Greenpeace, polveri sottili e numeri che non tornano

Agricoltura, ambiente & salute: emblematica lezione su come presentare i numeri per demonizzare gli allevamenti. Meglio quindi spiegare perché l'agricoltura e la zootecnia non sono i mostri che vengono descritti

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Agricoltura, ambiente & salute: ecologismo e carta stampata

Sintesi per chi ha fretta:

Antefatti:
  • Sul Corriere della Sera del 29 aprile Greenpeace ha pubblicato un articolo a commento del report Ispra 2020 sugli inquinanti atmosferici, attribuendo agli allevamenti il 17% del particolato sottile italiano, cui andrebbe aggiunto secondo Greenpeace un altro 4% di origine "agricola", per lo meno per come appare nell'infografica a corredo del testo pubblicato.
  • Nell'articolo si dichiara che il particolato sottile derivante dagli allevamenti sarebbe salito dal 7% sul totale del 1990 al 17% sul totale del 2018.
  • Sempre gli allevamenti vengono abbinati ai riscaldamenti e posti in tal modo vetta alla classifica delle attività responsabili delle polveri sottili, con una somma pari al 54% del totale.
  • Greenpeace fa anche riferimento ad alcune ipotesi di correlazione fra polveri sottili e Covid-19, inducendo a pensare che in tale possibile relazione la zootecnia possa giocare un ruolo importante.

Fatti:
  • I dati nel Report Ispra 2020 non sono relativi ai soli "allevamenti", bensì all'agricoltura nel suo insieme, confrontabile con gli altri settori emissivi.
  • Le percentuali espresse nell'articolo non trovano riscontro nel Report Ispra, ove se ne trovano di inferiori.
  • Il valore di PM10 di origine agricola è sceso dalle 33mila tonnellate su 296mila nel 1990 (11,15% del totale) a 23mila tonnellate su 177mila del 2018 (13% del totale). Tali emissioni sarebbero cioè calate del 30,3%.
  • Il valore dei PM2.5 di origine agricola è sceso da 7mila tonnellate su 229mila del 1990 (3% del totale) a 5mila tonnellate su 143mila del 2018 (3,5% del totale). Tali emissioni sono quindi calate del 28,6%. E per la salute questo tipo di particolato è molto più pericoloso, penetrando maggiormente nell'organismo.
  • Esprimere i trend agricoli in termini percentuali trasferisce l'idea che i loro apporti siano in aumento quando al contrario sono in calo. L'aumento percentuale, che dalle stesse tabelle Ispra non risulta comunque dal 7% al 17%, è stato in realtà minimo e dovuto unicamente al fatto che altri settori come trasporti e industrie hanno diminuito significativamente i propri apporti, inducendo in tal modo un innalzamento delle percentuali degli altri settori, inclusi quelli anch'essi in calo assoluto come appunto l'agricoltura.
  • I riscaldamenti fanno la parte del leone ovunque, tranne che nella provincia di Milano, dove sono i trasporti in cima alla classifica del particolato sottile prodotto.
  • La correlazione polveri sottili/Covid-19 è ben lungi dall'essere scientificamente dimostrata, limitandosi a qualche correlazione meramente temporale dei due fenomeni. Non esiste in Lombardia alcuna corrispondenza a livello provinciale fra emissioni di particolato sottile e impatto del coronavirus in termini di contagi e di decessi.
  • Gli ossidi di zolfo (SOx) di origine agricola rappresentano oggi lo 0,09% del totale emesso, rimanendo invariato rispetto al 1990, mentre gli ossidi di azoto (NOx) sono calati da 62mila tonnellate a 51mila, pari a una diminuzione del 17,7%. Ancor più marcata la diminuzione dell'ammoniaca, scesa del 23,3% dalle 450mila tonnellate del 1990 alle 345mila del 2018. Un sonoro 100mila tonnellate in meno, circa, dovuto in primis al miglioramento delle pratiche zootecniche.
 

