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Acido acetico e diserbi, meglio fare il punto

Una molecola alla volta: l'acido acetico. Cresce il consenso popolare al suo uso come diserbante alternativo a glifosate, sebbene a oggi non abbia alcuna registrazione in Italia come prodotto fitosanitario

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Una molecola alla volta: acido acetico

Ora, che l'acido acetico possa uccidere le malerbe non stupisce affatto. È un acido e anche molto aggressivo se dosato in modo generoso. Quindi attacca i tessuti, vegetali e animali, e fa loro tanto, tanto male. Infatti le erbe trattate muoiono tutte indistintamente, è solo questione di dose. Magari anche di odore e di bruciori a gola e occhi degli eventuali astanti accidentali, visto che l'aceto stesso non è noto per il profumo, figuriamoci applicando formulati di acido acetico più concentrati di 4-5 volte rispetto all'aceto per usi alimentari. Applicazioni che vanno poi ripetute più volte di fila, in quanto l'acido acetico non devitalizza le radici e quindi le infestanti possono ripartire a ogni pioggia emettendo nuovi tessuti vegetali.

Nonostante ciò, nella recente foga collettiva anti-glifosate l'acido acetico è assurto agli onori della cronaca come diserbante alternativo, rilanciato tramite i media persino da figure con responsabilità di tipo pubblico, come per esempio Angela Colmellere, sindaca di Miane in provincia di Treviso, alle cui iniziative in tema di diserbi sul suo territorio comunale è stato dato ampio risalto dalla stampa locale. La sindaca avrebbe infatti emanato un divieto all'uso di "prodotti chimici" contro le infestanti, preoccupandosi dei loro effetti potenzialmente nocivi.
Da due anni a Miane si userebbero quindi solo "sostanze biologiche rispettose dell'ambiente e della salute dei residenti".

Nella pagina Facebook di QdpNews, al quale la sindaca ha rilasciato l'intervista, Angela Colmellere ha infatti caricato un'immagine, forse ricavata da una rivista di settore, nella quale si vedono gli effetti di due trattamenti con aceto su parcella inerbita e di tre nei sottofila di un vigneto, eseguiti tutti a cinque giorni di distanza uno dall'altro. Nel medesimo post le si è chiesta conferma se anche a Miane fosse stato utilizzato l'acido acetico per diserbare le aree urbane e si resta in attesa di una risposta, sebbene l'endorsement per questo prodotto appaia inequivocabile in ogni caso.

Del resto, cosa meglio dell'acido acetico potrebbe sostituire glifosate a altri diserbanti di sintesi?
Tutto sommato, lo si usa perfino nelle insalate. Che problema potrà mai creare? E invece di problemi ce ne sono parecchi, a partire dall'assenza di registrazioni in Italia come prodotto fitosanitario, condizione irrinunciabile per poter utilizzare qualsivoglia sostanza attiva per controllare insetti, funghi e malerbe. Nessun agricoltore né operatore professionale del verde può cioè utilizzare erbicidi o altri agrofarmaci che non siano stati preventivamente autorizzati con apposito Decreto ministeriale. E ci mancherebbe altro, verrebbe da dire. Altrimenti si potrebbe avvallare anche l'uso come erbicida della candeggina, usata tradizionalmente per fare dispetti ai vicini i cui alberi si ergano lungo il confine di due proprietà, o altre bassezze simili.


Tossicità e rischi per la salute

Altra pessima notizia giunge anche dal punto di vista tossicologico, perché la tossicità acuta orale dell'acido acetico è il doppio di quella, per esempio, del tanto vituperato glifosate. La LD50 dell'acido acetico - sostanza chimica anch'esso, con buona pace di chi crede di no - è infatti pari a 3.310 mg/kg contro i 5.600 mg/kg di glifosate. In sostanza, per avere rischio di morte basta ingerirne la metà.

Per non parlare delle frasi di rischio che un ipotetico formulato a base di acido acetico potrebbe forse riportare in etichetta se mai venisse debitamente registrato come agrofarmaco. Per esempio, leggendo la scheda di sicurezza dell'acido acetico puro, un erbicida che lo contenesse potrebbe beccarsi una o più delle seguenti frasi di rischio relative all'irritazione e ai danni oculari e dermali: H315, H316, H317, H318, H319 e H320. In etichetta potrebbero trovare spazio anche la H335 ('può irritare le vie respiratorie') e perfino la H340 ('può provocare alterazioni genetiche'), dato che, sempre leggendo la scheda di sicurezza, l'acido acetico pare aver mostrato effetti mutageni su cellule somatiche umane, batteri e lieviti. Rognoso anche da conservare, l'acido acetico, rischiando infatti pure la H290 ('può essere corrosivo per i metalli').

