Olisticamente basiti – Parte seconda: le repliche

Come prevedibile, polemica chiama polemica, la quale a sua volta ne porta dell’altra ad arricchire la discussione. La legittimità di critica dovrebbe però fare sempre i conti con l’oggettività dei fatti

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

Questo articolo è stato pubblicato oltre 5 anni fa

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Prosegue il dibattito su chimica agraria e sue ipotizzate influenze sul dissesto idrogeologico

Chi esprime perplessità o addirittura critiche sa di esporsi a sua volta a possibili contro-critiche. L’articolo pubblicato sette giorni or sono su Agronotizie, “Olisticamente basiti”, non ha fatto ovviamente eccezione. È stato infatti mosso all’indirizzo di chi scrive l’invito a qualche “lettura aggiuntiva” del report dell’Ipcc, ovvero l’Intergovernative Panel for Climate Change, il gruppo di lavoro internazionale che studia gli andamenti climatici del Pianeta. Evidentemente, le finalità delle argomentazioni riportate nel precedente articolo non sono state ben comprese, forse anche per eccessiva sintesi da parte di chi quel pezzo ha scritto. Quindi può giovare un chiarimento.
 
La citazione di alluvioni passate e di ere glaciali pregresse non intendeva appartenere, come è stato forse frainteso, alla corrente del negazionismo climatico, ovvero quella che sostiene che effetto serra, emissioni di anidride carbonica e innalzamento delle temperature globali siano tutte boiate da ambientalisti. Il trend in crescita delle temperature medie e degli eventi metereologici estremi non è materia di ambientalismo, ma di scienza. Nel senso che è stato provato. È semmai il malvezzo di fare previsioni catastrofiche nel breve periodo a dover essere stigmatizzata, come pure quella di attribuire ogni disgrazia globale alla chimica agraria, un’accusa che quando viene riferita al dissesto idrogeologico pare che di senso ne abbia dal poco al nullo. Ed è proprio contro questi malvezzi che è stato redatto il pezzo “incriminato”.
Non passa infatti giorno senza che qualcuno attribuisca ai “pesticidi” ogni tipo di piaga che affligge colture e territori. La batteriosi degli ulivi? Colpa dei pesticidi. Le alluvioni? Colpa dei pesticidi. Alla nonna si è incarnita un’unghia? Colpa dei pesticidi.
Per tutta risposta, taluni inneggiano al ritorno al passato. Qualcuno facendo circolare sui social network fotografie in cui un agricoltore per arare non usa il trattore, bensì il cavallo. In pratica, un inno alla vita Amish, comunità religiosa nata in Svizzera a metà del millennio scorso e trasferitasi poi negli Stati Uniti a partire dal Settecento. Gli Amish non utilizzano motori termici, né elettricità. Aborrono ogni forma di tecnologia e si spostano su carri tirati da cavalli come cinque secoli fa, ovvero quando la popolazione mondiale era inferiore al miliardo contro i sette che calpestano oggi il Pianeta, facendo ipotizzare a qualche cantante italiano un po’ fantasioso che i terremoti possano essere generati proprio dalle passeggiate dell’Umanità stessa.
Bizzarre teorie sismiche a parte, vagheggiare il ritorno a quegli stili di vita appare comunque poco sensato.
 
Nella critica cui si fa riferimento, si assumono peraltro due tipiche posizioni alquanto discutibili: la prima asseconda l’approccio secondo il quale della Scienza in fondo non ci si può fidare, perché in passato ha già commesso degli errori e quindi la prudenza non è mai troppa. La seconda subisce invece il fascino dell’ignoto, ovvero lascia la porta aperta a teorie suggestive, magari non corroborate oggi, ma che potrebbero essere corroborate domani. Per quanto la prudenza sia sintomo di buon senso, come pure l’apertura mentale verso il nuovo sia sintomo d’intelligenza, a tutto però va posto un limite. Di ciò si è già trattato altrove e alla relativa lettura quindi si rimanda.
 