Approfondimento per chi vuole sapere di più

Difficilmente sul Corriere della Sera un articolo come quello che segue potrà mai trovare spazio. Né si pensa potrà mai sperare di essere pubblicato da qualche altro primario giornale di tiratura nazionale, né quotidiano, né periodico. In questo articolo non si farà infatti né clamore, né si condivideranno notizie choc. Al contrario, si descriveranno l'agricoltura e la zootecnia dal punto di vista dell'inquinamento atmosferico per quello che dicono i numeri, attinti in modo fedele da fonti ufficiali, cercando di fornire un quadro d'insieme del problema e ripartendo pesi e responsabilità in modo oggettivo, anziché piegarli a un'ideologia che abbia come obiettivo la demonizzazione di un solo specifico settore.

Invece, sul Corriere della Sera del 29 aprile ha trovato agevole spazio Greenpeace, sulla quale ci si iniziava a interrogare con ansia come mai non si fosse ancora palesata sul tema coronavirus, zootecnia e polveri sottili. L'attesa non è stata vana, perché infatti l'uscita è finalmente (sic!) arrivata, con l'usuale dribbling fra i numeri cui ormai si è abituati da tempo quando a parlare di agricoltura siano lobby ambientaliste.

Il tema è purtroppo ormai noto: la zootecnia (solo se intensiva, mi raccomando) viene descritta come fonte primaria di particolato sottile, i famigerati PM10 e PM2.5, rilanciando pure l'ipotesi, tutt'ora rimasta tale, circa un loro supposto legame con il Covid-19. Tema di cui su AgroNotizie si è già parlato nell'approfondimento "Zootecnia, polveri sottili e Covid-19: vero e falso".

Sulle pagine del Corriere della Sera Greenpeace ha snocciolato numeri estratti, dicono loro, dal report Ispra 2020. Numeri, quelli riportati dall'associazione ambientalista, che però odorano molto di "cherry picking", ovvero l'oculata messa in vista dei dati che più servono, sfumando od omettendo quelli che direbbero il contrario di quanto si vorrebbe dimostrare. Seguendo la medesima logica comunicativa, sono stati poi anche riportati trend temporali che indurrebbero a pensare vi sia in corso un progressivo inasprimento delle emissioni agricole, quando è semmai vero il contrario. Ma andiamo per ordine.
 

Sommare percentuali diverse? Non si fa…

Anno 2018: ai soli allevamenti, nemmeno all'agricoltura nel suo insieme, viene attribuito da Greenpeace il 17% delle emissioni nazionali di polveri sottili, ovvero i famigerati PM10 e PM2.5. Queste, leggendo l'articolo, sarebbero pure salite di dieci punti percentuali rispetto al dato del 1990, pari, sempre per Greenpeace, al 7%.

Ciò porta dritto il lettore a credere che vi sia stato un aumento importante del peso degli allevamenti sull'inquinamento atmosferico, quando così non è, come si vedrà di seguito. Non solo perché i dati contenuti nel rapporto di Ispra parlano di agricoltura, non di sola zootecnia, ma anche perché è proprio nei conti che qualcosa non va.  

Dalle tabelle del report Ispra 2020 (pagine 59 per i PM10 e pagina 61 per i PM2.5) si deriverebbe infatti un valore pari al 13% dei PM10, cioè quello che si ottiene dividendo le 23mila tonnellate complessive di polveri sottili attribuite all'agricoltura (tutta, non solo gli allevamenti) per le 177mila tonnellate contabilizzate a livello nazionale. Questo nell'anno 2018. Di queste 23mila tonnellate circa 5mila sarebbero di PM2.5, sottocategoria dei PM10. Questi sarebbero cioè pari solo al 3,5% delle 143mila tonnellate complessive di questo specifico tipo di particolato sottile. Ovviamente al netto di eventuali arrotondamenti fatti da Ispra per semplificare la lettura delle tabelle stesse. Infatti, a pagina 172 e 173 del medesimo rapporto si possono trovare valori al "pettine fine" circa il calcolo delle percentuali di polveri sottili attribuibili alle diverse componenti agricole e zootecniche. Anche in tal caso si conferma come l'agricoltura nel suo insieme emetta PM10 in ragione del 13% (per la precisione 12,97%) e PM2.5 per il 3,7% (precisamente il 3,67%).

