Fitopatie, cambiamenti climatici, aumento dei prezzi di produzione e manodopera, diminuzione dei prodotti fitosanitari: questi sono gli elementi che uniti fra loro stanno causando ingenti cali di resa e conseguente abbandono della coltivazione del pero (Pirus communis).

 

Infatti, secondo i dati elaborati dall'Istat, dal 2013 al 2022 le superfici coltivate a pero sono passati da 22mila ettari a poco più di 15mila ettari mettendo a dura prova tutto il comparto sia sul fronte produttivo che commerciale.

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Gli espianti non si sono fermati nemmeno quest'anno, soprattutto in Emilia Romagna e in particolare per la varietà Abate Fétel.

 

Noi di AgroNotizie® abbiamo intervistato alcuni produttori dell'Emilia Romagna per capire quali sono i problemi principali che riscontrano in campo e che cosa li porta ad espiantare pereti ancora produttivi. 

 

Coltivare sì, ma con molte difficoltà

"Oggi come oggi coltivare pero in Emilia Romagna, e penso che sia così in tutta Italia, è sempre più difficoltoso e sempre meno remunerativo" racconta Daniele Brusi, titolare dell'azienda agricola Brusi Claudio, situata a Santa Maria in Fabriago (Ra).

 

Quella di Daniele Brusi è un'azienda frutticola a conduzione familiare con 2 ettari e mezzo dedicati alla coltivazione di William, Kaiser, Abate Fétel, Decana del comizio e Passa Crassana.

 

Fra queste alcune come Abate Fétel e Decana del comizio hanno una bassa resa e un'elevata suscettibilità a fitopatie molto comuni, come la moria dell'apparato radicale.

 

In questo caso la suscettibilità è da ricercare nella combinazione nesto-portainnesto. Cultivar come Abate Fétel e Decana del comizio sono innestate sul pero cotogno BA/29, il portainnesto più utilizzato nella moderna pericoltura italiana perché poco vigoroso e più facile da gestire. L'affinità di innesto fra i due bionti però non è perfetta e il tipo di pianta risulta quindi meno tollerante.

 

"Per quanto riguarda Abate Fétel viste le problematiche di moria fra 1 o 2 anni dovrò abbattere l'impianto. - continua Brusi - Non so neanche se reimpianterò la stessa varietà".

 

Oltre alla suscettibilità varietale si aggiungono anche gli effetti del cambiamento climatico, come il prolungamento delle alte temperature, che rendono i patogeni più pressanti verso le colture.

 

Si segnalano difatti problemi con la maculatura bruna (Stemphylium vesicarium), la psilla (Cacopsylla pyri - Psylla pyri) e l'armillaria (Armillaria mellea).

 

L'impatto dell'insetto psilla nel pero, per esempio, con autunni così caldi, continua il proprio ciclo vitale e la produzione di melata, deprezzando la qualità dei frutti e impattando negativamente sulla futura produzione. Inoltre, si possono sviluppare infezioni da funghi, batteri e fitoplasmi che causano la necrosi di foglie e gemme con danni produttivi anche per l'annata successiva.

 

L'azienda Brusi dichiara che due anni fa fra l'attacco dell'insetto e altre infezioni ha perso circa il 50% della produzione in Abate Fétel e un 15-20% in Decana del comizio.

 

Alcune cultivar di pero hanno una suscettibilità maggiore ad alcuni stress, spesso causata da un'affinità non perfetta fra la varietà e il portinnesto (Foto di archivio)

Alcune cultivar di pero hanno una suscettibilità maggiore ad alcuni stress, spesso causata da un'affinità non perfetta fra la varietà e il portinnesto (Foto di archivio)

(Fonte: © JackF - Adobe Stock)

 

La situazione è aggravata dalla bassa disponibilità di nuovi prodotti fitosanitari, come spiega Jennifer Felloni, frutticoltrice e membro della giunta Agricoltori Italiani (Cia) di Ferrara: "Contro la maculatura bruna usiamo quei pochi fitosanitari che ci sono rimasti a disposizione. Credo che il taglio repentino di fitofarmaci senza valida alternativa sia stato uno dei nostri problemi più gravi".

 

Alla bassa disponibilità dei fitofarmaci ci si deve poi aggiungere l'aumento dei trattamenti con prodotti specifici e la manodopera, che vanno ad incidere fortemente sui costi complessivi aziendali.

 

Un'altra incognita che i produttori devono affrontare è l'andamento dei mercati. Brusi riporta che William, per esempio, è ben retribuita perché ha diverse destinazioni d'uso, sia per il consumo fresco (prima categoria) che trasformato (seconda e terza categoria).

 

Abate Fétel invece generalmente è ben retribuita solo come prodotto per il consumo fresco, anche se negli ultimi anni si riesce a vendere anche il prodotto di seconda categoria: "In Abate essendoci delle quotazioni molto alte di mercato si riesce anche a vendere il prodotto di seconda categoria. Mentre la terza categoria è sottopagata, hai giusto il recupero delle spese di trasporto".

 

L'espianto, una soluzione drastica ma in espansione

L'insieme di queste cause ha come effetto una bassa remunerazione o addirittura una perdita economica per l'azienda, che spesso fatica a rinnovarsi con nuove tecnologie per restare al passo con i tempi e gestire gli stress biotici ed abiotici nel frutteto.

 

Un esempio sono i moderni impianti di irrigazione sempre più richiesti per contenere i danni da siccità molto frequenti in questi ultimi anni.

 

Tutto questo conduce di fatto a prendere la decisione di espiantare gli alberi, come nel caso dell'azienda di Jennifer Felloni: "Fino a due anni fa avevo circa 23 ettari di frutteto a pero, tra cui 18 ettari di Abate. Ad oggi mi sono rimasti 11 ettari ripartiti in 7 ettari di Abate, 3 ettari di William e 1 ettaro di Conference. Sono stati estirpati in totale 11 ettari di Abate: 2 ettari erano a fine corsa, ma gli altri potevano produrre ancora per 5 anni".

 

La pericoltura viene in alcuni casi sostituita con colture seminative, meno dispendiose e più facili da vendere sul mercato.

 

"Per quello che posso vedere io il pero da noi in Emilia Romagna diventerà sempre di più una coltura di nicchia" conclude Brusi, il produttore in provincia di Ravenna.

 

La pericoltura si trova quindi ad affrontare un futuro incerto ed è innegabile che la crisi del settore abbia molteplici ragioni non di facile soluzione.

 

Tuttavia, l'ampliamento dell'offerta varietale con nuovi portinnesti più vigorosi, il ricambio generazionale, la diversificazione aziendale e nuovi mercati potrebbero essere punti di forza da sfruttare per risollevare il settore.

 

"Penso di reimpiantare, ho 36 anni mi auguro che questa rotta cambi e credo ancora nella frutticoltura. Nell'inverno 2025 pianterò ancora pero, magari in questi anni usciranno delle novità!" conclude Felloni.

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Questo articolo è stato modificato in data giovedì 2 novembre 2023 nella parte riguardante l'intervento di Jennifer Felloni in cui è stato modificato il nome della Confederazione Italiana Agricoltori (Cia).