Luppolo made in Italy, un panorama produttivo vivace ma frammentato

Nella filiera il segreto è fare squadra e i primi tentativi di cooperare sono già realtà. Guarda la videointervista

Barbara Righini di Barbara Righini

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Luppolo fresco: una coltura ancora tutta da scoprire ma che ultimamente sta intercettando la luce dei riflettori
Fonte foto: Barbara Righini - Agronotizie

Sono stimati circa 100 ettari coltivati a luppolo in Italia, una coltura ancora tutta da scoprire ma che negli ultimi anni sta intercettando la luce dei riflettori, anche grazie al successo che stanno vivendo i birrifici artigianali che, per mancanza di materia prima in Italia, si rivolgono all'estero. I dati forniti da Ismea dicono infatti che, negli ultimi cinque anni, l'importazione di luppolo in coni secchi e in forma pellet è aumentata costantemente raggiungendo, nel 2019, le 4.192 tonnellate, quasi totalmente provenienti dalla Germania. I luppoleti sono stati impianti in Italia, soprattutto da giovani agricoltori sull'onda dell'entusiasmo e solo da qualche anno la filiera sta tentando di strutturarsi.

Ci siamo dunque chiesti quanto costi impiantare un ettaro di luppolo e quali siano in generale i costi di investimento connessi, oltre a capire quanto si possa ricavare dalla vendita del luppolo ai birrifici. Le cifre che circolano fra chi già ha scelto di dedicarsi a questa coltura si aggirano fra i 35mila e i 40mila euro a ettaro per l'acquisto delle piantine, piantumazione, per la struttura di supporto per la crescita del luppolo e la relativa messa in opera. La produzione delle piante può durare anche venticinque anni, entrano in piena produzione e si stabilizzano al terzo anno, ma prudenzialmente, conviene considerare venti anni di vita.

Ciò che incide particolarmente però sono i macchinari e tutto ciò che è necessario alla post-produzione: il luppolo va infatti lavorato in tempi rapidissimi, essiccato nel giro di quattro ore. Fondamentale è essere già agricoltori, meglio se frutticoltori, ed avere già a disposizione i macchinari base di un'azienda agricola, compresa una piattaforma che permetta, in primavera, di raggiungere la vetta dell'impianto per sistemare i tutori sui quali i nuovi getti dovranno arrampicarsi. Dando ciò per scontato, servirà poi attrezzarsi con un carro raccolta e con un macchinario che separi i coni dalle liane, è necessario poi l'acquisto di un essiccatoio e, per le balle, di una pressa. In ogni caso grande attenzione sarà da dedicare alla conservazione, mettendo sottovuoto il prodotto e avendo celle perché il luppolo non subisca sbalzi termici.

La gestione del post raccolta, nel luppolo, ha un'elevata incidenza sulla qualità ottenuta (che significa alpha acidi, beta acidi, oli essenziali, profili amaricanti, in parole povere l'aroma), è un momento chiave per il mantenimento degli aromi e non va quindi sottovalutata. I macchinari specifici per la coltivazione del luppolo sono tutti di fabbricazione estera; per quanto riguarda l'essiccatoio, ci sono casi in cui, in Italia, sono stati adattati essiccatoi precedentemente utilizzati per il tabacco. I costi? "Noi abbiamo comprato tutti i macchinari di seconda mano e abbiamo fatto un investimento di circa 90mila euro", ha raccontato Michela Nati, presidente della Cooperativa luppoli italiani, mentre Eugenio Pellicciari di Italian hops company è andato nel dettaglio di ogni singolo investimento in macchinari: "Parlando sempre di macchinari usati, per una hop picking machine, il macchinario che separa i coni dalle liane siamo sui 15-20mila euro, la pressa sui 10mila, l'essiccatoio può variare fra i 10mila e i 20mila euro, un carro raccolta è sui 9mila euro".

