La sostenibilità delle biomasse europee

Lo studio del Jrc include cataloghi georeferenziati e Lca di ogni biomassa. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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La sostenibilità delle fonti di approvvigionamento
Fonte foto: © Dani Vincek - Fotolia

Durante la riunione plenaria dell'Etip Bioenergy (si veda Bioenergie: la nuova visione dell'Ue), tenutasi a Bruxelles il mese scorso, è stato presentato lo studio pluriennale del Jrc (Consiglio congiunto della ricerca della Ce), Biomass production, supply, uses and flows in the European union, scaricabile dal portale per la ricerca della Ce.

Di seguito offriamo ai nostri lettori un riassunto delle 126 pagine che costituiscono una fotografia panoramica del problema fondamentale della biomassa: la sostenibilità delle fonti di approvvigionamento.

La prima conclusione del Rapporto è apparentemente contraddittoria: consumiamo ed esportiamo 200 milioni di tonnellate in più di quante ne produciamo e importiamo annualmente. Questo disavanzo si spiega includendo nel computo anche le biomasse recuperate da fonti secondarie (legno da arredamenti dismessi, carta e pannelli riciclati, Forsu), come si può apprezzare nella Foto 1.

Flussi di biomasse vegetali nell'Ue
Foto 1: Flussi di biomasse vegetali nell'Ue per fonti di produzione (colture, residui colturali, pascoli, foreste e silvicoltura) e settori di consumo (materiali, energia, alimentazione animale e lettiere, prodotti alimentari di origine vegetale)
(Fonte foto: Presentazione del dottor Andrea Camia, Jrc)
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Apriamo una parentesi per precisare che i dati scientifici, seppure soggetti alle inevitabili incertezze di metodo, sfatano una delle fake news messe in circolazione dai comitati "No biomasse": l'aumento dei prezzi degli alimenti causato dall'utilizzo energetico di biomasse agricole. A conti fatti, il consumo di biomasse a scopo energetico è meno di un quarto del totale, ed ha lo stesso ordine di grandezza della domanda di biomasse per usi industriali (carta, pannelli di fibra, legname per arredamento e per costruzione). Inoltre, le biomasse per la produzione di energia sono perlopiù legnose, quindi non è chiaro in quali termini il loro utilizzo possa sottrarre risorse all'industria alimentare. Il consumo più consistente, 43% del totale, corrisponde alla biomassa per nutrizione animale e per lettiera, che però è un dato aggregato. È comunque discutibile la tesi dei gruppi politici ecologisti-vegani, secondo i quali il consumo di carne sottrae risorse alimentari alla popolazione ed è la fonte principale del cambiamento climatico. In realtà, la biomassa da lettiera è senz'altro lo scarto incommestibile delle colture e presumibilmente rappresenta la maggior parte del volume. Inoltre, una frazione consistente dei foraggi è rappresentata da biomasse erbacee, indigeribili per gli umani.

L'approccio metodologico del Jrc per la valutazione dello stock europeo di biomasse legnose consiste in un database georeferenziato, ricavato dalle mappe satellitari dell'Esa (Agenzia spaziale europea). La Foto 2 illustra la mappa delle riserve di biomasse forestali.

Mappa satellitare della copertura verde europea
Foto 2: Mappa satellitare della copertura verde europea
(Fonte foto: Presentazione del dottor Andrea Camia, Jrc)
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Comparando le fotografie satellitari con i dati disponibili di sfruttamento commerciale, sottraendo le superficie boschive protette (parchi nazionali) e quelle con forte pendio, poiché inadatte ad essere sfruttate, il Jrc è arrivato ad una conclusione rassicurante: il bilancio di biomassa europeo degli ultimi dieci anni ha effettivamente fissato carbonio atmosferico, perché la quantità netta di biomassa forestale viva è aumentata di 163 Mton/anno.
La Tabella 1, ricavata dalla presentazione citata sopra, mostra il bilancio.

Tabella Bilancio annuale di biomassa forestale viva nell'Ue
Tabella 1: Bilancio annuale di biomassa forestale viva nell'Ue. Media degli ultimi dieci anni, su base secca
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Ricordiamo che la biomassa viva costituisce ciò che nel gergo della protezione ambientale si chiama un carbon sink, cioè rappresenta carbonio effettivamente sottratto all'atmosfera. Se consideriamo che la biomassa è costituita da carbonio per il 52% della massa secca, e che ogni tonnellata di carbonio fissato equivale a 3,66 tonnellate di CO2 atmosferica, le foreste europee sottraggono all'atmosfera 31 Mton di CO2 all'anno. La buona notizia è dunque che la nostra superficie boschiva è in lieve aumento e la produzione di legname a questi livelli è sostenibile. La cattiva notizia è che 31 Mton di CO2/anno compensano appena le emissioni combinate di due piccoli paesi: Lituania e Lussemburgo. La Germania da sola emette 936 Mton/anno, seguita dal Regno Unito (505,4 Mton/anno), Francia (482 Mton/anno) e Italia (439 Mton/anno).
I dati di emissioni citati corrispondono al 2017 e sono stati elaborati dall'Eurostat (Greenhouse gas emission statistics - emission inventories).

