La Camelina sativa non risolverà il dilemma cibo vs. colture energetiche

Gli Stati Uniti puntano sulla camelina, perché i suoi semi contengono fino al 43% di olio, ottimo per produrre biodiesel di prima generazione. Ma è davvero sostenibile? A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

Tecnica
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La coltivazione della Camelina sativa presenta un secondo aspetto ecologico interessante: si tratta di una pianta che fiorisce alla fine dell’inverno, apportando polline e nettare in un momento che per le api è critico
Fonte foto: © Smart heart seeds

La Camelina sativa, nota anche come falso lino, è una pianta della famiglia delle Brassicacee, quindi parente della colza (Brassica napus), della senape (Brassica alba) e della rapa (Brassica rapa). E’ oriunda dell’Europa e dell’Asia centrale, ma vi sono indizi, risalenti al Neolitico, della sua coltivazione in Svizzera, in Romania e nel Nord della Grecia. Attualmente viene coltivata nell’Europa centro orientale, in Asia, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e in Nuova Zelanda. È una pianta che si è adattata nelle steppe e nelle praterie caratterizzate da climi secchi e temperato-freddi, poco esigente per quanto riguarda la qualità dei suoli e l’apporto di nutrienti.

Dal 2010 negli Stati Uniti è rapidamente cresciuto l’interesse per la camelina, perché i suoi semi contengono fino al 43% di olio, molto leggero e ricco di antiossidanti, quindi ottimo per produrre biodiesel di prima generazione, a basso costo e con alta qualità, cioè caratterizzato da un basso punto di congelamento e da un’alta resistenza all’irrancidimento.
La qualità del biodiesel ricavato dalla camelina è talmente elevata, che la Forza Aerea degli Stati Uniti lo ha selezionato fra diverse materie prime possibili, classificandolo come biocarburante strategico, perché ritenuto utile a slegarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili. Dal 2009 i militari americani hanno sperimentato miscele con rapporti di 50/50 di JP-8 - il propellente dei velivoli militari – e biodiesel di camelina, con l’obiettivo di disporre di una “flotta verde” di aerei da combattimento, capaci di volare con solo biocarburanti, entro il 2016. 

E' davvero sostenibile il biodiesel di camelina?
I principali argomenti in favore della sostenibilità del biodiesel ottenuto dalla camelina si basano sul basso costo colturale di questa pianta, poiché:
  • richiede una profondità di semina di solo 1 centimetro, quindi basso input energetico per la lavorazione del terreno;
  • non richiede agrofarmaci perché resiste molto bene all’attacco degli insetti;
  • inoltre, se piantata con alta densità, impedisce la crescita delle piante infestanti, quindi elimina l’utilizzo di erbicidi.
E’ anche stato osservato che la pianta coltivata in rotazione con i cereali aumenta di un 15% la produttività di questi ultimi. La sua resistenza al freddo e la bassa domanda irrigua le consentono di essere coltivata anche all’inizio dell’autunno e in terreni marginali fino ai 1000 metri di quota. La resa in semi può arrivare fino a 2700 kg/ha. 

Gli ideologi dei biocarburanti sostengono che la produzione di biodiesel di camelina non compete con le colture alimentari perché il seme contiene fra il 27% ed il 32% di ottime proteine per l’alimentazione animale, le quali rimangono inalterate nel pannello, sottoprodotto rimanente dopo l’estrazione dell’olio. Allora ci chiediamo: ma è davvero sostenibile ed etico destinare l’olio di camelina alla produzione di biodiesel, lasciando il pannello all’alimentazione animale? Sappiamo che l’olio di camelina è uno degli olî vegetali con il più alto contenuto del pregiato acido α–linoleico, più noto come Omega 3. Quest’ultimo è un acido grasso definito come essenziale, perché gli umani siamo incapaci di sintetizzarlo e dunque abbiamo bisogno di assumerlo nella nostra dieta. La mancanza di Omega 3 nella dieta è causa di malattie cardiovascolari e l’assunzione di olio di camelina risulta utilissima a prevenirle, perché contiene fino al 23 % di olio essenziale, quantità superata solo dall’olio di lino (Linum usitatissimum) che ne contiene fino al 59% (ma per contro, la produttività del lino non supera gli 80 kg di semi/ha). L’olio di camelina ha un sapore più piacevole di quello dei suoi diretti concorrenti, l’olio di colza e l’olio di soia, i quali contengono solo il 6% di Omega 3. 

Per dare un’idea, il nostro olio di oliva, ingrediente fondamentale della famosa dieta mediterranea saporita e salutare, contiene solo lo 0,73% di Omega 3 e il 9,8% di Omega 6, quest’ultimo molto abbondante nelle carni rosse e ritenuto dai dietologi il precursore del sovrappeso e delle malattie cardiovascolari ad esso connesse. L’olio di oliva, pur essendo ricco di polifenoli (antiossidanti) non è quindi un alimento completamente salutare , in quanto povero di olî essenziali

In un mondo che richiede quantità crescenti di alimenti, l’allevamento di pesci è una strategia fondamentale per ridurre la pressione della pesca estrattiva sugli ecosistemi marini e salvaguardare la biodiversità. Uno dei problemi nell’alimentazione dei pesci d’allevamento risiede nei mangimi attualmente in commercio poiché sono a base di soia e quindi contengono solo il 6% di Omega 3 e ben il 53% di Omega 6. È ben noto che il pesce selvatico è una fonte naturale di Omega 3, ma il pesce da allevamento, poiché nutrito con mangimi a base di soia, presenta un profilo degli acidi grassi meno salutare, più povero di Omega 3 e più ricco di Omega 6. Attualmente si ricerca dunque sulla possibilità di utilizzare l’olio di camelina come ingrediente per la preparazione dei mangimi per l’allevamento di salmone, trota e baccalà, con l’obiettivo di ottenere un prodotto più simile al pesce selvatico.  

Il pannello di camelina è comunque un ottimo foraggio poiché ricco di proteine; in pratica è stato riscontrato che, se usato per almeno il 10% della razione totale dei tacchini, allora il contenuto di Omega 3 del petto e delle cosce aumenta dell’1%. Questo argomento, che in prima istanza sembrerebbe giustificare il doppio utilizzo della camelina come duplice fonte di biocarburante e di mangime per animali, va però analizzato con criteri di convenienza e sicurezza nutrizionale della società. Se consideriamo che 100 g di salmone contengono 2500 mg di Omega 3 e la umile sardina nostrana ne contiene quasi 1500 mg: che senso ha aumentare dell’1% la proporzione di Omega 3 nella carne di tacchino se 100 g di questa contengono solo fra 20 e 60 mg di olio essenziale?

Per concludere, In base alle precedenti considerazioni possiamo affermare che la coltivazione di camelina per produrre biodiesel è uno spreco dal punto di vista alimentare. A conti fatti, per la società risulta dunque più conveniente incentivare la coltivazione della camelina per la produzione di olio vegetale alimentare e di pesce di qualità, con lo scopo di prevenire la diffusione delle malattie cardiovascolari, che sprecare questo prezioso ingrediente dietetico per produrre biocarburanti. In definitiva, per un agricoltore, la produzione e vendita di un prodotto definito come nutraceutico (cioè un prodotto alimentare avente delle proprietà quasi medicinali) rappresenta sicuramente una fonte di guadagno più interessante e sostenibile rispetto alla vendita dello stesso prodotto nel mercato dei biocombustibili.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: ricerca bioenergie biodiesel

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