Fare ricerca, farla bene e saperla comunicare

30 risposte per l'agricoltura italiana - Intervista a Francesco Loreto, direttore del dipartimento di Scienze bio-agroalimentari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr)

Alessandro Vespa di Alessandro Vespa

30-risposte.jpg

Guarda la videointervista a Francesco Loreto

Ci presenta il Cnr?
"Il Consiglio nazionale delle ricerche è un ente che ha novantacinque anni ed è l'ente principale che si occupa di ricerca del ministero dell'Università e della ricerca scientifica. È nato con l'obiettivo di fare ricerca prevalentemente industriale, poi nel tempo ha abbracciato tutta una serie di attività di ricerca, da quella fondamentale a quella più applicata.

Il Cnr conta circa 8mila persone divise in sette dipartimenti che coprono in pratica ogni campo della ricerca, compresi settori umanistici come quelli dei beni culturali o della ricerca sociale. Uno di questi sette dipartimenti, con circa ottocento tra ricercatori, tecnologi e tecnici è quello che io dirigo, il dipartimento di Scienze bio-agroalimentari.

Per quanto riguarda le fonti di finanziamento dell'ente, c'è stata un'evoluzione nel tempo. Da ente con funzioni di agenzia, con propri progetti strategici o finalizzati, si è passati a un ente che deve finanziare le proprie strutture o attività in maniera competitiva, partecipando ai grant di ricerca a livello regionale, nazionale ed internazionale.
Abbiamo ancora delle risorse interne che servono come seed money per dare inizio a nuove iniziative di ricerca, ma la maggior parte dei finanziamenti deriva dai grossi grant internazionali a cui partecipiamo. Siamo primi in Italia come numero di Erc (European Research council), i grant più prestigiosi a livello europeo, nei quali di solito riscuotiamo un notevole successo a testimonianza che, nonostante tutto, la ricerca scientifica in Italia si svolge ancora molto bene"
.

"L'Italia non investe nella ricerca". È vero?
"Non è del tutto falso. L'Italia in ricerca investe poco. Le percentuali vanno dall'1 all'1,2% del Pil a seconda se consideriamo solo la ricerca privata o anche quella pubblica, che nel nostro paese rappresenta la stragrande maggioranza. Si tratta di una percentuale di gran lunga minore rispetto a quella destinata alla ricerca negli altri Stati europei, ma va anche detto che la ricerca è finanziata in molte maniere, tra cui dalla Commissione europea attraverso le regioni, da attività regionali a sé stanti e, per fortuna, sempre più spesso da grandi aziende private. In conclusione possiamo dire che la risposta alla domanda è: sì, la ricerca è poco finanziata, ma non così male come si è soliti pensare. Uscendo dalla crisi, infine, si ricominciasse a investire sull'attività di ricerca e il Miur, nell'ultimo Prin (Progetti di rilevante interesse nazionale), ha triplicato o quadruplicato i fondi rispetto al programma precedente".

Tendiamo a esportare cervelli e importare braccia. Come si può riequilibrare la bilancia?
"Premesso che sono per la diffusione della ricerca scientifica a prescindere dai confini nazionali e per lo scambio di cervelli, che ha molti risvolti positivi, va detto che il bilancio dell'Italia non si presenta positivo e andrebbe riequilibrato. Questo lavoro di ribilanciamento, però, coinvolge quasi sempre un aspetto politico e richiede una volontà di investire su determinate attività di ricerca.

Con le risorse a disposizione sarà necessario selezionare quelle attività che possono essere prioritarie per il paese e investire su quelle, in maniera tale che almeno in determinati ambiti l'Italia diventi un centro di attrazione e compensi un po' questo drenaggio di cervelli effettivamente in corso. Nel settore agroalimentare ci sono ricerche importanti, in cui noi siamo più avanti rispetto agli altri, che potrebbero attrarre i giovani che vogliono fare una carriera in un paese che metta loro a disposizione non solo le risorse, ma anche un ambiente adatto"
.