La metodologia di valutazione delle biomasse agricole è simile a quella descritta per le biomasse forestali, ma il risultato differisce nel fatto che gli scarti agricoli non possono costituire un carbon sink permanente. Di fatto, se lasciati nei campi vengono decomposti e solo una piccola frazione di carbonio rimane fissata nel suolo. Pertanto, sono appunto gli scarti agricoli quelli che bisognerebbe sfruttare al massimo per fini energetici, in quanto rappresentano "carbonio circolante" indipendentemente dal fatto che vengano sfruttati energeticamente o no.
La Foto 3 mostra i valori annui stimati di produzione agricola, separando la frazione di biomassa "prodotto" (ad esempio la granella dei cereali) da quella "scarto" (ad esempio la paglia). Si osservi come l'intervallo di confidenza dei computi sia abbastanza largo, per l'incompletezza dei dati statistici.

Bilancio di biomasse agricole nell'Ue
Foto 3: Bilancio di biomasse agricole nell'Ue
(Fonte foto: Presentazione del dottor Andrea Camia, Jrc)
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In numeri rotondi, possiamo affermare che mediamente l'Ue produce circa 400 Mton/anno di biomasse vegetali di scarto, equivalenti a circa 208 Mton/anno di carbonio. Supponendo che si possa convertire il 70% di tale carbonio in combustibili sostitutivi del petrolio - valore di conversione comunque ottimistico - il potenziale energetico delle agroenergie europee risulta di 285 Mton/anno di gasolio. Se compariamo tale potenziale (per ora teorico) con le statistiche Eurostat del 2017, risulta che tutto il settore dei trasporti europeo ha consumato 211,5 Mton di gasolio (Fonte: database interattivo Eurostat, dati aggregati Eu28 per il gasolio veicolare, per trasporto privato e di merci, corrispondenti al 2017).

Un capitolo interessante dello studio del Jrc è la Lca (Life cycle analysis, Analisi del ciclo di vita) delle diverse biomasse. Si tratta di una metodologia spesso controversa perché i suoi risultati dipendono molto dai presupposti di calcolo, cioè dalle condizioni al contorno del modello matematico. L'aspetto interessante è che il Jrc non si è limitato a sviluppare un database di sole biomasse combustibili e biocarburanti. Attualmente il database di filiere produttive e delle loro emissioni di CO2 associate include bioplastiche e ingredienti per le industrie chimica e farmaceutica, così come alcuni prodotti alimentari fondamentali, quali i pomodori, i latticini ed i cereali.

Nella Foto 4 riportiamo a titolo d'esempio i dati comparativi di emissioni di CO2 delle biomasse per riscaldamento. Si osserva che le emissioni di gas serra del riscaldamento con cippato sono decisamente minori di quelle dei pellet, e che i residui colturali densi ed i pellet di segatura hanno emissioni dello stesso ordine di grandezza del cippato. Curiosamente, il combustibile con minori emissioni è il pellet di bagassa, ma non è chiaro se il computo include anche le emissioni imputabili al trasporto dai paesi tropicali perché la canna da zucchero non si coltiva in Europa.

Emissioni di CO2 per tipologia di biomassa da riscaldamento
Foto 4: Emissioni di CO2 per tipologia di biomassa da riscaldamento
(Fonte foto: Jrc, traduzioni dell'autore)
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Conclusioni

Nonostante le politiche europee in materia di bioenergia stiano dando risultati positivi, ancora siamo lontani dall'"economia decarbonizzata" di cui tanto parlano i politici. Attualmente, dunque, non possiamo incrementare la produzione forestale, e comunque lo stock di carbonio accumulatovi nella sua biomassa viva è molto piccolo rispetto alle emissioni totali. Il maggiore potenziale - per ora teorico - è offerto dai residui colturali che, se venissero sfruttati completamente, ci consentirebbero di eliminare almeno l'equivalente del consumo attuale di gasolio per trasporti su gomma.

Arrivati a questo punto, ci resta ancora molto margine di miglioramento: recuperare la biomassa da rifiuti e sottoprodotti e ridurre drasticamente il consumo di combustibili fossili nei settori dei trasporti, della produzione di componenti in plastica e della produzione di calore per il riscaldamento e la generazione elettrica. I dati parlano chiaro: le biomasse da sole non bastano per decarbonizzare l'economia. Nell'ipotetico caso in cui il Green deal sostenuto dal Governo von der Leyen portasse al raggiungimento di un'Europa a "emissioni e rifiuti zero", il raggiungimento del traguardo servirà poco all'equilibrio ecologico del pianeta se imporrà l'elevato costo sociale dovuto alla chiusura degli  stabilimenti produttivi per non essere conformi agli standard ambientali e la paradossale importazione di prodotti da paesi dove gli standard ambientali nemmeno esistono, senza considerare l'impatto in termini di emissioni climalteranti dovuto al trasporto della merce importata. La Carbon border tax - così come prevista dal Green deal - non risolverà il nostro problema per il semplice fatto che la competitività di Cina, India, Usa e Russia si basa proprio sull'assenza di tasse e regolamentazioni sulle emissioni dei loro impianti industriali.
 

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© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: ricerca ambiente biomasse sostenibilità foreste e boschi legna

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