Bayer cede su glifosate: 10,5 miliardi di patteggiamento

Si chiudono così 95mila cause in America su 120mila. Restano ora in sospeso 25mila querelanti che hanno rifiutato l'offerta

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Querelanti e avvocati vincono. Scienza e ragione perdono
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Alla fine ha ceduto: sommersa da una grandinata di cause, Bayer ha chiuso con un patteggiamento da oltre dieci miliardi e mezzo di dollari. O meglio, spera di aver chiuso, perché con la mossa attuale si sistemano solo 95mila delle 120mila cause mossele per via di glifosate, mentre gli avvocati dei querelanti si fregano già le mani pensando in che razza di inesauribile filone di business sono riusciti a mettere le mani.

Se una volta nel Far West per fare soldi velocemente bisognava infatti rischiare la pelle assaltando le diligenze della Wells Fargo, fazzoletto sul viso e pistola in pugno, oggi si possono comodamente estorcere miliardi alle multinazionali cavalcando casi che di per sé, in un mondo razionale, non entrerebbero neanche in tribunale.

Ikea, il gigante della mobilia monta-da-te, ha patteggiato un risarcimento di 46 milioni di dollari a una famiglia il cui bambino è morto schiacciato da una cassettiera non fissata al muro come le istruzioni chiaramente dicevano. E già nel 2016 aveva chiuso una causa con tre famiglie che l'avevano citata in giudizio per casi simili. In sostanza, la negligenza dei genitori ha finito per essere caricata sull'incolpevole multinazionale gialla-blu. Ma in America funziona così: Davide batte sempre Golia, tanto da mettere in dubbio chi sia davvero David e chi Golia.

Anche Johnson & Johnson ha subito un caso analogo a quello di Monsanto-Bayer-glifosate. Questa volta per il borotalco. La cifra patteggiata è di 2,1 miliardi di dollari da consegnare a 22 donne ammalatesi di tumore alle ovaie. Conterrebbe amianto, quel borotalco, quindi sarebbe cancerogeno. E altre 19mila cause stanno gravando come macigni sulla multinazionale dell'igiene intima.

Il copione è più o meno quello visto con Dwayne Johnson nel tribunale californiano: il querelante che descrive scenari in cui letteralmente sguazza nel prodotto sotto accusa. Il giardiniere affermando di bagnarsi completamente di diserbante a causa di una pompa difettosa (e allora fai causa al tuo capo per non avertela cambiata…). Fra le querelanti all'attacco di Johnson & Johnson ve n'è stata qualcuna che si descriveva praticamente come un pesce infarinato, pronto per friggere, da tanto borotalco si sarebbe cosparsa da mane a sera nelle parti intime. Testimonianze impossibili da smentire, perché nessuno, ovviamente, poteva essere nel bagno con la signora o nei giardini con Dwayne Johnson.

Così come avvenuto per glifosate, per il quale non esiste Autorità di regolamentazione al mondo che non abbia espresso parere contrario a quello della Iarc, Epa in primis, anche per il borotalco vi sono pareri a favore del prodotto. Non vi sarebbero cioè correlazioni comprovate fra il prodotto e il cancro.

Il problema è che gli enti seri si limitano correttamente a dire che "probabilmente non genera il cancro perché non ci sono prove concrete". Nei tribunali prevale invece chi tira sassate atte a colpire emotivamente l'opinione pubblica basandosi su casi singoli in cui il legame di causalità è più aleatorio di un sospiro nel vento. Ma tanto basta. Giudici e giurie puntano il dito e la multinazionale perde. E paga.

Sta di fatto che Ikea, oltre a sborsare, ha ritirato migliaia di cassettiere della serie Malm, Johnson & Johnson ha annunciato che non commercializzerà più borotalco in Usa e Canada e Bayer… Bayer paga e incrocia le dita. Tanto è ormai quasi certo che glifosate non sopravviverà in Europa dopo il 2022, per mere motivazioni politiche, e anche negli Stati Uniti vi è da chiedersi quanto mai potrà andare avanti nelle vendite sapendo a quali rischi ci si espone in termini di cause predatorie, ovvero l'unico tipo di cancro che pare non vi sia alcuno in grado di curare.