Quanto poi ai ben noti report dell’Ipcc, al cui ripasso sarei stato un po' ingenuamente invitato, credo sia bene riportare un fatto curioso che dovrebbe far riflettere sulla necessità di un approccio maggiormente razionale ai problemi. Il 23 settembre 2013 comparve su "La Repubblica" un articolo a firma Antonio Cianciullo titolato "Dieci anni per salvare il pianeta”. Il conto alla rovescia sarebbe quindi ormai scattato e all’Umanità resterebbero solo dieci anni per evitare la catastrofe climatica. La fonte di questo allarme era proprio il sopra citato rapporto dell'Ipcc. Senza negare le evidenze dei passati trend climatici, oggettivamente misurati, un sano scetticismo sarebbe però consigliabile quando si parli di previsioni per il futuro, visto che già l'11 febbraio 1989 compariva sempre su "La Repubblica" un altro articolo, a firma Arnaldo d’Amico, dal titolo "Dieci anni per salvare la Terra". Quella volta fu il sesto rapporto del Worldwatch Institute di Washington a lanciare l'allarme, definito nel pezzo "senza dubbio il più drammatico sinora pubblicato".
Sarebbe quindi un po’ deprimente se fra 24 e 48 anni si dovessero leggere altri articoli ove le parole “Terra” e “Pianeta” venissero banalmente sostituite con “Globo” e “Mondo”, lasciando più o meno immutati nella sostanza i contenuti. Perché la prudenza nel sostenere una nuova tesi la si dovrebbe usare sempre, mica solo quando pare funzionale a una precisa ideologia.
Del resto, anche Al Gore, ex-vicepresidente degli Usa e oggi fervente ambientalista, affermava su basi “autorevoli” che entro il 2013 sarebbero scomparse le calotte artiche, salvo poi dover convenire che non solo non erano affatto sparite, ma rispetto al 2012 queste erano aumentate addirittura del 50%, grazie a un inverno più lungo e rigido rispetto alle attese e una primavera-estate abbastanza "fresca". Peraltro, gli allarmi pressanti degli ultimi anni pare non abbiano stimolato reazioni di tipo costruttivo, facendo al contrario proliferare movimenti anti-tutto proprio in materia di quelle fonti energetiche che più potrebbero contrastare i cambiamenti climatici. Una schizofrenia ideologica preoccupante che rischia solo di rallentare i tempi di reazione al problema.
 
Forse, sarebbe quindi bene che i sempiterni cultori dell’imminente catastrofe rinunciassero a cercare l’attenzione dell’Umanità dicendole che ha pochi anni di vita. Perché a suon di urlare al lupo al lupo la gente non ci crede più. Del resto, dopo 40 anni di tormentone sull’imminente scomparsa delle rondini il cittadino medio si è disamorato. Forse anche perché di rondini d’estate ne vede talmente tante volargli sopra la testa che ai soliti allarmismi non presta più fede. La stessa fine la farà probabilmente l’allarme sull’estinzione delle api, data anch'essa come altrettanto imminente. Fra altri 20-30 anni qualcuno si accorgerà che il giochino si è inceppato e che quindi se ne deve trovarne un altro per continuare a tenere in allarme le persone e farsi dare qualche donazione, mantenendo in tal modo le costose attività della propria associazione. Chi vivrà, come si suol dire, vedrà.
Osservando l'argomento da questo punto di osservazione, si può perfino ipotizzare quanto segue: i negazionisti dei cambiamenti climatici, tutto sommato, potrebbero essere figli proprio di queste continue e insensate vaticinazioni di Apocalissi imminenti. Detta in altri termini, se fosse stato dato meno fiato ai tromboni e ne fosse stato dato di più alla ricerca, forse oggi il Mondo sarebbe cioè in una situazione migliore. Anche quanto a clima.
 
Tornando quindi all’unico vero punto del contendere di cui s’intendeva trattare nell’articolo precedente, ovvero la chimica agraria, sarà bene lasciare la discussione ad altri salotti, anziché scomodare quelli dell’Ipcc, della Protezione Civile o di qualche altro ente preposto al controllo del territorio. Magari, prestando anche meno fede ai vari paragnosti che con seducenti rituali misteriosi ammaliano parte di una sempre meno preparata Umanità. Umanità in cui andrebbe invece rafforzata la cultura scientifica, unica vera arma per affrontare le sfide del Mondo di domani.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: agrofarmaci clima

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