Diabrotica: lacrime sul latte versato

Visita guidata dell'Università di Milano ai campi di mais devastati dal famigerato coleottero

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Da Crema a Brescia vi sono 50 chilometri: una distesa di mais quasi ininterrotta. La zootecnia in questa area la fa da padrona e il silomais è alla base dell’alimentazione di suini e bovini. Carlo Corino, nutrizionista dell’Università di Milano, appare preoccupato: “Pochi sanno che il 55% dei prosciutti marchiati Parma e San Daniele è di produzione lombarda, come pure che dal latte di queste province derivano formaggi di pregio, come il grana o il provolone. Oltre il 50% della razione alimentare è costituita dai cereali, tra i quali il mais appare un vero pilastro”.
Per tutto il tragitto, compiuto a bordo di minibus, a macchia di leopardo si vedono campi con rarefazioni d’investimento, alterazioni nella crescita, nei casi più gravi anche vistosi allettamenti causati dalla mancanza di radici.
Tommaso Maggiore, dell’Università di Agraria di Milano, tuona a più riprese sulla gravità del fenomeno e sui motivi che a suo avviso avrebbero aperto la strada a questa recrudescenza delle infestazioni. Nei campi visitati la Diabrotica, coleottero crisomelide arrivato in Italia una decina di anni fa, sembra in gran forma. Giunta a giugno allo  stadio di adulti, si mostra attivamente impegnata nelle attività riproduttive: dai 20 ai 30 insetti per pianta stanno preparando la generazione futura, quella che nel 2010 innalzerà di qualche ordine di grandezza l’entità delle popolazioni. C’è un unico rimedio, che però ha il sapore dell’emergenza: trattare con attrezzature a trampoli per abbattere almeno gli adulti, tentando di contenere oggi quello che a marzo avrà la strada spianata per infestare le radici del mais. E non solo: gli adulti, oggi, attaccano le infiorescenze, sia maschili che femminili: l’effetto sterilizzante è gravissimo, portando a un definitivo tracollo delle produzioni anche quelle piante che erano riuscite a scampare alle infestazioni radicali. I danni maggiori di misurano nei campi seminati tardivamente, dato che gli attacchi colpiscono in tal caso piante che non hanno ancora la forza di reagire emettendo nuove radici. In taluni casi per gli agricoltori è ormai necessaria la distruzione del mais in campo, nel tentativo di produrre almeno qualcosa riseminando un ibrido precoce, come un 300 o un 400. In aziende come quelle visitate nel corso della giornata si nutrono dalle 400 alle 900 bovine: senza trinciato le aziende possono compensare solo in parte modificando l’alimentazione. Il rischio è quello di non poter mantenere tutti i capi, venendo obbligati a dolorose selezioni. La disperazione degli agricoltori intervistati è palpabile: la paura è quella di essere ormai al punto di rischiare il collasso dello stesso processo aziendale che nutre le vacche. Anche nel caso di successo, il costo economico per tali sostituzioni è comunque salatissimo per i bilanci di aziende che già da molti anni fanno i conti con prezzi del latte e delle carni assai risicati.
Secondo Maggiore, il bando dei concianti sarebbe stata una decisione scellerata: impedire l’utilizzo di qualche etto di conciante per ettaro ha di fatto aperto la strada a immissioni nell’ambiente di chili di geodisinfestanti e obbligato gli agricoltori a usare prodotti adulticidi ad ampio spettro per abbattere almeno gli adulti in estate. Un controsenso sia dal punto di vista tecnico che ambientale, secondo Maggiore. Ma anche secondo la logica. Per Alberto Verderio, del CRA di Bergamo, senza la tecnologia di protezione legata al seme abbiamo assistito quest’anno alla presenza diffusa e importante di elateridi, nottue, afidi e sopratutto diabrotica. E' da quando si concia il mais con insetticidi, inoltre, che non si vedevano più problemi di virosi.
Preoccupante poi la presenza della Diabrotica anche sui prati stabili e nei medicai, segno che l’insetto si è scavato nicchie di riproduzione anche esterne al mais. Da lì, al momento buono, può diffondere nei cambi di grano turco e fare tutti i suoi danni.
La difesa estiva è complicata dallo sfasamento che intercorre tra la fase di adulti della Diabrotica e quella larvale della Piralide: le 2-4 settimane che separano i momenti ottimali di intervento sui due fitofagi obbliga a ripetere le applicazioni, con grande aggravio dei costi e accettando anche di trattare in momenti che spesso non sono quelli ottimali: in tutta Lombardia esistono circa una settantina di trampoli e la loro prenotazione è assai complicata. Un trampolo tratta circa 70 ha/giorno, quindi non sempre si riesce ad averne uno a disposizione nei momenti ottimali per applicare l’insetticida. Altre soluzioni fornite dalle aziende di meccanizzazione, come i cannoni laterali, permettono di applicare solo su appezzamenti di ridotte dimensioni, raggiungibili per buona parte dalle capezzagne. In aree ad alta specializzazione come quella cremonese e bresciana sono quindi inadeguate nella maggior parte delle situazioni.
Al termine della giornata una sala riunioni della CO.M.A.CER. di Isorella (BS), accoglie il gruppo di tecnici e ricercatori. Un confronto finale su quanto osservato è la logica conclusione di una giornata passata in campo.
Per Aldo Pollini, entomologo, la situazione è drammatica, come pure che appare chiara la correlazione tra sospensione dei concianti ed esplosione del fitofago. Piero Cravedi, Università di Piacenza, ricorda come la Diabrotica sia un insetto da considerarsi di “quarantena” e come tale dovrebbero essere i servizi fitosanitari regionali ad occuparsene. Marco Boriani, della Regione Lombardia, lamenta di rimando la mancanza di un quadro statistico sufficiente per stimare la reale entità del fenomeno. Di sicuro, la maggioranza dei presenti concorda sulla complessità delle strategie di lotta da adottare nei confronti della Diabrotica. L’esclusione della concia non è ovviamente la sola variabile da considerare analizzando le esplosioni del fitofago a cui si assiste oggi. Ciò non di meno, la sospensione dei concianti ha aperto ulteriormente le maglie della difesa, che già da prima non erano a tenuta stagna. Una loro reintroduzione appare quindi di estrema urgenza, anche in considerazione di quanto avviene nei Paesi a noi vicini, dove i concianti sono stati autorizzati nuovamente.
 

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