Unica, magra, consolazione, la condanna di due avvocati che si sono fatti beccare nel tentativo di estorcere 200 milioni di dollari a una multinazionale basandosi su leve analoghe a quelle viste per glifosate e borotalco. Solo che questa volta la multinazionale li ha incastrati e fatti arrestare. Timothy Litzenburg e Daniel Kincheloe non potranno più ordire ricatti milionari basati sul nulla. Ma per uno come Litzenburg ce ne sono centinaia ancora a piede libero, pronti a sbranare ogni multinazionale capiti loro a tiro che ve ne sia ragione oppure no.

Si chiamano "predatory litigation" mica per niente: sommergi una società con migliaia di cause e quella alla lunga dovrà cedere anche se ha ragione. Un bug di sistema che prima o poi dovrà essere corretto dalla Giustizia americana, perché altrimenti di causa in causa, di avvocato in avvocato, resterà ben poco del mondo produttivo che ha reso l'Occidente un florido areale di progresso e di benessere. Quello in cui ci si può curare dal diabete grazie a dei farmaci specifici, salvo utilizzare la vita così preservata per muovere causa proprio alla multinazionale che ce li ha venduti, quei farmaci, perché non ha scritto sull'etichetta che il prodotto "potrebbe" causare il cancro, sebbene alla posologia prescritta tale fenomeno non avvenga e nelle statistiche oncologiche specifiche risulti fra i migliori medicinali quanto a sicurezza. In sostanza, un giochino analogo a quello visto sul glifosate: questione di etichetta, non di cancro. Cosa che a questo punto suggerirebbe di scrivere su ogni prodotto al mondo che potrebbe causare il cancro, così la finiamo e non se ne parla più.

E non si pensi che in Italia si sia messi poi tanto meglio. Basti ricordare i costi della cosiddetta "medicina difensiva", quella divenuta ormai necessaria per difendersi da possibili cause intentate dai pazienti o dai loro parenti, il più delle volte pretestuose e motivate esclusivamente da ragioni, inesistenti, di tipo economico. Per difendersi da tale assalto di pazienti e avvocati i medici prescrivono quindi una montagna di analisi, anche le più inutili, così si parano le spalle (per lo meno ci sperano) verso i tentativi più o meno spregiudicati di spillare quattrini al sistema sanitario nazionale. In sostanza, la prima preoccupazione del personale sanitario sta diventando quella di non finire in tribunale anziché di salvare i pazienti. E il peggio deve forse ancora venire, dopo quanto visto per il Covid-19.

Peccato che i costi di tale medicina difensiva siano stimati in dieci miliardi di euro (0,75% del Pil) e che tale cifra sia intorno al 7-8% di tutta la spesa sanitaria italiana. Cause fra le più bislacche, peraltro, come quelle mosse per chiedere risarcimenti in tema vaccini-autismo, grazie ad avvocati privi di scrupoli e periti di parte che non esitano a citare in bibliografia perfino lo studio-truffa di quell'Andrew Wakefield divenuto purtroppo un eroe agli occhi di quell'esercito di suonati che si è riunito sotto la bandiera dell'antivaccinismo orgogliosamente anti-scientifico.

Questo il contesto, americano ma non solo, in cui Monsanto prima e Bayer poi si sono trovate a navigare. Scienza zero, ragione sotto zero, ma business facili con molti zeri. E finché esisteranno cittadini alla spregiudicata caccia di quattrini, sobillati e organizzati da avvocati ancor più spregiudicati, vi è da chiedersi quanto sarebbe interessante vedere cosa succederebbe a sospendere tutto per un anno: zero farmaci, zero cibo. Così, tanto per ricordare a tali cittadini come mai le loro aspettative di vita sono raddoppiate in un secolo. Non certo grazie agli studi legali.

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Fonte: Agronotizie

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