Amflora, la patata della discordia

In origine fu la mela. Oggi è la patata il vegetale capace di alterare gli equilibri d'Europa. A una settimana dal pronunciamento della Commissione europea in materia di Ogm, il dibattito resta acceso. In attesa che arrivi sorella Fortuna

Michela Lugli di Michela Lugli

Questo articolo è stato pubblicato oltre 9 anni fa

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Amflora e Ogm, il dibattito continua

Meno romantico e appassionante il tema ma identica l'ostinazione di fondo. Don Chisciotte, cavaliere errante animato da visionaria ostinazione, leggeva la realtà spagnola assai diversamente da come si palesava nella realtà. Come il Cavaliere della Mancha, la Commissione Europea che scegliendo la strada dell'indulgenza alle coltivazioni biotech si è scagliata contrio i mulini a vento dell'opinione pubblica.

L'affermazione è senz'altro vera per il territorio italiano dove, scavalcando schieramenti politici e ideologici, il mondo delle istituzioni, dei partiti, delle associazioni e l'opinione pubblica, hanno rumoreggiato esplodendo in un deciso 'no agli Ogm, sì alla tradizione italiana'.
La causa scatenante è stata Amflora, la patata transgenica dal nome romantico che dal giorno successivo all'annuncio fatto da Johon Dalli, responsabile della salute nell'Esecutivo Barroso, in cui si rendeva pubblica l'autorizzazione alla sua coltivazione, non ha ancora smesso di far parlare di sé.
In verità con l'arrivo di Amflora (sviluppata da Basf per l'impiego dell'amido in essa contenuto a scopi industriali e di alimentazione animale) e delle tre varietà di mais sviluppate da Monsanto (per le quali l'autorizzazione è all'utilizzo e non alla coltivazione) diventano 35 gli Organismi gm autorizzati in Europa: 19 varietà di mais, 6 di cotone, 3 di colza, 3 di soia, 1 di barbabietola, 1 di patata (Amflora per l'appunto) e 1 microorganismo.

Con un colpo al cerchio e uno alla botte, la Commissione ha parallelamente dichiarato che verrà approvata, entro l'estate, una normativa con cui verrà demandata agli stati membri la decisione di autorizzare o meno la coltivazione di piante GM sul proprio territorio.
I paesi del Vecchio Continente che ad oggi hanno avviato la coltivazione di vegetali GM (mais Mon180 di Monsanto), sono 6 su 27 e più precisamente Spagna (80% del totale), Repubblica Ceca, Portogallo, Romania, Polonia e Slovacchia. Di questi, solo il Portogallo ha incrementato la superficie totale interessata da Mais geneticamente modificato e la Polonia ha mantenuto invariato il dato, per tutti gli altri si è verificata una contrazione rispetto al 2008.

E' Luca Zaia, ministro delle Politiche agricole (in foto) il primo a schierarsi contro gli organismi GM dichiarando che verranno adottate tutte le procedure necessarie a far scattare, nel nostro paese, la clausola di salvaguardia per impedire la coltivazione e la commercializzazione della patata Amflora. Precisa inoltre il ministro, che fino a che non saranno concluse le procedure legate ai piani di coesistenza da stabilire insieme alle Regioni, la semina delle colture geneticamente modificate è ancora vietata. Dato questo non trascurabile, visto che sono 16 le Regioni che si sono già dichiarate Ogm free.
Anche Gianni Alemanno, ex ministro delle Politiche agricole e oggi sindaco della Capitale, si è detto contrario alle coltivazioni biotech sul territorio nazionale, definendo un diritto da difendere al di là di ogni schieramento politico, quello dei cittadini di scegliere di mantenere il proprio territorio libero da Organismi geneticamente modificati. Una posizione chiara che pur vede di buon occhio la possibilità lasciata dalla Commissione agli Stati membri di scegliere per il proprio sistema agricolo e alimentare.

Fuori dal coro Paolo De Castro (in foto), ministro delle Politiche agricole nel 2006 e oggi presidente della Commissione Agricoltura dell'Europarlamento secondo cui, la scelta dell'Europa che si è fatta paladina del principio di precauzione, non deve portare ad avere comportamenti oscurantisti ed antiscientifici. Secondo De Castro, si tratta semplicemente di un miglioramento genetico ottenuto con nuove tecnologie rispetto a quelle impiegate fino ad oggi per gli alimenti che ogni giorno mettiamo in tavola. Inoltre, la proposta di regolamento fatta lo scorso 26 gennaio dalla Commissione Agricoltura dell'Europarlamento sull'etichettatura obbligatoria d'origine degli alimenti in cui si precisa, in particolare, la necessità di trasparenza in caso di prodotti Ogm dovrebbe, secondo l'ex ministro, lasciar tranquilli i consumatori.

Dello stesso parere Confagricoltura, secondo cui prima di essere contrari sarebbe necessario conoscere il significato della parola Ogm (ignoto ai più, stando ad uno studio Ispo). Fa sapere Confagricoltura che, dati alla mano, l'atteggiamento dei maiscoltori della pianura padana non sarebbe affatto di rifiuto nei confronti del transgenico e che anzi un suo impiego potrebbe aiutare numerosi comparti produttivi in crisi tra cui quello maisicolo.
Compatte per il no invecie, la Confederazione italiana agricoltori e Coldiretti, da sempre in prima fila per la difesa della qualità e del Made in Italy. Secondo Giuseppe Politi, presidente Cia, scegliere gli Ogm significherebbe "andare verso una omologazione delle produzioni mettendo quindi in discussione la biodiversità dell'agricoltura italiana e di conseguenza, la tradizione delle produzioni".
Parere condiviso da Rolando Manfredini responsabile della sicurezza alimentare di Coldiretti, il quale rincara la dose aggiungendo l'impossibilità, in un territorio come quello italiano, "di mantenere adeguate zone tampone volte ad evitare l'inquinamento delle colture convenzionali".

Liberi da Ogm dunque? In realtà, seppur in modo indiretto, gli organismi biotech sono già entrati nella catena alimentare passando dalla porta di servizio. Il 90 per cento della soia fornito agli allevamenti italiani è di importazione e spesso geneticamente modificata in quanto più economica.
Basta dunque leggere l'etichetta e scegliere? Claudio Mazzini, responsabile qualità Coop Italia, spiega come ciò non sia proprio vero. L'indicazione di presenza di organismi GM, infatti, è obbligatoria solo per prodotti finiti e qualora venga superata la soglia ritenuta accidentale e tecnicamente inevitabile dello 0.9%. A dire: nessuna indicazione per carne, latte e formaggio ottenuti da animali alimentati con organismi geneticamente modificati.

Ad offuscare, infine, le rassicurazioni di Barroso sulla destinazione industriale di Amflora, ci ha pensato Basf dichiarando a France Press di voler avviare entro il 2011 la coltivazione di altre due patate geneticamente modificate una delle quali, Fortuna, destinata al consumo umano. Vedremo dunque se anche per Fortuna il dibattito sarà vivo come per la sorella maggiore Amflora.

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