Come si rapporta il Cnr con il mondo della ricerca privata?
"Come già detto, in Italia non mancano tanto gli investimenti pubblici in ricerca, quanto quelli privati. In parte questo dipende dalle dimensioni aziendali, con le grandi aziende che hanno un proprio settore ricerca e sviluppo che produce ricerca altamente competitiva ma 'segreta', mentre le piccole realtà hanno attività di ricerca commisurate alle loro dimensioni, poco diffuse e molto specialistiche, difficili da intercettare come sfera di interessi e attività.
Probabilmente la ricerca che può fare un ente pubblico in Italia è quella per le medie aziende e, infatti, con queste industrie o aziende ci sono molti rapporti, da sempre curati dal Cnr nella sua vocazione a dare risposta alle necessità dell'industria di ogni genere. Tutto questo, però, nel corso degli anni non è affatto stato favorito a livello politico.

Oggi, grazie ad una serie di strumenti di livello soprattutto europeo come i Pon (Programma operativo nazionale), si è arrivati a costruire un network di ricerca pubblica e privata che è particolarmente interessante, soprattutto nelle regioni del Sud Italia, dove questi finanziamenti sono molto attivi.
Attualmente abbiamo una buona capacità di sviluppo di una ricerca integrata tra pubblico e privato su temi che da noi sono preponderanti come, nel settore agricolo, quello della cerealicoltura, dell'orticoltura e sulla vitivinicoltura"
.

L'auspicata crescita degli investimenti privati non rischia di dirottare la ricerca su quella applicata a scapito della cosiddetta 'pura'?
"Non esistono una ricerca 'applicata' e una 'fondamentale', ma la buona ricerca e la cattiva ricerca. È vero che la ricerca applicata è quella più importante dal punto di vista industriale, ma anche da noi ci sono industrie che sponsorizzano - in maniera neanche tanto disinteressata - un tipo di ricerca che possiamo definire 'precompetitiva', che non porta ad applicazioni immediate ma può farlo in un secondo tempo. La necessità generale è quella di fare foresight, cercando di prevedere di qui a venti anni quale potrebbe essere il bisogno di ricerca e, quindi, quale ricerca mandare avanti rispetto alle altre.

È facilmente prevedibile e deve essere accettato a priori che solo una minima parte della ricerca fondamentale si traduca in ricerca applicata, ma non è detto che i risultati della prima che non sono attualmente inutilizzabili lo rimangano per sempre. In sostanza la ricerca fondamentale e quella applicata hanno pari dignità, nessuna delle due è migliore dell'altra o può fare a meno dell'altra; dalla ricerca fondamentale si generano le applicazioni più diverse e spesso dalle applicazioni si torna a fare ricerca fondamentale. Il Cnr è in prima linea sia per la ricerca fondamentale che quella applicata e ha un numero impressionante di Grant Erc, che sono in pratica solo di ricerca fondamentale. La Commissione europea con l'attuale framework, che parte da Horizon e sarà presente anche nel prossimo programma quadro e in Horizon Europe, incoraggia enormemente l'eccellenza scientifica soprattutto nei settori della ricerca fondamentale"
.

Da oltre un decennio, ormai, crolla la fiducia nella scienza e fioriscono le pseudoscienze. Siamo di fronte ad un nuovo medioevo?
"A mio avviso siamo di fronte a un bipolarismo. Da un lato la ricerca scientifica si fa sempre più precisa, importante e utile, registrando progressi inauditi in rapporto alla nostra stessa civiltà di quaranta o cinquanta anni fa, dall'altra parte si ha il rifiuto di questo nuovo rinascimento scientifico e si ricade in tutti i campi in atteggiamenti ascientifici. Questo accade soprattutto in campo biologico, dove i progressi sono più importanti, da quello biomedico a quello agroalimentare. Nel mezzo, ovviamente, c'è un po' di tutto, ma non si può non registrare con una certa preoccupazione la mancanza di interazione con quella parte che rifiuta a priori la scientificità delle scoperte e si rinchiude in un universo parallelo.
Ritengo che all'origine del problema ci sia una carenza di educazione scientifica, che alimenta il timore di quello che non si comprende o conosce. È necessario intervenire su questo per minimizzare questa sorta di analfabetismo, che probabilmente è esasperato da una velocità di sviluppo delle nuove tecnologie.

