I nuovi agrofarmaci, un concentrato di ricerca e innovazione

Nel corso degli anni gli agrofarmaci sono diventati mezzi tecnici sempre più sofisticati e sostenibili, che si avvalgono di nuove conoscenze e tecnologie per difendere le colture

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Contenuto promosso da Bayer
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Gli agrofarmaci di nuova generazione sono sempre più sostenibili (Foto di archivio)
Fonte foto: © Serghei Velusceac - Adobe Stock

Prosegue su AgroNotizie la rubrica dedicata a migliorare la conoscenza delle pratiche di uso sicuro e sostenibile degli agrofarmaci, obiettivo dell'iniziativa Bayer AgriCampus.

Per un uso consapevole degli agrofarmaci

Con la Rivoluzione verde iniziata negli anni '40 del secolo scorso, gli agricoltori hanno avuto a disposizione, in un lasso di tempo relativamente breve, un gran numero di prodotti per la difesa delle colture. Agrofarmaci che avevano come obiettivo primario quello di assicurare produzioni elevate per far fronte ad una richiesta impellente di cibo.

Dopo questa crescita caotica, a partire dal 1993 ha preso il via un processo di revisione delle autorizzazioni da parte della Commissione europea che ha promosso a pieni voti meno del 30% delle circa mille sostanze attive commercializzate. Quasi il 70% fu dunque ritirato, mentre un'ottantina di sostanze attive divennero "candidate alla sostituzione", decretandone la morte al momento in cui fosse stata disponibile un'alternativa maggiormente sostenibile.

Questo processo ha fatto sì che gli agrofarmaci oggi in commercio coniughino una efficacia elevata con un profilo tossicologico favorevole, sia sul fronte umano che ambientale. E al contempo i dati ci mostrano che il progresso delle tecnologie e delle pratiche di campo, unito a normative sempre più stringenti, ha permesso di mantenere produzioni elevate e di qualità pur riducendo il consumo complessivo di agrofarmaci. Dal 1990 al 2015 si è registrato un calo del 22,2% nel consumo nazionale (dati Agrofarma).


Non solo efficacia, anche sostenibilità

Oggi nella ricerca di una nuova sostanza attiva si tiene in considerazione non solo l'efficacia e il profilo tossicologico, ma anche quali sono le conoscenze e le tecnologie disponibili in campo. Grazie all'uso di strumenti digitali (come i Dss, Digital support system), di attrezzature innovative (come atomizzatori a rateo variabile, macchine a recupero, droni, ugelli antideriva, etc.) e di sistemi di monitoraggio (come trappole smart e mappe di vigore) l'agricoltore è in grado di fare un uso molto più consapevole degli agrofarmaci.

A questo dobbiamo poi aggiungere che sul mercato, negli ultimi anni, stanno facendo capolino sempre più agrofarmaci di origine naturale che grazie al profilo tossicologico estremamente positivo possono arricchire le strategie di difesa nell'ottica di una agricoltura sia biologica che integrata. E lo scenario cambierà ancora quando (si spera presto), la Commissione Ue renderà l'uso delle Tea, Tecnologie di evoluzione assistita, più semplice, distinguendole dagli Ogm (direttiva 2001/18/CE).


La nascita di un agrofarmaco: una questione di dati

Ma qual è il percorso di nascita di un agrofarmaco? Tutto ha inizio con la ricerca di nuove sostanze attive, quelle molecole cioè in grado di assolvere ad una funzione erbicida, fungicida, insetticida, etc. La ricerca avviene prevalentemente nei laboratori di R&D delle aziende del settore che investono risorse ingenti e personale altamente qualificato, avvalendosi anche di strumenti innovativi, come l'intelligenza artificiale, per rendere più efficiente il lavoro.

Agrofarma, l'Associazione dei produttori di agrofarmaci, che fa parte di Federchimica, sottolinea come le industrie del settore investano costantemente in piani di ricerca e sviluppo a vantaggio della sostenibilità e della produttività degli agricoltori. Basti pensare che ogni anno viene destinato alla ricerca circa il 6% del fatturato annuo, quasi il doppio rispetto all'industria manifatturiera. Le imprese del comparto, infatti, sono impegnate nel cercare e trovare soluzioni innovative, con l'obiettivo di assicurare un'agricoltura sostenibile dal punto di vista ambientale, produttiva e che sia in linea con la massima tutela del consumatore finale, in una logica di lungo periodo.

