I numeri sullo sfondo sono ampiamente noti e l'Onu ci ricorda che entro il 2050 sul pianeta avremo una popolazione globale di 10 miliardi di persone, che avrà bisogno del 60% in più di calorie. Fra cambiamenti climatici, guerre, pressioni geopolitiche, vincoli ambientali, c'è forse un continente che ha enormi potenzialità di crescita e che può diventare un punto di forza per nutrire la popolazione mondiale in crescita: l'Africa.

 

Di quello che potrebbe essere un nuovo ruolo ne è convinto il fondatore di Microsoft, ora grande filantropo, Bill Gates: "L'Africa può essere un esportatore netto di cibo", ha spiegato nei giorni scorsi al Financial Times, sostenendo che sementi migliori e una migliore genetica del bestiame potrebbero avere un grande impatto sulla crescita dell'agricoltura. Ma non è tutto. La rivoluzione verde, per Bill Gates, passa anche attraverso un corretto utilizzo dei fertilizzanti, "carburante" utile per innescare la necessaria rivoluzione verde.

 

Il futuro agricolo dell'Africa

Sarebbero dunque tre i fattori che, combinati insieme, potrebbero invertire la rotta e dare efficienza ad un settore agricolo che oggi non brilla certo per performance produttive e di efficienza, visto che la resa media dei cereali è la metà di quella dell'India e un quinto di quella degli Stati Uniti.

 

Ricerca e sviluppo diventano fondamentali per incrementare le produzioni per ettaro e per affrontare i cambiamenti climatici in atto, accanto a un percorso di innovazione tecnologica che introduca soluzioni digitali e di razionalizzazione dei processi agricoli e delle risorse disponibili.

 

Non si può trascurare il fatto che gli agricoltori in Africa sono perlopiù "produttori di sussistenza o su piccola scala, che lavorano duramente su terreni alimentati dalla pioggia e spesso fortemente degradati. Pochi acquistano semi commerciali", come ha ricordato in un ampio reportage il Financial Times. Sementi più performanti, dunque, come boost per incrementare la produttività.

 

Allo stesso tempo, il secondo elemento chiave per il futuro dell'agricoltura africana è rappresentato dall'impiego adeguato di fertilizzanti. Bisognerà evitare gli errori compiuti in passato da modelli di agricoltura più spinti, che hanno cioè utilizzato intense quantità di chimica, impoverendo il terreno e aprendo ai rischi della desertificazione.

 

L'Africa possiede grandi giacimenti di fosfati e da tempo operano società, come la OCP in Marocco, che estraggono rocce fosfatiche con l'obiettivo di sostenere la fertilizzazione di un continente che nella classifica dell'utilizzo di concimi e mezzi tecnici si colloca all'ultimo posto su scala mondiale, con la conseguenza di avere una scarsa produttività e di dover ricorrere all'estero per sfamarsi. L'Africa ha, infatti, dovuto importare 43 miliardi di dollari di cibo nel 2019, secondo le stime della Banca Mondiale e le stime calcolano che tale cifra salirà a 110 miliardi di dollari entro il 2025.

 

Per incrementare un uso consapevole ed equilibrato dei fertilizzanti, la società OCP sta declinando dei programmi di rafforzamento dell'agricoltura attraverso laboratori mobili per l'analisi del terreno con risultati interessanti tanto in Etiopia quanto in Nigeria, che sono due fra i Paesi più popolosi dell'Africa e potenziali centri agricoli. Sul campo si notano già dei miglioramenti sensibili dei rendimenti.

 

Finanziamenti e tecnologie (meccanizzazione, acqua, ma anche logistica e trasporti) sono altri fattori in grado di sostenere la crescita delle aziende agricole africane, caratterizzate da piccole dimensioni e strutture familiari, orientate perlopiù alla sussistenza. Eppure, con le giuste politiche, è convinto anche il direttore generale della Fao, Qu Dongyu, "il Sud Sudan ha il potenziale per diventare il granaio dell'Africa orientale".

 

Bisognerebbe garantire maggiore stabilità politica, periodi di pace, unitamente a certezza del diritto per assicurare la proprietà dei terreni in mano agli agricoltori.

 

Per la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, "l'Africa ha tutto ciò che serve per diventare la prossima potenza economica globale, pioniera nelle destinazioni turistiche emergenti e greentech e leader nella transizione digitale".

 

E in questo contesto il Piano Mattei presentato a fine gennaio potrebbe rappresentare un aiuto per la crescita dell'Africa, a maggior ragione se la sua portata potesse essere sostenuta a livello europeo.

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La visita nei giorni scorsi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in Costa d'Avorio, può essere letta come la volontà di sostenere la cooperazione paritaria, positiva, finalizzata al benessere economico di tutti i partner coinvolti. E seppure il contesto della visita fosse di natura industriale e non agricola, i segnali di un endorsement a una nuova intesa con l'Africa ci sono.

 

Contrastare il land grabbing

Costruire e assicurare produttività e indipendenza potrebbe anche essere una risposta efficace al "land grabbing", l'accaparramento dei terreni che è considerato da molti una sorta di nuovo colonialismo, una corsa alle terre fertili che avviene in violazione di diritti umani, secondo quanto definito dall'International Land Coalition nel corso della Conferenza di Tirana del 2011, che ha riacceso i riflettori su un fenomeno che fra il 2008 e il 2011 è esploso, in seguito alla crisi dei subprime negli Stati Uniti, che diede il via a un tracollo dell'economia su scala mondiale.

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Fra i player più attivi nel land grabbing vi è la Cina, fino alla seconda ondata di covid-19 una delle economie alle prese con la maggiore espansione e con la necessità di implementare la produzione di cibo e l'accaparramento di materie prime, non soltanto agricole, come si è visto.

 

Un fenomeno in grado di innescare dinamiche complesse e concatenate, col rischio di generare una nuova scarsità del cibo, con costi maggiori per tutti e una nuova era di insicurezza alimentare, come anticipato alcuni anni fa (era il 2011) da Paolo De Castro, docente universitario a Bologna, già ministro delle Politiche Agricole all'epoca di Romano Prodi presidente del Consiglio e parlamentare europeo, che tornò sul tema anche nel 2015, in pieno Expo di Milano, col volume "Cibo. La sfida globale" (edito Donzelli Editore).

 

La strategia, in futuro, sembra dunque essere una sola: migliorare le produzioni, assicurare uno sviluppo equilibrato delle aree rurali e dei mercati, dare ossigeno alle comunità locali, sostenere l'uso della chimica nel rispetto dell'ambiente. Ma agire in fretta. Servono strategie e una nuova politica per l'Africa, con l'Europa protagonista.