Bene ricordare anche che sono soprattutto i PM2.5 a essere pericolosi per la salute, dato che possono penetrare molto più a fondo nell'organismo. Quindi, l'agricoltura è in tal senso una delle fonti più ridotte di tale tipo di particolato.
 

Meglio migliorare la comprensibilità dei numeri

Non del tutto agevole il controllo dei dati per singola tipologia di emissioni, date le infinite sigle con cui esse sono state categorizzate, ma con un po' di pazienza si riesce a calcolare anche l'apporto della gestione del "manure" (letame/deiezioni) in generale ai PM10, pari al 6% (5,99% per essere pignoli), contro l'1,91% del PM2.5. In sostanza, del 13% di PM10 agricolo, poco meno della metà deriverebbe dalla gestione di liquami e letame, mentre questi rappresenterebbero poco più della metà dei PM2.5.

Quindi da dove viene quel 17% citato da Greenpeace? Non si capisce. Perché in tutto il rapporto Ispra quel numero, messo così, non si trova. Nasce a questo punto il sospetto che siano state sommate fra loro le due percentuali dei PM10 e dei PM2.5, cosa che sarebbe alquanto erronea dal momento che i valori derivano da conteggi differenti: 12,99+3,67 fa infatti 16,66, un dato che arrotondato per eccesso produrrebbe appunto quello strano 17% riportato sulle pagine del quotidiano di via Solferino.


Calcoli semplici e diretti

Per rendere l'immagine corretta dell'agricoltura (tutta) sarebbe bastato dire che nel 1990 questa emetteva 33mila tonnellate di polveri sottili (i PM2.5 fanno parte dei PM10) e nel 2018 era scesa a 23mila. Cioè era calata circa del 30% e non più che raddoppiata come indurrebbe a pensare quel passaggio fuorviante dal 7 al 17% indicato da Greenpeace sul totale delle emissioni. Un ribaltamento della realtà sul quale si basa molta della propaganda ambientalista anti-agricola e anti-zootecnica di cui il settore primario soffre. Ma proseguiamo, ancora.
 

Numeri strani, grafici ancor di più

Anche la grafica a supporto del testo pare studiata per corroborare i numeri pubblicati. Lo "smog" viene infatti descritto come derivante per il 54% dalla somma di riscaldamenti e allevamenti, rispettivamente riportati come prima e seconda causa di polveri sottili. E no, nemmeno in questo caso i conti sembrano tornare, visto che ritorna in auge il famigerato 17%, attribuito alla sola zootecnia, salvo poi comparire anche un misterioso 4%, ultimo in classifica, attribuito alla voce "Agricoltura". In totale, farebbe cioè il 21%. Altra cifra che proprio non si sa da dove possa arrivare.

Quanto a posizioni "sul podio", con il suo 13% reale l'agricoltura scenderebbe in quel grafico al terzo posto, superata dai trasporti stradali (14%) e subito davanti all'industria (10%). Apparentare gli allevamenti ai riscaldamenti, pur di sbatterli in vetta alla classifica, appare quindi mossa decisamente spregiudicata e scorretta. Qualsiasi categoria diverrebbe infatti Satana se abbinata ai riscaldamenti. Per lo meno per il particolato sottile.

