Fermate quei cinghiali (e la peste)

La presenza di troppi selvatici favorisce la diffusione del virus nei suini. La Cina fa incetta di cereali e i prezzi volano. Fisco, confermate le agevolazioni. Più trattori nuovi. Il riso conteso fra "classico" e "puro"

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

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Una selezione degli argomenti pubblicati nella settimana dal 10 al 16 gennaio

Attenti alla Cina

Il nuovo anno si è aperto con ulteriori aumenti delle materie prime per l'alimentazione del bestiame, come la soia e il mais.
Contribuisce a tenere alto il prezzo di queste commodity la politica portata avanti da Pechino nell'accaparramento di queste derrate, evidentemente considerate strategiche.
Stando alle informazioni riportate il 10 gennaio sul quotidiano veronese L'Arena, entro la prima metà di quest'anno il 69% delle riserve mondiali di mais saranno nei magazzini cinesi.
Le importazioni di riso in Cina assorbiranno il 60% della produzione mondiale e il 51% per quella di grano.

Gli effetti sui mercati non hanno tardato a farsi sentire, con un'impennata dei prezzi che ha raggiunto i massimi registrati da oltre 10 anni.
Salgono anche i prezzi dei prodotti lattiero caseari, aumentati del 19% e così pure dello zucchero dove l'aumento è di oltre il 40%.
Rispetto allo scorso anno si registra anche un aumento del 51,4% per i grassi vegetali.
Si è aperto uno scenario, conclude l'articolo, dove emergono speculazione ed incertezza per gli effetti dei cambiamenti climatici, con una conseguente corsa dei singoli Stati ai beni essenziali. Pesanti le conseguenze per la zootecnia italiana, dove l'aumento dei costi costringe gli allevamenti a lavorare in perdita.


E' allarme peste

Ha trovato ampio spazio sui quotidiani la notizia dell'isolamento di un focolaio di peste suina africana in alcuni cinghiali selvatici presenti tra il Piemonte e la Liguria.
Il Tempo in edicola l'11 gennaio ha dedicato a questo argomento un ampio servizio a firma di Valeria di Corrado, dove si precisa che sono 63 i comuni, a cavallo tra le province di Alessandria e Genova, coinvolti dalle procedure di controllo per circoscrivere la diffusione di questa virosi.
Della peste suina africana l'articolo ripercorre anche la storia, ricordando che è stata isolata in Kenya un secolo fa, per poi diffondersi in Russia e Ucraina.
Nel 2019 ha continuato ad espandersi, raggiungendo la Cina e la Corea del Sud per poi spingersi verso Ovest. prima in Serbia e poi, nel 2020, in Germania e Grecia.

Si ricorda che questa patologia non si trasmette all'uomo, ma che l'uomo può essere un veicolo di contagio, come pure possono esserlo la carne e i prodotti della salumeria o gli scarti di cucina, e persino oggetti contaminati.
Il timore, come spiega Francesco Feliziani, responsabile del Centro di referenza nazionale per la peste suina dello Zooprofilattico dell'Umbria e delle Marche, è quello che la catena appenninica si trasformi in una sorta di autostrada sulla quale il virus può viaggiare da Nord a Sud dell'Italia attraverso i cinghiali.
Un motivo in più per procedere con un contenimento delle specie selvatiche cresciute a dismisura.
Le prime conseguenze si sono già fatte sentire sul fronte delle esportazioni, tanto che Taiwan e Giappone hanno chiuso le frontiere alla carne e ai suoi derivati provenienti dall'Italia.
Se il contagio si diffonderà, altri paesi potrebbero seguire questo esempio.


Le sofferenze del Sud

Per l'agricoltura del Mezzogiorno è un quadro a tinte fosche quello disegnato da Anna Maria Capparelli sulle pagine del Quotidiano del Sud del 12 gennaio.
Il covid, il gelo e l'impennata della bolletta energetica, si legge sin dalle prime righe dell'articolo, hanno messo in moto una spirale perversa.
Ancora oggi i contraccolpi dell'emergenza sanitaria si avvertono lungo tutta la filiera agroalimentare, con il calo dei consumi registrato dal canale Horeca, quello della ristorazione collettiva.

Il calo degli acquisti non è l'unico motivo di preoccupazione.
Diventano infatti sempre più gravosi i costi energetici che stanno mettendo in crisi i redditi aziendali.
I costi delle operazioni colturali sono saliti a causa dell'aumento del prezzo del gasolio, mentre per i fertilizzanti si paga fino al 140% in più. In forte sofferenza per i consumi energetici sono le serre, ma anche per le aziende zootecniche i costi sono in forte aumento.
I prezzi riconosciuti per i prodotti agricoli restano invece fermi al palo, come accade per il prezzo del latte.
Il gelo sta mettendo anche a rischio alcune colture orticole di pieno campo, una situazione che potrebbe favorire processi speculativi.
A proposito di gelo, l'articolo si conclude ricordando che l'agricoltura è quella che paga più di altri le conseguenze delle alterazioni del clima, e l'agricoltura è al contempo il settore più impegnato nel contrastare i cambiamenti climatici.


