Sono cinque i nuovi casi di peste suina africana riscontrati nei cinghiali in Piemonte il 14 marzo, fra Ovada, Tagliolo Monferrato e Voltaggio.
I casi totali, informa l'Istituto Zooprofilattico del Piemonte, salgono così a 66, dei quali 28 sono in Liguria e 38 in Piemonte, coinvolgendo 21 diversi comuni di queste due regioni.
La crescita dei casi non si è mai interrotta da quando sono stati accertati i primi focolai, a inizio gennaio.
Da quel momento sono scattate tutte le misure per evitare che questo virus potesse espandersi nella popolazione selvatica o, peggio, potesse entrare in un allevamento di suini.
Le conseguenze, come già AgroNotizie ha ricordato, sarebbero devastanti per tutta la filiera delle carni suinicole.


Le prime misure

Le misure di biosicurezza negli allevamenti sono state fortemente aumentate e così pure le verifiche sui cinghiali del territorio coinvolto, dove inoltre è stata vietata la caccia o altre attività ricreative.
Il timore è quello che la presenza dell'uomo possa indurre i cinghiali ad allontanarsi, portando il virus fuori dalla zona controllata.
Il coordinamento delle attività da mettere in atto è affidato ad Angelo Ferrari, dello Zooprofilattico piemontese, che il 25 febbraio ha assunto il ruolo di Commissario straordinario.


Il "grande" recinto

I timori per l'espandersi della virosi (va ricordato che non colpisce l'uomo) hanno visto in campo anche le autorità sanitarie dell'Unione europea, che hanno inviato una task force incaricata di collaborare con i nostri servizi veterinari per prevenire e contenere la diffusione della peste suina africana.
Un lavoro di squadra dal quale è scaturita la proposta di recintare l'area interessata per tenere sotto controllo i cinghiali presenti, evitando al contempo nuovi ingressi o il loro allontanamento.

 

Un progetto la cui attuazione appare tuttavia problematica. La circonferenza del recinto raggiungerebbe i 230 chilometri, sviluppandosi fra le province di Alessandria e Genova, coinvolgendo 114 comuni. 
Realizzarlo comporta costi enormi, calcolati in circa otto milioni di euro, ai quali si aggiungono quelli per la sua regolare manutenzione, stimata in circa 400mila euro all'anno.


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I focolai di peste suina africana e l'area interessata dalle misure di contenimento dell'infezione

(Fonte: Istituto Zooprofilattico del Piemonte)

 

Allevamenti recintati

L'installazione di recinti con i quali isolare gli allevamenti potrebbe trasformarsi in un problema anche in aree lontane da quelle di Piemonte e Lombardia, oggi interessate dalla peste suina.
Nel piacentino, ad esempio, già alcuni allevamenti hanno ricevuto l'invito a realizzare in tempi brevi una rete perimetrale attorno agli allevamenti, con altezza di almeno 1,80 metri e interrata per 30 centimetri. 
i costi sarebbero insostenibili per gli allevatori, tanto più che i loro bilanci devono ancora riprendersi dalla lunga crisi che ha colpito il settore.


Il "depopolamento"

Non è solo con una recinzione che si risolve il pericolo della peste suina africana, ma con una oculata gestione della fauna selvatica.
Gli appelli di agricoltori e allevatori sono rimasti inascoltati per anni e ora, di fronte a una crescita incontrollata del numero dei cinghiali, si stanno proponendo rimedi ritenuti di scarsa efficacia e penalizzanti per gli stessi allevatori.

 

È positivo, di conseguenza, il giudizio sull'ordinanza della Regione Piemonte con la quale sono state fissate le attività di abbattimento (ribattezzato per l'occasione "depopolamento") dei cinghiali.
Il provvedimento, che coinvolge fra gli altri anche i proprietari dei fondi interessati, ha validità su tutto il Piemonte e resterà in vigore sino al 30 giugno.


Occorre liquidità

Al momento però, a fronte di pochi esemplari di cinghiali abbattuti, gli allevatori lamentano invece l'abbattimento di un numero enorme di suini nelle aree infette.
La Regione Piemonte afferma di aver già stanziato i fondi per rimborsare le aziende colpite, ma difficilmente potranno coprire i danni subiti, considerando le difficoltà per la ripresa delle attività.

 

Un appello alle banche per favorire il credito e dilazionare i pagamenti è stato lanciato da Confagricoltura.
Gli allevamenti sono infatti in crisi di liquidità e ancora non possono contare sui 35 milioni di euro previsti nell'ultimo decreto Ristori, i cui criteri di distribuzione sono in fase di definizione.


I "soldi" per l'aviaria

Più elevati gli stanziamenti previsti per rimborsare gli allevamenti colpiti dall'influenza aviaria fra il 2021 e il 2022.
In Commissione Bilancio al Senato si è decisa l'attuazione anticipata per l'erogazione dell'80% dei 40 milioni di euro previsti a questo fine dal decreto Sostegni Ter.
Come nel caso dei suini, l'urgenza deriva dalla necessità di restituire alle imprese quella liquidità che le banche sono restie a concedere.

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Costosa, complicata e poco efficace è giudicata la proposta di recintare l'enorme area interessata dall'infezione (Foto di archivio) Fonte foto: memory catcher