Peraltro, anche il 37% attribuito in grafica ai riscaldamenti meriterebbe un approfondimento, perché nelle medesime tabelle già citate per l'agricoltura (pag. 59 e 61) si evince come gli "impianti di combustione non industriali" abbiano emesso 95mila tonnellate su 177mila di PM10 (53,7%), anno 2018, e 94mila tonnellate su 143mila di PM2.5 (65,7%). Dati che parrebbero confermati dalla stessa Ispra con uno specifico grafico sui PM10 primari in cui si utilizza in modo più semplice e diretto l'espressione "riscaldamenti", una voce che appare quindi sufficiente da sola per sollevare questioni di tipo ambientale.

Al contrario, sempre nel medesimo grafico di Ispra, appare alquanto minoritario il valore dei PM10 primari derivanti dalla "gestione delle deiezioni animali", la quale non arriva alla metà del valore indicato per i "suoli agricoli". Vi è poi una considerazione da fare anche in termini temporali: mentre le attività agricole e zootecniche si sviluppano su 12 mesi l'anno, seppure alcune di esse si concentrino in primavera e altre in autunno, i riscaldamenti concentrano la propria azione da metà ottobre a metà marzo, con ovvi picchi fra dicembre e febbraio, i mesi più freddi. Quindi, al di là dei valori assoluti su base annua, già di per sé spostati pesantemente a sfavore dei riscaldamenti, andrebbero considerati i diversi impatti anche in funzione della loro concentrazione in particolari mesi dell'anno. Strano infatti che la supposta correlazione "Polveri sottili – Coronavirus" seduca particolarmente per gli allevamenti, ma non per i riscaldamenti, i quali nei mesi in cui è scoppiata l'epidemia erano sicuramente la fonte di particolato più significativa in assoluto in quanto ampiamente maggioritaria sul totale.
 

Allevamenti e coronavirus? No

La Lombardia è la regione più duramente colpita dall'epidemia di Covid-19, come pure mostra alcune delle province italiane a maggior carico zootecnico sul territorio regionale. L'idea che fossero gli allevamenti a concorrere alla diffusione del virus si è quindi subito fatto strada non senza un forte odore di cospirazionismo.

Andando però a cercare i dati relativi alle polveri sottili su base provinciale (Inventario Emissioni aria 2017), la provincia di Lodi, nonostante l'elevata incidenza della zootecnia, è ultima in Lombardia per emissioni di polveri sottili, con 620 tonnellate di particolato totale con sole 116 tonnellate dall'agricoltura. Eppure è stata la prima a essere colpita in modo pesante dal Covid-19. La provincia di Cremona è stata anch'essa massacrata dal coronavirus da subito e a lungo, eppure è al decimo posto in Lombardia per polveri sottili complessive, con 1.253 tonnellate di cui sole 301 derivanti dall'agricoltura. Quindi molto lontana da Milano, Brescia e Bergamo, risultando inferiore per emissioni persino a province a zootecnia praticamente assente come Como (1.818 tonnellate) e Varese (1.849 tonnellate). Queste ultime colpite pochissimo dal virus rispetto a Cremona.

Mantova, anch'essa meno impattata di Cremona dal Sars-Cov-2, ha un'agricoltura comunque robusta da cui derivano 417 delle 1.831 tonnellate di polveri sottili complessive. E anche la provincia di Virgilio è fra quelle a maggior vocazione zootecnica in Italia.

Brescia, al contrario, è stata la seconda provincia più colpita dall'epidemia dopo Milano, ove sono i trasporti la prima causa di polveri sottili, ma la Leonessa ha una fortissima influenza di riscaldamenti, industria e trasporti. L'agricoltura, che a Brescia implica tanta zootecnia, è relativamente contenuta: 13% sul totale del particolato sarebbe di origine agricola. Eppure Brescia detiene il record lombardo di polveri con 4.349 tonnellate complessive, contro le 2.995 di Milano e le 2.893 di Bergamo, anch'essa devastata dal Covid-19 pur ricavando dall'agricoltura solo il 5% del particolato complessivo.