Tutte ipotesi di etichetta fatte leggendo una semplice scheda di sicurezza del prodotto puro tal quale. Ipotesi che si potranno quindi verificare o smentire solo quando, e se, un prodotto a base di acido acetico venisse registrato in Italia come erbicida, dipendendo molto anche dalla percentuale di sostanza attiva di questo ipotetico agrofarmaco tutt'oggi inesistente.

Futuribile etichetta ministeriale a parte, però, la sostanza attiva, come visto, non pare molto amichevole comunque. È un acido: che vi aspettavate fosse, acqua fresca? Per tali motivi ci si stupisce che il famoso "principio di precauzione" non venga nemmeno nominato, al contrario del mantra quasi ossessivo che emerge quando si parla di agrofarmaci di sintesi.

Altro punto dolente, infatti, è purtroppo il solito parallelismo fra prodotto "naturale" e "biologico", come pure fra questi due concetti e quello di "innocuo". Questi tre termini sono usati spesso come equivalenti, ma ciò non è mai corretto. E si sottolinea: mai. Già l'essere "naturali" è qualcosa di cui di per sé si potrebbe discutere. Per esempio, l'acido pelargonico - debitamente registrato come erbicida presso il ministero della Salute - esiste in natura in un tipo di geranio, il Pelargonio appunto, ma di fatto viene prodotto in fabbrica tramite processi industriali che "tagliano e cuciono" acidi grassi a catena più lunga per ottenere quella a nove atomi di carbonio del pelargonico. Vengono cioè presi acidi grassi di colture oleaginose e modificati industrialmente.

Ciò fa sì che l'acido pelargonico così ottenuto sia in tutto e per tutto identico a quello del Pelargonio, ma non permetta di dire che quel prodotto sia di estrazione naturale diretta, in quanto figlio di processi industriali complessi che partono da molecole diverse e ne producono una sola, ben particolare. Non a caso, al momento non figura nella lista dei prodotti utilizzabili da chi segua disciplinari di agricoltura biologica. Ma per l'acido acetico, cosa si può dire?
 

Biologico o non biologico?

Sì e no. Nel senso: viene citato, ma non come diserbante. A parte ribadire il fatto che non esiste alcuna autorizzazione ministeriale italiana che ne renda legali la commercializzazione e gli usi come erbicida, che l'acido acetico non possa essere considerato un "diserbante biologico" lo si evince anche dagli Standard di produzione biologica redatti da CSPB, acronimo di Comitato degli standard di produzione biologica, ed. n° 2 del luglio 2014, revisione 3 del 2018-02-19.

Da un lato, nell'elenco delle sostanze utilizzabili sono ammesse genericamente le cosiddette "sostanze di base", ai sensi dell'articolo 23, paragrafo 1, del regolamento CE n. 1107/2009. Ovvero quelle sostanze di origine vegetale o animale che rientrino nella definizione di "prodotto alimentare o derrata alimentare" (Art. 2 del Reg. CE n. 178/2002). E in effetti si usa tranquillamente l'aceto, contenente acido acetico, per condire le insalate. Infatti anche per il CSPB può essere utilizzato aceto tal quale, di vino o di frutta, ma solo come coadiuvante e correttore del pH, quindi l'uso come erbicida non è contemplato.

Men che meno lo è se consideriamo l'acido acetico per ciò che insegna la chimica organica. Fra le sostanze attive ammesse in agricoltura biologica risultano infatti anche gli acidi grassi: "tutti gli usi autorizzati, salvo erbicida". Quindi c'è sì in lista, ma non certo per effettuare diserbi. L'acido acetico (formula chimica CH3COOH) appartiene infatti ai cosiddetti acidi grassi a catena corta, quindi a norma di logica e al netto di eventuali deroghe o apposite inclusioni future, al momento non può essere considerato un diserbante biologico come spesso è invece fatto passare tramite messaggi che definire fuorvianti è usare un eufemismo.

Gli usi dell'acido acetico sono contemplati invece per quanto riguarda l'apicoltura, seppur con una debita puntualizzazione. Al capitolo 5.8.6.3 del documento CSPB si evince infatti come "L'uso di medicinali veterinari nell'apicoltura che risponde ai requisiti di cui al presente Standard deve essere conforme ai seguenti principi: a) essi possono essere utilizzati se la loro corrispondente utilizzazione è autorizzata nello Stato membro interessato secondo la pertinente normativa comunitaria o secondo la normativa nazionale in conformità del diritto comunitario - proseguendo poi al punto - i) fatto salvo il principio di cui alla lettera a) nei casi di infestazione da Varroa jacobsoni possono essere usati l'acido formico, l'acido lattico, l'acido acetico e l'acido ossalico nonché le seguenti sostanze: mentolo, timolo, eucaliptolo o canfora".

E' cioè necessaria una specifica autorizzazione nazionale per un altrettanto specifico uso. Ed è proprio contro questo banale concetto che si scontrano gli utilizzatori di acido acetico come diserbante, ovvero le debite autorizzazioni dei prodotti. Autorizzazioni al momento assenti.