A seconda dalla varietà, una volta raggiunta la piena produzione, una pianta di luppolo può arrivare a produrre anche 4 chilogrammi di coni freschi, anche se nella media la produzione è più bassa. La resa però è fortemente dipendente anche dalle tecniche di coltivazione e dalle condizioni pedoclimatiche. Quanto viene pagato un chilogrammo di luppolo essiccato? A rispondere è Katya Carbone, ricercatrice del Crea e coordinatrice del progetto 'Innova.Luppolo': "La forbice di vendita per i coni secchi, va dai 9-10 euro fino anche ai 22 euro al chilogrammo, dipende dai canali di vendita. Secondo i calcoli di uno studio dell'Università di Bologna, la tesi magistrale di Antonio Ferretti, 'Luppolo in Italia: analisi economica e prospettive di sviluppo di una coltura innovativa', ad oggi, per avere un Van (Valore attuale netto) positivo occorre partire da un'azienda agricola già solida. La superficie a luppolo deve essere di almeno 2 ettari e va ad integrare altre colture".

"Un ettaro di luppolo - ha raccontato Stefano Fancelli, presidente della rete d'imprese Luppolo made in Italy - può sviluppare una Plv prudenziale fra i 9 e i 18mila euro in convenzionale, in biologico la forbice va dai 20 ai 35mila euro ettaro. La quotazione del luppolo dipende da molti fattori - ha spiegato ancora Fancelli - ha una componente di mercato spot, libero e fluttuante. È legata poi alla programmazione dei birrifici e all'intreccio fra programmazione e disponibilità a co-investire fatta assieme ai produttori di luppolo". Gli investimenti iniziali sono però notevoli, ciò che occorre per stare sul mercato avendo un ritorno economico è organizzazione, il panorama in Italia pur essendo ancora molto frammentato sta timidamente cercando di organizzarsi.


Il caso degli agribirrifici

Luppolo non come coltura da vendere in se stessa ma come ingrediente. Una formula per dare valore al prodotto della terra è quella di trasformarlo in birra e cogliere la possibilità offerta dalla recente normativa di creare marchi di birre agricole. In questo caso l'estensione dei luppoleti è minima, si tratta solitamente di poche migliaia di metri quadrati ma il punto non è produrre luppolo, quanto avere luppolo autoprodotto per aromatizzare proprie birre. Occorrerà quindi coltivare anche orzo o frumento o altri cereali perché la percentuale di luppolo per produrre birra è sempre molto bassa.

Per quanto riguarda il luppolo, vista l'estensione limitata è probabile che l'agricoltore opti per la raccolta a mano. Gli investimenti sono comunque importanti e bisogna avere rudimenti di marketing, ma il valore della vendita finale è moltiplicato.
 


Il segreto è fare squadra

Stefano Fancelli, presidente della rete d'imprese umbra Luppolo made in Italy, intervistato da AgroNotizie ha reso molto chiaro il concetto: "Nel luppolo, piccolo non è bello. Per essere competitivi c'è bisogno di una forte capacità di programmazione e progettazione di reti organizzate, di cooperative e di consorzi. Bisogna unire le forze".

Infatti i primi tentativi di cooperare sono già realtà: la stessa rete d'imprese Luppolo made in Italy, nata nel 2018 e che raccoglie tredici aziende ne è un esempio. C'è poi la cooperativa Luppolo and Co che coinvolge diverse aziende agricole del Centro e Nord Italia e che si occupa non solo di luppolo ma anche di cereali collegati alla produzione di birra. Fra le cooperative nate di recente, non può essere dimenticata la Cooperativa luppoli italiani, con sede a Savarna, nel ravennate.
 
Le quattro aziende agricole, tutte gestite da coltivatori da generazioni, hanno fatto squadra per essere più credibili sul mercato e per condividere la rete vendita. Tutti i macchinari della post-produzione sono della cooperativa, a conferma che è proprio il trattamento post raccolta dei coni di luppolo la fase più delicata. Gli investimenti più importanti sono quelli che riguardano il trattamento del prodotto appena raccolto. Ad oggi la cooperativa può contare su quasi 5 ettari in totale, le varietà sono: Cascade, Centennial, Nugget e Chinook. Prima di buttarsi nell'avventura le aziende agricole hanno testato, su di un piccolo appezzamento, le varietà individuate come potenzialmente interessanti per capire se fossero in grado di produrre adeguatamente.

