e comporta di certo costi aggiuntivi in un momento alquanto critico e difficile, ma mirate politiche di sostegno e di stimolo, regole certe ed univoche e magari 'bonus' o incentivi affiancati alla fondamentale convinzione di dover modificare il nostro modus operandi, potranno dare impulso a tale metodologia.
Nel settore degli appalti pubblici intanto qualcosa si è già visto con i Criteri ambientali minimi (Cam) sia per gli edifici pubblici che per il verde pubblico e, recentemente, per la viabilità dove viene richiesta la specificazione dei materiali da utilizzare e la redazione del piano di recupero; attendiamo che tutto ciò si sviluppi anche per il settore privato"
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© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: interviste ambiente agronomi risorse naturali

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