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La legge della Jungla

La difesa di un marchio Igp o Dop dalle falsificazioni straniere viene resa talvolta difficile da un malizioso ginepraio normativo. Una tavola rotonda per fare il punto

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I partecipanti alla tavola rotonda

Tanti imitatori, tanto onore, verrebbe da dire. Magari, molti produttori nostrani di questo onore ne farebbero volentieri a meno. Di certo, vi sono Paesi europei ed extraeuropei che il problema delle falsificazioni dei propri prodotti tipici non ce l'hanno, data la penuria di "prelibatessen" nella loro tradizione agro-culinarie. Un Paese come l'Italia, invece, con la sua estrema eterogeneità geografica, culturale ed enogastronomica, di fianchi agli attacchi dei "taroccatori" internazionali ne offre parecchi. Talvolta anche il dialogo con gli organi della Comunità Europea non è scevro da difficoltà, forse anche perché altri Paesi della Comunità stessa sono i primi che ospitano aziende che cercano di fare profitto scopiazzando prodotti italiani. Sta di fatto che la difesa all'estero dei marchi di pregio italiani è una battaglia che non pare avere fine.
Nel convegno del 21 ottobre scorso, organizzato dal consorzio dell'Aceto Balsamico Igp di Modena, si è tenuta una tavola rotonda nella quale si sono sviscerati soprattutto gli aspetti legali e normativi della faccenda.
Apre i giochi Piermaria Saccani, direttore generale dell'Associazione Italiana Consorzi Indicazioni Geografiche, il quale ritiene che, oltre contare sull'Igp e sul Csqa, sia doveroso creare un consorzio di tutela riconosciuto dal Mipaf, tale da occuparsi esclusivamente del monitoraggio e delle azioni legali da intraprendere. Secondo Saccani, essendo il supermercato il luogo più comune dove si compra il balsamico, il consumatore non presta troppa attenzione all'etichetta perché il supermercato stesso appare ai suoi occhi come garanzia di controllo a monte della qualità del prodotto. Altra cosa è comprare una borsa spacciata per "Louis Vitton" da un venditore ambulante sul marciapiede: che l'acquisto sia di un falso è molto più immediato agli occhi del cittadino. Nel settore agroalimentare le differenze di prezzo non sono invece così marcate come nel caso di un bene di lusso. La sensibilità del consumatore è perciò inferiore. Ecco perché è necessaria una maggiore tutela dei singoli marchi.
Secondo Leo Bertozzi, direttore del Consorzio di Tutela del Parmigiano Reggiano, è quanto mai necessaria la continua ricerca di coesione fra produttori. Evidentemente, anche la divisione è un prodotto "tipico" italiano. Ciò contribuisce a penalizzare i marchi d'origine. A titolo d'esempio, il Consorzio del Parmigiano si è tutelato inserendo modifiche nel disciplinare. Una di queste è stata l'imposizione della maturazione all'interno della zona di produzione. Tale decisione ha chiaramente incontrato molte opposizioni, soprattutto da chi vedeva mettere a rischio la propria attività, ma ha contribuito al rafforzamento del marchio. I marchi, secondo Bertozzi, devono infatti essere pochi, chiari, forti e difesi con forza.
Una testimonianza è giunta anche dall'assessorato regionale emiliano-romagnolo dell'agricoltura. Roberta Chiarini, ha ricordato in tal senso come anche le Regioni siano parte integrante del sistema di vigilanza, al fianco del Ministero. La Regione si pone quale supervisore sul tipo di percorso seguito dagli organismi di controllo. Secondo Chiarini non basta certo apporre un bollino sulle confezioni, bensì è necessario anche un insieme di azioni sia a monte sia a valle del sistema produttivo a marchio. In Europa si sta attualmente discutendo la modifica della normativa di Dop e Igp e la partecipazione in tali sedi di rappresentanze qualificate dei nostri consorzi diventa quanto mai necessaria, prima che la strada intrapresa si riveli insoddisfacente a posteriori. Altro tassello normativo di assoluta importanza è la cosiddetta "tutela ex-ufficio", la quale prevede che siano i singoli Stati membri a tutelare la correttezza delle merci circolanti sul loro territorio. Opportuno sarebbe in tal senso anche un richiamo a livello eurocomunitario al "pacchetto qualità": il progetto di riforma Pac, per esempio, non contiene secondo la Chiarini alcun riferimento chiaro a criteri di qualità delle merci, apprendo in tal senso una politica eurocoimunicataria un po' schizofrenica.
Il contributo di tipo legale è stato postato da Giorgio Bocedi e da Fausto Capelli, docente di Diritto Comunitario presso l'Università di Parma. Punto chiave di ogni difesa di denominazione appare il cosiddetto "Concetto di evocazione", quel effetto che si ottiene nella testa del consumatore denominando dei prodotti generici con termini che richiamino in qualche modo l'originale. Parmesan e Cambozola ne sono un esempio. Il caso Parmesan è del 2008 e il ricorso dei produttori è stato respinto nel 2010 proprio grazie al "Concetto di evocazione". Anche il caso "Parmetta" ha fatto la stessa fine, come pure il "Parmeso" in Spagna. Nel 2007, infine, il Tar si è pronunciato anche sul marchio "Pecorino", dato che un formaggio simile era prodotto in Sicilia e ne vantava quindi le origini di "prodotto caseario di sicilia". Anche questo formaggio venne considerato prodotto in violazione delle leggi di tutela. Vi sono comunque ostacoli nella guerra al falso: al momento, testimonia Bocedi, ci deve essere una sentenza di un giudice per stabilire se un prodotto è "generico" o meno. Quindi qualcuno potrebbe concludere che fino alla sentenza il prodotto va considerato originale. C'è poi il mondo dei prodotti derivati: come si deve considerare un tortellino al parmigiano reggiano che lo contiene solo al 2% e contiene il 30% di altri formaggi? La casistica appare quindi infinita. E' comunque sempre lecita la pubblicità comparativa per valorizzare i propri prodotti. Anche tra aziende in Dop. Se è infatti vero che l'imbottigliamento dell'aceto balsamico non è obbligatorio avvenga nella zona di produzione, si può comunque indicare anche questa informazione sull'etichetta.