L'associazione si impegna affinché vi siano regole certe e durature nel tempo, che consentano all'industria una programmazione di medio-lungo periodo anche per le attività di ricerca, in modo che una maggiore produttività delle colture ed efficienza nel lavoro degli imprenditori vada di pari passo con misure a favore della sostenibilità e della sicurezza.

Una volta trovata la sostanza attiva efficace l'azienda deve sottoporre un corposo dossier che viene valutato a livello europeo da uno Stato incaricato che "spulcia" i dati sottoposti, poi dall'Efsa e infine dalla Commissione Ue. Il dossier deve contenere non solo dati sull'efficacia della sostanza attiva, ma anche un risk assessment per quanto riguarda l'uomo e l'ambiente. Si devono valutare ad esempio i rischi legati ai residui nel cibo, alla tossicità per l'uomo (operatore, lavoratore, residente e astante), nonché l'impatto sulla flora e sulla fauna.
 
Una volta ricevuto il via libera della Commissione l'azienda deve sottoporre un nuovo dossier, questa volta riguardante il formulato, che viene valutato prima a livello europeo "zonale" (l’Italia è nella zona Sud) e successivamente a livello nazionale (ministeri dell'Agricoltura, dell'Ambiente e della Salute) e che se risponde ai requisiti sfocia in una autorizzazione e nella validazione dell'etichetta, che contiene tutte le informazioni utili per l'uso corretto dell'agrofarmaco.
 
E tutto questo percorso dura circa dieci anni, al fine di portare sul mercato il meglio che l'innovazione possa offrire per supportare l'agricoltore e proteggere le colture nel rispetto dell'ambiente, dell'uomo e del consumatore finale.

A questo proposito Federchimica Agrofarma ha spiegato che, per rispondere alle crescenti domande dell'opinione pubblica, l'industria ha da tempo intrapreso, come impegno volontario, un processo volto a garantire la massima trasparenza possibile. Nonostante, infatti, la maggior parte dei dati trasmessi alle autorità per la registrazione sia già disponibile al pubblico, le imprese associate ad Agrofarma si impegnano a consentire un maggiore accesso ai dati sulla sicurezza relativi ai loro prodotti.

Va considerato, infatti, che per registrare un agrofarmaco sono necessari più di 150 studi di sicurezza seguendo procedure e protocolli di laboratorio estremamente rigorosi, stabiliti dalle autorità europee. All'interno dell'Ue molti di questi studi sono pubblicati, come ad esempio quelli relativi alla valutazione del rischio. Inoltre, le relazioni sulla registrazione della sostanza attiva con la sintesi degli studi condotti, la valutazione del rischio e le sintesi della letteratura scientifica sono pubblicate sul sito web dell'Efsa, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare.

La generazione dei dati normativi continua anche dopo il rilascio delle autorizzazioni del prodotto. Ciò è dovuto ai requisiti per la revisione periodica delle autorizzazioni, alle richieste di dati di monitoraggio post commerciale o di dati aggiuntivi sulla sicurezza dei prodotti e ai cambiamenti nei sistemi normativi.


Cambia l'agricoltura, cambia la ricerca degli agrofarmaci

Se un tempo l'agricoltore si affidava quasi esclusivamente all'efficacia dell'agrofarmaco per difendere le colture, oggi ha a disposizione molti più strumenti. "Gli agrofarmaci di origine biologica sono sicuramente uno strumento in più nella cassetta degli attrezzi degli agricoltori che permette di controllare insetti e microrganismi patogeni in maniera efficace, contenendo il numero di residui", sottolinea Alberto Cantoni, head of agronomic operations Central Mediterranean di Bayer Crop Science Italia"Inoltre, introducendo nuovi meccanismi d'azione, sono in grado di arricchire le strategie di difesa, riducendo il rischio che si sviluppino resistenze".

