Glifosate, microbioma intestinale e bugie dalle gambe corte

Tossicologia spiegata semplice: un rapporto del ministero dell'Ambiente danese rivela come le dosi di glifosate necessarie a ottenere un effetto minimo sui batteri intestinali siano milioni di volte superiori a quelle attualmente ingerite dall'uomo

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Tossicologia spiegata semplice: glifosate nulla fa al microbioma intestinale

Non che non si sapesse da tempo, ma come dicevano i latini: repetita iuvant. Ovvero, ripetere le cose giova alla loro comprensione. A conferma, diversi articoli di approfondimento sono già stati redatti al fine di spiegare la distanza abissale che intercorre fra le tesi allarmiste anti glifosate e l'esposizione reale al diserbante, la quale spazia da meno di uno a pochissimi milligrammi l'anno. Nonostante ciò, sono proliferate le tesi più fantasiose circa le possibili influenze di glifosate sulla flora intestinale, ovvero il cosiddetto microbioma.

Che queste tesi fossero mere illazioni è stato scritto più volte, ma è bene che a supportare ciò subentrino fonti ufficiali al di sopra di ogni ragionevole dubbio, come il rapporto prodotto nel 2021 dal ministero dell'Ambiente danese tramite la sua Agenzia per la protezione ambientale. Un rapporto incentrato proprio su glifosate e sulle supposte interazioni con il microbioma intestinale.

Scarica il rapporto danese

Nel rapporto, in inglese, sono raccolti molteplici dati misurati in vitro e su cavie. Nel primo caso trattasi della Mic, ovvero la minima concentrazione di inibizione dei batteri, somministrando glifosate a differenti specie presenti nel nostro intestino debitamente allevate in "provetta". Nel secondo caso sono stati valutati eventuali effetti sui roditori, confermando però quanto emerso nei test in vitro: agli attuali livelli di esposizione a glifosate, nessun effetto avverso può manifestarsi a carico del microbioma intestinale.

Infatti, sono stati messi alla frusta, in vitro, una mezza dozzina di ceppi di Bifidobacterium, quattro di Lactobacillus e altrettanti di Bacteroides, tre di Clostridium, due di Enterococcus e due di Escherichia, finendo con l'Akkermansia muciniphila DSM 22959. Glifosate è stato applicato come sostanza attiva in sé, poi in forma di sale isopropilamminico, infine come formulati commerciali, ovvero Glyfonova, contenente glifosate in ragione di 450 grammi per litro, oppure Roundup a 120 grammi per litro di sostanza attiva. Entrambi senza ammine di sego come coformulanti.

Due le prove in vitro, una utilizzando come mezzo di coltura la cosiddetta "Brain hearth infusion" (Bhi), l'altra un mezzo "rinforzato", ovvero il "Reinforced clostridial medium" (Rcm). Nel primo caso le Mic, espresse come milligrammi per millilitro di mezzo di coltura, hanno spaziato da un minimo di 5, per tre ceppi su quattro di Bacteroides, a un massimo di 80 per l'Enterococcus fecalis e per l'Escherichia coli.

Il valore più frequente è stato 10 mg/ml. Nel mezzo rinforzato, i dati sono saliti per quasi tutti i batteri. Il valore minimo si è rivelato pari a 10 mg/ml per il solo Bacteroides uniformis, che aveva 5 mg/ml, mentre 20 mg/ml è il dato che ha caratterizzando tutti i batteri che nel primo caso si erano fermati a 10. Cala invece il massimo valore di MIC, da 80 a 40 mg/ml.

Le diverse MIC sono peraltro risultate diverse anche in funzione delle tesi: l'inibizione è risultata più debole in presenza di glifosate puro, ovvero quello che transita negli intestini del mondo reale, rispetto alla forma isopropilamminica e ai due formulati commerciali, come ampiamente prevedibile.