Per quanto concerne il campo delle biotecnologie, questa necessità di informazione si fa ancora maggiore. Quando si è cominciato a usare termini come 'Frankenstein food' si è avuto un impatto sulla gente di carattere viscerale, dando esempio di grande capacità comunicativa. Sull'altro fronte lo scienziato medio non si è mai posto come obiettivo quello di comunicare al pubblico le proprie attività; uscito dalla sua torre d'avorio ha dovuto imparare a relazionarsi con gli altri al fine di 'vendere' la sua capacità di ricerca sul mercato, ma non ha ancora acquisito le capacità di comunicazione necessarie per far fronte a chi si oppone ai suoi argomenti per motivi etici, politici o economici. In questo senso la ricerca scientifica non ha dato il meglio di sé per valorizzare quello che viene fatto nei tanti centri di ricerca"
.

Quindi, più che munifici mecenati servono abili divulgatori? 
"Servono entrambi, ma gli abili divulgatori sono merce rara. Lo vediamo anche nelle trasmissioni televisive, dove troviamo sempre le stesse poche facce".
 

Come valuta la sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso 25 luglio? 
"Partiamo da un principio: ci alimentiamo con Ogm da decenni. Il bestiame può essere nutrito con mangimi Ogm, molta della farina con cui facciamo pane e pasta è in realtà Ogm, la soia è al 95% Ogm e così via.
Lo scorso 25 luglio la Corte di giustizia europea ha sostanzialmente equiparato gli organismi mutati senza trasferimento di geni da altri esseri viventi a quelli ottenuti con inserimento di materiale estraneo, sottoponendoli ai vincoli previsti dalla direttiva 18 del 2001. La sentenza ha soddisfatto il mondo ecologista, ma molto meno quello scientifico, che sperava in uno sdoganamento delle nuove biotecnologie. Va osservato però che la stessa sentenza, apparentemente pessima per il mondo scientifico, apre invece scenari interessanti.

Stabilendo il principio che tutti gli organismi modificati artificialmente devono essere considerati Ogm, ha incluso nella lista dei 'cattivi' tutte le piante (3.281) ottenute per mutagenesi fin dal 1953, sinora mai regolamentate e pienamente accettate anche dai più oltranzisti sostenitori del biologico e naturale. Un esempio è il grano duro 'Creso', ideale per la pastificazione, ottenuto per mutagenesi nel '53 da GianTommaso Scarascia Mugnozza e presente nel 70% della pasta che abbiamo mangiato dagli anni '80 in poi. La Corte ha quindi di fatto rimandato la palla alla politica dei diversi Stati membri, che dovranno scegliere quale linea seguire: considerare tutto Ogm e consentirne o meno la produzione e il consumo, promuovere alcune piante e bocciarne altre o, come il buon senso suggerisce, mettere mano all'anacronistica direttiva 18/2001. La sentenza, dunque, non solo è formalmente corretta, ma non è neanche cattiva: la ricerca, almeno in Italia, non viene penalizzata da questa decisione più di quanto non lo sia stata in passato e, anzi, aspetta con fiducia che adesso si decida che Ogm non è necessariamente un prodotto da bandire"
.

Posto che per la Corte di giustizia europea è tutto Ogm, nella realtà qual è la situazione?  
"Cominciamo adesso a porci il problema sugli Ogm e sulle nuove tecnologie, che sono estremamente precise, sicure e consentono di superare il 99,9% delle obiezioni, anche di natura cautelare, che avevano causato la messa al bando degli Ogm.
Devo dire che la risposta del mondo della scienza è sempre stata abbastanza univoca e a favore degli Ogm, avendo studiato a fondo le loro ricadute sia a livello ambientale che biologico. Diverse sono le valutazioni a livello economico, ma anche lì si potrebbe benissimo lavorare per renderli accessibili e, soprattutto, per far sì che siano valorizzati a vantaggio di tutti e non di pochi.