Certo, lo sviluppo dei prodotti di origine naturale comporta nuove sfide. La ricerca di composti naturali e di microrganismi utili ha portato i ricercatori a cercare nella natura le soluzioni, con non poche difficoltà. Basti pensare che cosa significa identificare un ceppo batterico tra migliaia e "allevarlo" per poi testarlo. E una volta trovato quello giusto creare una formulazione che sia idonea al "confezionamento" ed alla vendita, garantendone l'efficacia nel tempo.

Proprio perché l'agrofarmaco non è più l'unico strumento di difesa, oggi le aziende dell'agrochimica investono anche nel campo del miglioramento genetico e del digitale, consapevoli che l'agricoltore avrà bisogno di una molteplicità di strumenti per poter operare nei nuovi contesti (normativi, ambientali, di consumo, etc.).

"L'utilizzo di piattaforme di agricoltura digitale, come Climate FieldView o Nematool di Bayer, permette agli agricoltori di mantenere monitorato il proprio campo e di conoscere il livello di rischio, potendo quindi decidere quando e come intervenire", sottolinea Cantoni. Si è passati dunque dai trattamenti a calendario all'adozione di monitoraggi e soglie di danno, fino ad arrivare all'agricoltura attuale, che analizza dati provenienti da fonti diverse per prendere decisioni strategiche di ampio respiro.

I ricercatori si avvalgono in misura crescente di strumenti digitali per raccogliere dati e verificare come risponde la coltura a nuovi formulati. Vengono studiate tecnologie sempre più precise per intervenire in campo solo quando serve ed ottimizzare l'uso degli agrofarmaci, somministrandoli a dosi variabili a seconda dei dati forniti da piattaforme di precision farming. Anche le formulazioni vengono migliorate, al fine di offrire agli agricoltori il meglio dell'innovazione e della tecnologia in campo, da utilizzare solo e quando serve.

In questo contesto potranno fare la loro parte anche le Tecnologie di evoluzione assistita (Tea), nuovi metodi di miglioramento genetico che permettono di modificare un organismo vivente come potrebbe accadere in natura, solo in maniera più veloce e precisa. La produzione di piante maggiormente resistenti ai patogeni permetterà infatti produzioni di qualità con un consumo ridotto di mezzi tecnici. Ma agrofarmaci e sementi potranno anche essere sviluppati assieme, ad esempio per ottenere varietà resistenti agli erbicidi.


Il ruolo dell'agricoltore, un custode responsabile

In questo processo di cambiamento l'agricoltore gioca un ruolo fondamentale come custode del territorio e produttore di cibo"Per assolvere a questo compito la prima cosa che deve fare è impiegare gli agrofarmaci seguendo le disposizioni di etichetta", sottolinea Giovanni Arcangeli, regulatory manager and stewardship coordinator Central Mediterranean di Bayer Crop Science Italia.

"In questo modo l'agricoltore rispetta se stesso, gli altri e l'ambiente. Inoltre contribuisce ad allungare la vita degli agrofarmaci, scongiurando il rischio di sviluppo di resistenze".

In definitiva usare gli agrofarmaci in maniera consapevole, sfruttando le potenzialità che l'innovazione tecnologica mette a disposizione, permette di produrre cibo in maniera sostenibile sia per l'ambiente che per l'impresa agricola. Per questo è l'agricoltore il primo a dire #iocitengo, l'hashtag scelto da Bayer per l'iniziativa AgriCampus.
 
 
Bayer AgriCampus è un'iniziativa lanciata da Bayer Crop Science Italia con l'obiettivo di promuovere l'uso consapevole degli agrofarmaci.
Image Line è partner e su AgroNotizie ha creato una rubrica per ospitare i contributi provenienti da Bayer e dai partner di AgriCampus.
Consigli tecnici che se seguiti si traducono in vantaggi sia per l'agricoltore che per l'ambiente e i consumatori. Perché per tutti gli attori della filiera vale l'hashtag #iocitengo

Appuntamento a settembre per la nuova puntata di Bayer AgriCampus dedicata alle misure di mitigazione sulle distanze di sicurezza.