Le novità fiscali

Sulle pagine de Il Sole 24 Ore del 13 dicembre Francesco G. Carucci fa il punto sulle novità introdotte dalla legge di Bilancio 2022 in tema di fisco.
Scorrendo i commi di questa normativa si ha la conferma che anche per l'anno in corso i redditi dominicali e agrari non concorreranno alla formazione della base imponibile ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche.
Potranno accedere a questa agevolazione i coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola.

Dunque a questi benefici fiscali non potranno accedere gli imprenditori agricoli qualificati come tali in virtù della partecipazione in società agricole in nome collettivo oppure in accomandita semplice.
Al contrario ne potranno beneficiare le persone appartenenti al medesimo nucleo familiare che insieme al titolare partecipano attivamente al lavoro dell'azienda, purché iscritti nella gestione previdenziale agricola.
Nella stessa legge di Bilancio sono poi confermate le percentuali di compensazione Iva per le cessioni di animali vivi. Per i bovini e per i suini tali percentuali sono state uniformate e innalzate al 9,5%.


Troppi cinghiali

Gli episodi di peste suina africana, riscontrati in alcuni cinghiali fra le province di Alessandria e Genova, tornano agli onori delle cronache per il timore di un blocco alle nostre esportazioni di insaccati e salumi.
Il valore delle nostre esportazioni del settore suinicolo, ricorda Gabriele Carrer sulle pagine de La Verità del 14 gennaio, hanno raggiunto nel 2021 l'importante cifra di 1,7 miliardi di euro, in aumento di oltre il 12% rispetto all'anno precedente.

La chiusura delle frontiere straniere potrebbe mettere a rischio questi risultati dopo che già il Giappone, Taiwan, il Kuwait e anche la Svizzera hanno introdotto barriere sanitarie nei confronti delle produzioni italiane.
La presenza della peste suina africana nei cinghiali risolleva il problema del controllo della fauna selvatica, per troppo tempo dimenticato, nonostante i ripetuti appelli degli agricoltori.


La corsa dei trattori

Il 2021 si è chiuso con un forte investimento in macchine agricole, tanto che le immatricolazioni di trattori hanno raggiunto la quota di 24.400 unità, con una crescita rispetto all'anno precedente di oltre il 36%.
E' quanto si apprende dall'articolo a firma di Giorgio dell'Orefice per le pagine de Il Sole 24 Ore in edicola il 15 gennaio, che puntualizza l'importanza dell'export, che assorbe il 65% dei 14 miliardi di euro di fatturato del settore.

Dopo il rallentamento del 2020, ricorda il presidente di FederUnacoma, Alessandro Malavolti, un rimbalzo era atteso pur se non di queste dimensioni.
Una ripresa favorita dagli incentivi ancorati all'innovazione tecnologica, che hanno consentito agli agricoltori di effettuare questi investimenti, altrimenti difficili da sostenere.
Va tuttavia segnalata la tendenza a non rottamare i vecchi trattori, tanto che in Italia risulta un parco circolante di 2 milioni di trattrici, molto spesso prive delle misure di sicurezza oggi previste sui nuovi mezzi.
Ciò contribuisce all'elevato numero di incidenti che ancora si registrano in campo agricolo.
Da una media di 200 morti l'anno si è ora scesi a 150, comunque troppi e bisogna fare di più per ridurre al minimo questi numeri.


Il riso tra classico e puro

La differenza sta tutta in due parole, classico e puro. La decisione di adottare per il riso la definizione di classico per le varietà come ad esempio l'Arborio, il Baldo o il Carnaroli, si è rivelata perdente per i produttori.
La motivazione, come scrive Attilio Barbieri sulle pagine di Libero del 16 gennaio, è semplice: le grandi riserie industriali non hanno interesse di valorizzare i risi classici.
Così si continuano ad utilizzare prodotti similari che dopo la lavorazione possono essere assimilabili alle varietà in purezza, sebbene ci siano grandi differenze.

A quattro anni dalla legge che ha riformato il mercato del riso italiano, che aveva raccolto l'entusiasmo di molti risicoltori, dei 340 coltivatori che avevano seminato e raccolto le varietà in purezza ne sono rimasti poco più di 200.
La definizione di classico, continua l'articolo, si presta a confondersi con prodotti presenti sul mercato da tempo, mentre la definizione di puro avrebbe comportato un deprezzamento dei risi similari, cosa ovviamente non gradita alle industrie del riso.
Risultato finale: ne soffrono i produttori che non riescono a spuntare prezzi adeguati per il loro lavoro, e ne soffre il vero made in Italy della tradizione.


"Di cosa parlano i giornali quando scrivono di agricoltura?"
Ogni lunedì uno sguardo agli argomenti affrontati da quotidiani e periodici sui temi dell'agroalimentare e dell'agricoltura, letti e commentati nell'Edicola di AgroNotizie.

Nel rispetto del Diritto d'Autore, a partire dal 23 novembre 2020 non è più presente il link all'articolo recensito.

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