A un certo punto l'Ogm in Italia è stato demonizzato a tal punto che l'industria ha smesso di considerarli un prodotto vendibile, prendendo atto del rifiuto dell'opinione pubblica e smettendo di proporli a un mercato assolutamente non ricettivo. Siamo ancora bloccati a questo punto, giacché se la gente sa che una cosa è Ogm, semplicemente non la compra.
La situazione potrebbe cambiare totalmente con le nuove biotecnologie che, anche quando propongono Ogm, si tratta di prodotti talmente sofisticati da superare tutte le critiche generalmente mosse"
.

Le nuove biotecnologie hanno, bene o male, ricevuto il placet anche dai più estremi oppositori degli Ogm, che li considerano ormai tramontati…
"Le nuove tecnologie sono un'evoluzione importante di quanto l'Ogm cercava di fare lavorando sostanzialmente in maniera casuale, con risultati raramente ottimali. Le nuove tecnologie vanno invece a mirare la base, l'aminoacido da cambiare nel genoma per ottenere i risultati desiderati. Siamo arrivati a un livello di precisione, accuratezza e predicibilità dei risultati che non erano neanche pensabili fino a pochi anni or sono. Il risultato è una mutazione non distinguibile da una mutazione spontanea, perché riusciamo a lavorare sul genoma della stessa pianta o che proviene da piante molto simili, evitando così il vero e proprio transgenico.

C'è anche un risvolto meno evidente nell'uso delle biotecnologie che va preso in considerazione: la loro capacità di creare variabilità che, associata alla loro accessibilità, consentirebbe di minimizzare il rischio della concentrazione delle sementi nelle mani di pochi grossi produttori. Se oggi andiamo verso un oligopolio o monopolio, paradossalmente e al contrario di quanto si è sempre pensato, l'uso di queste tecnologie può aiutare a risolvere il problema generando più interesse e più competizione tra le varie ditte sementiere"
.

Possiamo attenderci qualche novità nel campo delle biotecnologie? 
"Parte della risposta non rientra nel mio campo specifico, per cui va presa con il beneficio di inventario. Le nuove tecnologie si focalizzano sul genome editing, cioè sulla possibilità di tagliare e cucire parti del genoma ben identificate, e sono applicabili a tutti i livelli. Ritengo quindi che ci si possa attendere incredibili progressi sia a livello microbico, sia a livello di biodiversità vegetale e animale.

Data la semplicità di microbi e batteri, a livello microbico le nuove tecnologie potrebbero offrire mutazioni e nuovi ceppi che possono essere di enorme interesse per diverse applicazioni, dalla lotta alle patologie umane, animali e vegetali, alla produzione di starter per cibi o biotecnologie applicate alle produzioni alimentari. Questo è un momento critico. Da poco abbiamo la possibilità di fare nuove biotecnologie e credo si tratti di una frontiera ormai particolarmente vicina, al raggiungimento della quale non possiamo assolutamente rinunciare, perché se noi ci fermiamo, se la legislazione non ci consente di utilizzare le nuove biotecnologie, qualcuno ci arriverà prima di noi"
.

Al di là dei vincoli normativi, quali sarebbero le biotecnologie attualmente applicabili per la tutela ambientale?
"Sono innumerevoli. Ormai da tempo siamo in grado di selezionare e produrre piante in grado di adattarsi ad ambienti ostili e resistere a stress salini, stress idrici o presenza di inquinanti, dimostrandosi idonee ad essere messe a coltura in terreni marginali o inquinati e contribuendo a risanare i terreni stessi e le acque, nonché l'aria. Tutte queste nuove piante, però, vanno selezionate e questo ha per lungo tempo creato un collo di bottiglia operativo che abbiamo superato con le agrotecnologie, grazie alle quali è possibile selezionare molto rapidamente l'enorme quantità di materiale biologico reso disponibile dalle biotecnologie. Le principali sono la fenotipizzazione, ossia la selezione del fenotipo attraverso un'analisi mirata e velocissima, e l'agricoltura di precisione, che consente di capire velocemente quali sono le piante più adatte alla coltivazione e quelle destinate a essere scartate".