Michela Nati, una delle titolari dell'azienda agricola Bellavista, è anche la responsabile della parte commerciale della Cooperativa luppoli italiani: "Abbiamo iniziato a presenziare alle fiere di settore, affiancati dalla cooperativa Terremerse, per far assaggiare il nostro prodotto. Lo abbiamo fatto già con la piccola produzione del campo test. All'inizio c'è stata grande diffidenza, c'è tuttora. L'ideale è instaurare un rapporto diretto con un birrificio e produrre con contratti che, già prima della raccolta, ti legano a quel birrificio. Al momento noi abbiamo un rapporto stabile e consolidato con Amarcord, birrificio familiare di Rimini. E' importante che il birrificio cui ci si lega sia in grado di effettuare ordini consistenti per essere sicuri di vendere tutto il prodotto. Per esperienza posso dire che un piccolo birrificio artigianale può comprare intorno ai 100 chilogrammi/anno ma un ettaro ne produce anche 2mila. Noi stiamo cercando anche di esplorare il canale di vendita collegato alla nutraceutica. L'emergenza Covid ci ha insegnato che, se si ferma il canale Horeca, per chi lavora con il  mondo della birra, può essere un grave problema".


Io produco e c'è chi commercializza per me

Fra gli scogli più importanti che un agricoltore deve affrontare, oltre alla gestione del post raccolta, c'è quello della commercializzazione. In Emilia, nel 2012, è nato un progetto proprio dedicato alla coltivazione del luppolo. Italian hops company, azienda che si occupa sia di coltivare direttamente luppolo sia di dare sostegno e assistenza (agronomica e commerciale) ad agricoltori collegati, è partita con un impianto sperimentale di mezzo ettaro, in collaborazione con l'Università di Parma, ad oggi conta 18 ettari e mezzo, fra i terreni direttamente condotti e quelli degli agricoltori che collaborano. Le aziende agricole coinvolte in tutta Italia sono invece dodici.

"Il contratto con gli agricoltori è variegato" ha raccontato Eugenio Pellicciari, responsabile commerciale dell'azienda. "Noi forniamo anche le piante, siamo infatti collegati a un vivaio. Forniamo, al bisogno, consulenza agronomica e possono appoggiarsi a noi anche per i macchinari necessari dopo la raccolta. Ci muoviamo in tutta Italia per portare i macchinari dove servono, coordinando il momento della raccolta fra le varie aziende che seguiamo. In alcuni casi invece semplicemente conferiscono a noi il prodotto per la commercializzazione. Abbiamo contratti pluriennali sia con gli agricoltori sia con i clienti che comprano il luppolo. Chiediamo quindi un impegno di conferimento e standard di qualità elevati. Per la commercializzazione è necessario che il luppolo sia certificato, il riferimento normativo è il regolamento europeo 1850 del 2006. Oltre alle condizioni minime stabilite per legge e che non possono mancare, perché noi ci s'impegni a ritirare il prodotto chiediamo qualità".

"Italian hops company - ha continuato - poi riconosce il pagamento di un premio quando oli e alpha acidi superano un certo livello. Facendo un calcolo, la superficie minima da investire, se l'azienda agricola non si trova vicino a noi, nelle immediate vicinanze di Modena o Bologna, è di 2 ettari e mezzo ed è meglio che si tratti di un'azienda frutticola, per via delle attrezzature che servono durante la fase di coltivazione. Per le varietà da impiantare, dipende molto dalle necessità di mercato del momento, viene stabilità a seconda dei contratti con i nostri clienti. Un impianto costa intorno ai 34mila euro a ettaro, escluso il lavoro di piantumazione".

Ma qual è ad oggi la situazione del mercato del luppolo, in Italia? È ancora Pellicciari a rispondere: "Storicamente bisogna dire, ed è un forte scoglio, c'è una gran titubanza e anche un po' di diffidenza da parte dei birrai italiani a comprare luppolo nostrano. Ma qualcosa sta cambiando, mi sto accorgendo quest'anno che anche i birrifici meno aperti stanno cambiando ottica, ciò anche a causa dell'emergenza Covid. C'è un ritorno al locale e anche il fatto di aver proposto luppolo di qualità negli ultimi anni sta dando frutti".
 

E' ancora una coltura di nicchia e tutta da esplorare, ma sembra essere molto interessante.
Il viaggio di AgroNotizie nella filiera del luppolo tra opportunità e criticità.
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