Inoltre glifosate, sempre nelle prove in vitro, avrebbe mostrato alcuni effetti solo in assenza completa di aminoacidi aromatici nel mezzo di coltura, ovvero leucina, isoleucina e valina. Quando questi sono presenti, come normalmente avviene, gli effetti dell'erbicida sui batteri appaiono irrilevanti. Ben più preoccupanti per la salute sarebbero invece le carenze nella dieta dei suddetti aminoacidi.
Considerando poi che un Essere umano medio ha diversi metri di intestino, in cui transitano giornalmente svariati litri di massa in via di digestione, come pure sapendo che può ingerire solo pochi microgrammi al giorno di glifosate, ben si comprende come le possibili concentrazioni della sostanza attiva nell'intestino siano milioni di volte inferiori a quelle dimostratesi capaci di effetti inibitori in vitro.
 

Modello animale

Per le prove su cavie sono stati inclusi 80 roditori (Sprague Dawley), tutti maschi, a partire dall'età di quattro settimane di vita. Dopo un periodo di acclimatazione pari a una settimana, è iniziata la prova, della durata di due settimane. Quattro le tesi a confronto: solo acqua (non trattato), glifosate a 5 volte il valore di Adi (0,5 mg/kg/giorno), glifosate a 50 volte l'Adi e infine glifosate alla medesima dose, ma somministrato come formulato commerciale (Glyfonova).

In sintesi, glifosate è stato somministrato in ragione di dosi che spaziano da un minimo di 2,5 mg/kg/giorno a un massimo di 25 mg/kg/giorno. Considerando l'assunzione giornaliera stimabile per l'uomo e traducendola in milligrammi per chilo di peso corporeo, le dosi impiegate nei test spaziano, circa, da 50mila a 500mila volte quelle che si possono ragionevolmente riscontrare nella realtà. In pratica, ciò corrisponde al quantitativo che un essere umano può ingerire, altrettanto circa, in diverse migliaia di anni. A patto di essere Matusalemme, ovviamente.

Nonostante ciò, nessuna alterazione significativa sarebbe stata osservata nei parametri osservati nelle feci delle cavie. Anzi, nella tesi trattata con Glyfonova sarebbe addirittura aumentata la biodiversità in termini di specie presenti nel cieco e nel colon, forse dovuta al fatto che anche l'erbicida è stato utilizzato come fonte di cibo dai diversi batteri presenti, a conferma di diversi studi che hanno dimostrato come glifosate possa ampliare la quantità e la biodiversità delle differenti specie batteriche in tutti i tratti intestinali osservati. Nessuna anomalia agli organi delle cavie è stata osservata.

Unico effetto avverso, ma ben spiegabile dalle alte dosi somministrate, si è evidenziata nella tesi con Glyfonova: i livelli nel siero ematico di eptaglobina sono risultati significativamente più alti. Questa proteina è un marker di possibili effetti infiammatori nell'organismo. Per evitare tale effetto basta non ingerire deliberatamente il formulato tal quale, pratica alquanto sconsigliabile e peraltro non inclusa nell'etichetta autorizzata del prodotto.
 

Conclusioni

A dispetto della maramalda narrazione allarmista, cade anche il fronte bellico anti-glifosate incentrato sul microbioma intestinale. Per lo meno stando a una delle indagini più corpose mai effettuate sul tema, per giunta da un organismo pubblico di un Paese, la Danimarca, noto per la sua alta inclinazione ambientalista.

Si dubita però che tali esisti troveranno spazio nelle testate generaliste. Quelle che fino a oggi hanno ossessivamente condiviso e amplificato la suddetta narrazione allarmista tramite becere azioni di click baiting, funzionali solo ai propri ritorni pubblicitari e alla fama di molteplici ciarlatani.

E che la verità fattuale, con buona pace della deontologia professionale, s'impicchi pure.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: diserbo erbicidi salute glifosate Tossicologia

Temi caldi: La tossicologia spiegata semplice

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