…e in campo alimentare?
"Dal punto di vista della resistenza alle patologie e della capacità di funzionalizzare il cibo rendendolo più nutriente, siamo molto avanti. Siamo certamente capaci di produrre cibo più sano, più sicuro e più duraturo, con caratteristiche nutraceutiche migliori. Sono tutte strade che sono state intraprese e percorsi molto chiari e sicuri.

Per quanto riguarda l'aumento delle rese la situazione è più delicata"
.

Perché?
"Per migliorare le rese dovremmo migliorare la fotosintesi, ossia far sì che la pianta assorba più anidride carbonica. Questo si riesce a fare a livello di campo, dove possiamo aumentare il numero di piante per ettaro, ma si è dimostrato quasi impossibile da fare sulla singola pianta, dove non riusciamo a portare la fotosintesi oltre un certo livello. Ciò limita le produzioni più importanti, quelle dove il miglioramento genetico ha quasi esaurito la variabilità genetica disponibile.

La fotosintesi è un processo vecchissimo e resiliente, che coinvolge tantissimi geni e metaboliti.
Per dare un'idea della sua importanza bisogna considerare che solo l'1% della luce che arriva sulla pianta viene utilizzato. Questo è probabilmente il segreto della resilienza nel tempo di questo processo, che si dimostra tanto resistente quanto inefficiente. Se noi raddoppiassimo la resa della fotosintesi portandola al 2%, potremmo produrre tanto cibo da soddisfare l'intero fabbisogno alimentare mondiale, ma anche risolvere il problema dell'innalzamento globale dei livelli di anidride carbonica, riequilibrando i livelli di produzione antropica e assorbimento vegetale riportandolo, alcuni sostengono, ai livelli preindustriali. Questo porterebbe la soluzione di molti altri problemi correlati, quali il riscaldamento globale e il cambiamento climatico.

Ritengo varrebbe la pena, sia per questioni alimentari che ambientali, puntare su questi processi che appartengono alla sfera della ricerca fondamentale e la cui applicabilità non è immediata. Oggi esistono dei veri e propri consorzi a livello mondiale, particolarmente dedicati alle piante più importanti, quali grano e riso, che stanno affrontando il problema"
.

Esiste un piano del Cnr per risolvere il dilemma del food vs. non food?
"No, un piano non esiste. Il Cnr è focalizzato però verso la cosiddetta bioeconomia, al centro della quale la questione food/non food è dominante, quindi è un problema che ci poniamo.

Il minimo comune denominatore della questione, che risponde fondamentalmente a una norma di buon senso, è di fare agricoltura food dovunque sia possibile, mentre nelle aree marginali, quali quelle paludose o salmastre, promuoviamo la messa a coltura per biomasse o bioenergia. Dove i due tipi di coltura non si toccano, ma possono convivere e anzi essere sinergici, la coesistenza è la soluzione migliore da adottare; quando andiamo invece a toccare superfici vocate alla produzione food e a convertirle a produzioni non alimentari, dovrebbe essere lo stesso mercato a dirci che non è una cosa da fare.

Non può esistere un piano del Cnr o di chiunque altro per valutare questo, perché agricoltori e industriali ragionano su base economica e valutano se conviene produrre derrate alimentari o piuttosto passare, magari temporaneamente, a produzioni non food. Quello che è invece molto difficile da capire, e che probabilmente andrebbe normato molto meglio, è l'utilizzo energetico, come nei parchi solari, di superfici che sono di grandissimo valore per l'agricoltura destinata all'alimentazione"
.