In sostanza, non emerge alcuna correlazione fra emissioni di particolato, presenza di bestiame e impatti del coronavirus su base provinciale.


Informazione o deliberata confusione?

Appare quindi chiaro come un lettore che leggesse i dati di Greenpeace non potrebbe fare altro che uscirne particolarmente confuso, portando in sé l'idea che gli allevatori di bestiame producano danni terribili e che siano al top per l'inquinamento atmosferico, in pratica il nemico numero uno da combattere. Un risultato facile da ottenere, tutto sommato: basta appunto fare un po' di slalom fra i numeri e poi trovare una stampa generalista ben disposta a darti spazio.

Sarebbe bello infatti poter dire che stupisce che il Corriere della Sera si sia prestato a ospitare siffatta addomesticazione degli scenari, ma l'esperienza insegna che fra un'associazione ecologista in cerca di clamore e un giornalista scientifico coi numeri in mano, difficilmente troverà spazio quest'ultimo, nonostante si sia offerto direttamente all'attuale Direttore, Luciano Fontana, di incontrarsi per discutere proprio di questi temi. Mail inviata il 27 febbraio scorso, cui non è mai giunta nemmeno risposta e che viene conservata in caso il Corriere della Sera avesse recriminazioni da avanzare.
 

Ammoniaca e altri gas

Pensavate che ci si potesse fermare qui? No, cari lettori di AgroNotizie, o voi che vi affidate al verbo di un giornalista del vostro settore che viene degnato zero dalla stampa che conta. In realtà c'è ancora da parlare di gas. Perché le polveri sottili mica nascono solo per combustione o cause similari, bensì nascono anche per aggregazione di alcuni gas inquinanti emessi anch'essi dai vari settori in percentuali differenti.

Si sta parlando degli ossidi di zolfo e degli ossidi di azoto, ovvero gli altrettanto famigerati SOx ed NOx, nonché dell'ammoniaca. Le tabelle riassuntive delle emissioni, relative a questi tre gas, si trovano espresse in Gigagrammi (migliaia di tonnellate) rispettivamente a pagina 46, 49 e 52 del report Ispra.

La combinazione fra loro di solfati e nitrati d'ammonio genera infatti il passaggio da inquinamento gassoso a inquinamento corpuscolare. In effetti, l'apporto del particolato secondario sul totale delle polveri sottili appare notevole, rappresentandone anche il 50% o più, come confermato da Arpa Lombardia.

L'agricoltura è la prima fonte di ammoniaca, questa sì di origine prettamente zootecnica, con un bel 94% sul totale. Davvero tanto. Su NOx ed SOx mostra invece percentuali dal modesto al nullo: 7,62% per gli ossidi di azoto e 0,09% per gli ossidi di zolfo. Questi ultimi sono rimasti invariati in agricoltura rispetto al 1990, mentre gli NOx di origine agricola sono calati da 62mila tonnellate a 51mila, pari a una diminuzione del 17,7%. Ancor più marcata la diminuzione dell'ammoniaca, scesa del 23,3% dalle 450mila tonnellate del 1990 alle 345mila del 2018.

Essendo responsabile di quasi tutta l'ammoniaca presente in aria, significa che l'agricoltura (e questa volta sì: la zootecnia) è riuscita a migliorarsi di ben 100mila tonnellate. Non ci si aspetta certo un applauso, perché ancora lunga appare la strada da percorrere, ma almeno che i fatti vengano rappresentati per ciò che sono anziché per ciò che conviene a Greenpeace far credere che siano: va tutto sempre meglio, non sempre peggio.