Eppure in commercio si trovano formulazioni contenenti acido acetico a concentrazioni ampiamente superiori a quelle dell'aceto a uso alimentare. Si parla di percentuali di acido acetico fino a cinque volte superiori, riportando in etichetta pure il bollino di agricoltura biologica al fianco di claim che però non ammettono discussioni sull'uso consigliato, tipo "soluzione naturale per le infestanti". Tradotto, "erbicida", solo che per motivi di ordine legale non lo si può scrivere in modo così diretto. Tanto è vero che tali prodotti sono descritti genericamente come "corroboranti" e non come erbicidi.

Corroboranti che non si capisce bene, visto che bruciano le piante e di ciò i produttori se ne fanno pure vanto e pubblicità. Ma se non si può vendere un prodotto apertamente come diserbante su qualche specchio bisogna pur arrampicarsi. E che sia un affarone per chi lo vende lo si può giudicare dal prezzo al pubblico rinvenibile su internet, intorno agli 8-9 € al litro, da diluirsi 1:1 con l'acqua e da irrorare su pochi metri quadri di superficie. Prodotti che possono magari andare benissimo per il privato cittadino che ignori le vigenti normative e che non sappia fare quattro conti economici, dovendo seccare le erbacce sotto i fili dello stenditoio in giardino e niente più. Cosa che potrebbe fare in proprio con 20 centesimi di candeggina pura. Tanto, usi impropri per usi impropri, almeno risparmia i quattrini. (nda: si stanno facendo solo degli esempi oltre il limite dell'assurdo per far meglio comprendere la surrealità della situazione. Si sconsiglia vivamente di fare a casa alcunché di improvvisato contro malerbe, insetti e funghi parassiti).

Di certo, tali formulati "acetici" non possono essere spacciati come prodotti alternativi agli attuali diserbi di tipo professionale, incluso quell'acido pelargonico che non sarà "naturale", non sarà "biologico", ma almeno è stato regolarmente autorizzato dal Ministero della Salute come erbicida ed è legalmente in vendita.

Nonostante ciò, a base di acido acetico si trovano in commercio altri formulati i quali, pur specificando in etichetta "il prodotto non è un fertilizzante" e "il prodotto non è un fitosanitario", vengono comunque consigliati come erbicidi per il diserbo urbano e ferroviario. Nelle schede di sicurezza, inoltre, si trova la spunta su "usi professionali", cioè quelli che più d'ogni altro dovrebbero implicare il rispetto per le norme di legge. Se un prodotto non è registrato come fitosanitario presso il ministero della Salute - e l'acido acetico non lo è, per lo meno in Italia - quel prodotto non può essere consigliato apertamente verso usi come erbicida.

Non si può quindi che concordare con la sindaca di Miane, la quale ha concluso la propria intervista a QdpNews affermando: "Ciò che non tollereremo più sono gli allarmi infondati, faziosi, diffamatori, che taluni lanciano solo per dar aria alla bocca. Sono offensivi, oltre a costituire reato di procurato allarme di cui si risponde nelle sedi opportune".

Parole sacrosante, queste, date in risposta a una lettera accalorata di una concittadina la quale, vedendo ampie porzioni di verde pubblico rinsecchito, avrebbe scritto alla sindaca protestando per l'uso, appunto, di sostanze chimiche sul territorio comunale. Forse, chissà, pensava fosse stato usato glifosate. In effetti, l'erba secca resta pur sempre erba secca, che sia stata uccisa con glifosate, pelargonico o acido acetico. Quindi l'effetto visivo di erba secca quello è e quello rimane. Se no, che diserbanti sarebbero?

Delle splendide parole usate dalla sindaca di Miane per rispondere a tale protesta sarà bene ricordarsi la prossima volta che verranno gettate onde di fango su qualche agrofarmaco di sintesi utilizzato nella zona del Prosecco, la più bersagliata da allarmi infondati, faziosi e diffamatori che taluni hanno lanciato negli ultimi anni. Non tanto per dare aria alla bocca, quanto per spingere la locale viticoltura verso interessi economici e associativi particolari, sfruttando per giunta la buona fede e l'ingenuità di una popolazione locale la cui opinione è stata ampiamente manipolata in chiave allarmista.

E li sì, infatti, che il procurato allarme ci starebbe tutto, visto che stando a ogni statistica sanitaria locale la popolazione scoppierebbe di salute e camperebbe cent'anni. Peccato quindi che le multinazionali non abbiano ancora preso la decisione di far rispondere qualcuno nelle sedi più opportune. Sarebbe forse l'inizio di un nuovo corso nel quale gli allarmisti di professione - e magari qualche azienda piratesca - pagherebbero in solido le proprie manovre disinformative.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: biologico diserbo erbicidi

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