Uva da tavola, l'export italiano vola: +35% nel 2020 sul 2019

E' la stima di Ismea sui volumi venduti nei mercati esteri. L'Istituto registra anche un calo dei prezzi all'esportazione del 5,5% e più in generale conferma una diffusa insoddisfazione dei viticoltori per i prezzi all'origine

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

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Ottimi invece i prezzi all'origine rispetto al 2019 sulla piazza di Metaponto, ma il livello medio in Sicilia si mantiene superiore a quello della Puglia
Fonte foto: © Studio Gi - Adobe Stock

L'export dell'uva da tavola italiana nel 2020 è in crescita del 35% in volumi rispetto allo scorso anno per una produzione che si annuncia in linea con la media degli ultimi anni - intorno ad 1 milione di tonnellate - nonostante un calo delle quantità in alcuni areali produttivi a causa del clima, compensati però dall'entrata in produzione di nuovi impianti, con nuove qualità, che si sono rivelate particolarmente apprezzate sui mercati esteri.

E' quanto emerge dell'ultimo Focus Ismea "Uve da tavola", pubblicato nei giorni scorsi, dove tutto sommato si conferma l'elemento negativo di questa annata che si avvia a conclusione: quello dei prezzi altalenanti, che - dopo un buon avvio - non sempre hanno soddisfatto i produttori, soprattutto nelle varietà a minore resa per ettaro, come quelle senza seme, sulle quali vi erano aspettative di prezzo degli operatori di almeno il 15% in più rispetto allo scorso anno.
 

L'andamento dei prezzi e le differenze territoriali nel 2020

Invece, secondo Ismea, anche i prezzi all'esportazione sono stati fino ad ora di un 5,5% in meno rispetto alla campagna 2019. Mentre i prezzi all'origine hanno riservato quasi sempre non esaltanti sorprese agli agricoltori. A questo andamento generale fanno da contraltare i risultati di alcuni mercati all'origine, come quello di Metaponto, nel quale le uve varietà Italia hanno spuntato prezzi mediamente superiori a quelli 2019 del 34% in agosto e del 20% in settembre. Similmente, sempre sullo stesso mercato all'origine, Ismea ha registrato per le varietà apirene prezzi maggiori del 2019 del 50% a luglio, del 7% in agosto e del 40% in settembre.

Inoltre, si registrano differenze di livello dei prezzi per territori e secondo Ismea "le quotazioni all'origine sulle piazze siciliane risultano nettamente superiori a quelle spuntate dal prodotto pugliese. Tale fenomeno è spiegato in parte dalla precocità del prodotto siciliano e in parte dalla dimensione del mercato pugliese che è connotato da volumi all'incirca doppi rispetto a quelli della Sicilia, con una conseguente maggiore pressione competitiva tra le imprese pugliesi".

Clima e produzione

Inoltre, secondo l'Istituto "L'andamento climatico avverso ha condizionato la prima parte della campagna. Le gelate di marzo e aprile hanno influito negativamente sulle rese di produzione mentre le temperature tiepide di fine primavera e di inizio estate hanno determinato un sensibile ritardo nella maturazione dei grappoli. Tali fenomeni hanno interessato maggiormente l'areale produttivo pugliese mentre quello siciliano non ha lamentato particolari problemi legati al clima".
 

L'evoluzione della struttura produttiva tra 2015 e 2019

Dietro tutto questo c'è l'evoluzione della struttura produttiva e la crescita della produttività del comparto uva da tavola degli ultimi tempi: "Negli ultimi anni le statistiche relative alle superfici investite a uve da tavola in Italia si sono assestate intorno ai 46mila ettari - ricorda il focus di Ismea. Queste superfici sono concentrate in Puglia e Sicilia. "I dati relativi al quinquennio evidenziano tuttavia una certa dinamica a indicare il tentativo di adeguare le varietà ai cambiamenti della domanda attraverso l'eliminazione dei vecchi impianti di varietà tradizionali e il reimpianto di nuovi vigneti a varietà apirene".

Sempre secondo Ismea "Questi cambiamenti hanno anche leggermente modificato la ripartizione provinciale della produzione con una flessione degli investimenti nella provincia di Taranto; mentre in altri areali pugliesi si sono verificati degli incrementi".

"In termini di quantità, la filiera italiana delle uve da tavola si basa su una disponibilità di prodotto che è di poco superiore ad un milione di tonnellate. Il 98% della disponibilità è garantita dalla produzione interna e il restante 2% dal prodotto di importazione" è scritto nel focus di Ismea.

"Analogamente a quanto visto per le superfici investite, anche i dati relativi alla produzione evidenziano una forte concentrazione in Puglia e Sicilia, con oltre il 94% della produzione nazionale realizzata in tali areali nel 2019" aggiunge.

"Va considerato che dell'intera disponibilità, appena il 38% viene assorbito dal consumo interno, con la quota più ampia (45% circa) destinata invece alle esportazioni". Del resto l'Italia conferma nel 2019 il suo ruolo di sesto paese esportatore mondiale, con una quota di mercato vicina al 9%.

Tutto questo avviene mentre nel complesso, tra il 2015 e il 2019, il saldo delle aree vitate in produzione è comunque negativo, con una flessione di circa 200 ettari.

In particolare, dati Istat alla mano, in Puglia si è passati dai 24.655 ettari del 2015 ai 24.455 del 2019 (-200 ettari), mentre la Sicilia nello stesso intervallo di tempo ha perso 271 ettari di vigneto da tavola, calando dagli iniziali 18.952 ettari di superficie investita a 18.681 ettari.
A limitare questa riduzione - che nelle due principali regioni produttrici assomma a 471 ettari - è l'avanzata della coltivazione nelle altre regioni produttrici, passate dai 3.332 ettari del 2015 al più consistente investimento di 3.589 ettari (+257).

Al contempo si osserva un relativo buon andamento della produzione italiana: si va dalle 813.477 tonnellate del 2015 ad oltre un milione di tonnellate del 2019, con la Puglia che concentra il fenomeno dell'innalzamento delle rese per ettaro, passando dalle 386.873 tonnellate del 2015 alle 599.522 tonnellate del 2019. Mentre in Sicilia si registra una diminuzione della produzione, che consegue linearmente alla riduzione delle superfici. Nelle altre regioni si osserva invece una diminuzione dovuta ad un più marcato effetto di sostituzione tra varietà tradizionali e varietà apirene a minor resa .

Complessivamente in questo arco di tempo si osserva che nonostante il progredire di nuovi investimenti a più bassa produttività, le rese per ettaro totali si tengono elevate ed aumentano, e questo può spiegarsi solo grazie al miglioramento delle performance sulle uve tradizionali, come, ad esempio, Vittoria e Italia nelle cultivar a bacca bianca con seme, che rappresentano ancor oggi il nerbo della produzione italiana di uva da tavola. Il che è tanto più vero, atteso che la superficie vitata è comunque se pur leggermente diminuita e le uve senza seme hanno rese per ettaro inferiori dal 12 al 15% rispetto a quelle tradizionali.

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Fonte: AgroNotizie

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Tag: viticoltura prezzi mercati frutta fresca

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