Vediamo quindi i responsabili degli altri due tipi di gas, perché se non sono presenti tutti e tre in aria, il particolato secondario stenta molto a formarsi. Per gli ossidi di zolfo il 95% delle 110mila tonnellate prodotte nel 2018 deriva da combustioni, processi industriali, inclusa la produzione di energia, nonché dai riscaldamenti. Gli ossidi di azoto provengono anch'essi per oltre il 90% da attività industriali, energetiche, civili, con l'aggiunta significativa dei trasporti, i quali nel 2018 avrebbero prodotto il 43,5% del totale delle 669mila tonnellate di NOx.  

Il totale dei tre gas assomma quindi a 1.145mila tonnellate, di cui l'agricoltura ne emette 396mila, equivalenti al 34,6% mentre la sola ammoniaca contribuisce per il 30%. Volendo quindi semplificare al massimo, il particolato secondario deriverebbe per meno di un terzo dall'ammoniaca agricola e per due terzi da NOx ed SOx prodotti soprattutto da industrie, abitazioni e trasporti. Non a caso, gli studi proposti da Arpa Lombardia stimano che una riduzione del 25% delle emissioni di ammoniaca agricola potrebbe comportare un calo del PM2.5 fra il 2,49% in primavera e il 3,24% in autunno. Tali diminuzioni potrebbero raddoppiare in caso la riduzione delle emissioni di ammoniaca arrivasse al 50%.

Sebbene sia doveroso per il comparto zootecnico migliorare la gestione dello stoccaggio e della distribuzione di liquami, letame e digestati (leggi l'approfondimento), appare chiaro anche come l'ammoniaca di origine animale, per quanto puzzolente e fastidiosa, sia solo una parte del problema e non l'unico totem cui appiccare reiteratamente fuoco.  

Per concludere, va infine ricordato come vacche, polli e maiali allevati in biologico, parte della famosa "agricoltura green" auspicata da Greenpeace, non è che non producano deiezioni da gestire e spargere in campo. Anzi, visto che il Bio disdegna i fertilizzanti chimici, l'uso di concimi "da stalla" dovrebbe pure aumentare se tutta la zootecnia si convertisse a biologico. Ma si sospetta che in tal caso contro il Bio nessuno alzerebbe parola. Né in Greenpeace, né al Corriere. Perché oggi se non porti timbrato in fronte l'aggettivo "intensivo" non meriti attenzione alcuna.  

Un ultimo invito spetta però a Ispra: se parlando di inquinanti atmosferici i dati da voi prodotti aprono la porta a discussioni come queste, con numeri presentati in modo diverso da quanto i vostri stessi report dicono, non pensate sia cosa buona e giusta scrivere una sintetica missiva al Corriere della Sera, puntualizzando debitamente come stiano le cose in qualità di fonte ufficiale dei dati, usata cioè sia da Greenpeace sia da chi scrive?

E non pensate che in futuro sarebbe cosa anch'essa buona e giusta emettere documenti di sintesi molto più diretti, sintetici, "user friendly" e non interpretabili, tali cioè da essere "self explaining" e impedire in tal modo che nascano sgradevoli diatribe? Perché altrimenti si potrebbe pensare che perfino a Ispra vada bene essere tirata per la giacchetta dalle lobby ambientaliste. E visto che Ispra è una struttura di carattere pubblico, mantenuta cioè con le tasse di tutti gli Italiani, si ritiene doveroso da parte sua un maggior impegno nello smarcarsi dalla comunicazione "creativa" che spesso l'associazionismo ambientalista ha diffuso basandosi sui suoi periodici rapporti.
Per i contributi e i consigli forniti si ringraziano:
Angelo Moretto
Dipartimento di Scienze biomediche e cliniche, Università degli Studi di Milano, direttore del Centro internazionale per gli antiparassitari e la prevenzione sanitaria, Asst Fatebenefratelli Sacco, Milano

Roberto Defez
Ricercatore dell'Istituto di Bioscienze e biorisorse del Cnr, Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli. Membro dell'Accademia dell'Agricoltura e del Comitato etico della Fondazione Umberto Veronesi.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: ambiente salute

Temi caldi: Agricoltura, ambiente & salute

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