Esistono poi controversie fra leggi eurocomunitarie: Grecia e Spagna hanno presentato alla Commissione Europea una domanda basata sulla legge 98/34, la quale sancisce "la libera circolazione delle merci", in modo da poter produrre un aceto balsamico greco e spagnolo. Se questo punto passasse cadrebbe ogni castello difensivo: ovunque, chiunque potrebbe inventarsi un prodotto generico e venderlo poi col nome dell'originale. La UE contrappone alle domande greche e spagnole la legge 510/06, che prevede esplicitamente la non validità della "98/34" nel caso specifico a cui si rifanno Greci e Spagnoli. Il Consorzio ha per l'occasione sollecitato un'interrogazione al Parlamento Europeo: dal rumeno Dacian Ciolos, commissario europeo per l'agricoltura, è arrivata una risposta che catalogherebbe gli aceti greci e spagnoli come "generici" e pertanto liberi di essere prodotti. E questo sebbene Ciolos le acetaie di Modena le avesse ben visitate e apprezzate pochi mesi prima. Però, Ciolos non era la persona qualificata a rispondere, dato che la querelle è di materia tecnico/normativa e non agricola. Grazie però alla sua presa di posizione i "cugini mediterranei" al momento sarebbero autorizzati a produrre il proprio "aceto balsamico". Pressoché in diretta con Bruxelles è giunta al tavolo degli esperti la risposta: non di Ciolos, ma della direzione generale Competente sulla 98/34: "Anche se la Commissione ha autorizzato la Grecia non è detto che la commissione stessa non la possa revocare". Ora si deve però bloccare anche la procedura aperta dagli Spagnoli.

In conclusione, la battaglia si sposta sempre più nei tribunali, dopo aver dato la caccia sui mercati ai prodotti dei "furbetti". I consorzi di difesa devono quindi agire maggiormente sulla base giurisprudenziale per tutelare i propri marchi, soprattutto a livello internazionale. Il contesto normativo esiste. I casi specifici però sono spesso border line e richiedono grandi spese legali. Per sostenere i nostri marchi serviranno perciò sempre più gli avvocati invece che i tecnici di cantina o di sale d'invecchiamento. Secondo Capelli, la Commissione Europea ha sempre teso alla concessione di una qualche possibilità di produrre specialità tipicamente italiane anche in altri Paesi europei. "Sempre orientati a demolire i legami territoriali con i prodotti, negli ultimi quindici anni la UE ha sempre remato contro l'Italia e a favore degli altri Paesi", è l'amara considerazione finale dell'esimio giurista.
Non resta quindi che prenderne atto, ricordandoci di come operare al meglio le nostre scelte nei supermercati, in modo da essere noi stessi i primi tutori dei nostri marchi di qualità.

 


Approfondimenti (1): finalità del convegno e panoramica sulle problematiche internazionali legate alle falsificazioni. Per approfondire il tema clicca qui.

 

Approfondimenti (2): nel corso del convegno sono stati presentati i risultati di un'indagine effettuata da Nomisma sulla percezione del marchio "aceto balsamico" e sul comportamento all'acquisto dei consumatori. Per leggere i risultati dell'indagine clicca qui.

 

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