Tra i più acerrimi nemici delle biotecnologie ci sono i talebani del biologico e del naturale a tutti i costi…
"Sì, ed è un paradosso. Ci sono due problemi: il primo è che forse noi non siamo bravi a spiegarci, ma il secondo è che spesso dall'altra parte non si trova qualcuno disposto ad ascoltare. Le nuove biotecnologie non riducono la biodiversità, anzi, la aumentano. Mentre in alcuni casi questo è inutile, in altri è assolutamente necessario. Se vogliamo aumentare le produzioni di cibo dobbiamo creare nuove piante in grado di farlo.

Riguardo l'accusa che le coltivazioni ingegnerizzate creino un danno a quelle biologiche è altrettanto infondata. Oltre alle avversità ambientali ci sono quelle biotiche e le nuove biotecnologie sono fondamentali per creare piante naturalmente resistenti agli attacchi di parassiti e patogeni, evitando trattamenti fitosanitari. La necessità di meno trattamenti significa di fatto aiutare l'agricoltura biologica e non certo danneggiarla"
.

Le biotecnologie sono un'icona del concetto di innovazione, ma cosa significa 'innovazione' in biotecnologia?
"Non esiste biotecnologia senza innovazione. La nostra disciplina parte dal concetto che siamo riusciti a innovare la maniera con cui facciamo genetica e selezione. Ci sono stati due step fondamentali: la capacità di creare Organismi geneticamente modificati e riuscire a lavorare a livello di genome editing. Ogni nuovo step delle biotecnologie ha bisogno di un livello di innovazione successivo. Per fortuna l'innovazione in biologia è rapidissima. Se non avessimo potuto sequenziare il genoma di tante piante non avremmo probabilmente potuto applicare le tecnologie di genome editing e le tecnologie attuali".

In che modo le biotecnologie si integrano con gli altri settori della ricerca applicata all'agricoltura?
"Per quanto riguarda la chimica, come ho detto l'uso delle nuove biotecnologie potrebbe ridurne l'uso, ma ci sono miriadi di altre interazioni: si potrebbe ad esempio diminuire la quantità di fertilizzanti; un elemento fondamentale se si considera che il fosforo assorbibile dalle piante finirà tra circa trenta anni. La creazione di nuove piante in grado di assorbirlo sotto forme diverse risolverebbe il problema.

Per quanto riguarda l'ingegneria, ci sono altrettante forme di interesse comune, tra cui la bioinformatica, che ci consente di lavorare sui big data di nuova variabilità genetica facendo screening con approcci bioinformatici. Non va dimenticata la robotizzazione, che consente un high throughput della nuova variabilità, del suo inserimento e del suo studio"
.

Come sarà l'agricoltura del futuro?
"Mi piace immaginare un'agricoltura più pulita e diffusa di quella attuale, con l'uso di aree attualmente marginali. L'agricoltura dovrà essere più sana, in grado di soddisfare i bisogni locali senza trascurare l'aspetto della food security sia in termini qualitativi che quantitativi.
Seguendo l'attuale curva demografica la Fao prevede che nel 2050 avremo bisogno del 30% in più di acqua ed energia, nonché del 50% in più di cibo. Sono numeri colossali. Se non troviamo ora il game changer, non saremo in grado di soddisfare i bisogni futuri senza far ricorso alle biotecnologie così come le conosciamo adesso e come saranno tra qualche decennio. L'unica altra soluzione che vedo è quella di non arrivare a quel momento diminuendo la popolazione del pianeta.
Il piano A è l'uso delle biotecnologie. Non c'è un piano B"
.


L'agricoltura vista con gli occhi dei protagonisti del settore.
Per i 30 anni di Image Line abbiamo voluto dar voce ai principali Istituti, Confederazioni e Associazioni che, dall'agrimeccanica all'agroalimentare, passando per la zootecnia, hanno tracciato il quadro presente e futuro del settore primario

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

Autore:

Tag: ogm ricerca interviste genomica video biotecnologie bioeconomia

Temi caldi: 30 risposte per l'agricoltura italiana

Ti è piaciuto questo articolo?

Registrati gratis

alla newsletter di AgroNotizie
e ricevine altri

Unisciti ad altre 189.672 persone iscritte!

Leggi gratuitamente AgroNotizie grazie ai Partner