Alberi geneticamente modificati per la produzione di biomassa - Terza parte

Ogm per il carbon farming o per la produzione di energia? A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Legno di arancio geneticamente modificato per favorire la micropropagazione (sinistra) e campioni dello stesso albero senza modifiche genetiche
Fonte foto: Howard Hughes Medical Institute

Ci sarà un ruolo per gli alberi geneticamente modificati (Agm) nell'implementazione del Green Deal? E in caso affermativo, quale sarà lo scopo delle coltivazioni di Agm: bioenergia o carbonicoltura?

Questa seconda ipotesi sembra essere l'opzione favorita dal legislatore europeo, almeno stando all'obiettivo annunciato lo scorso luglio nella New EU Forest Strategy 2030: piantare 3 miliardi di alberi. Una politica che, nella sua semplicità, sembra quasi naïf, la solita promessa da politico per ingraziarsi l'elettorato "verde". Il documento di 53 pagine espone però chiaramente gli elementi che giustificano tale cifra, stabilendo che non pretende essere la panacea per i mali ambientali del Terzo millennio, né la scusa per sostituire le foreste naturali con monocolture forestali. L'approccio è molto pragmatico: al momento la riforestazione è il metodo più economico e facilmente implementabile di cui disponiamo, il fatto che non vedremo i risultati prima di venti o trenta anni non può essere la scusa per non iniziare ad agire ora.

La Strategia definisce le aree da adibire alle colture forestali - 4,8 Mha di terreni abbandonati o degradati - e le specie forestali escluse dal piano di riforestazione:

  • La paulonia (Paulownia tomentosa) in quanto ritenuta specie aliena invasiva, sulla base di uno studio (1, citato nella Strategia).
  • La robinia (Robinia pseudoacacia), per le stesse ragioni della paulonia, e anche per essere in grado di modificare l'ecosistema del suolo e di attrarre gli impollinatori, a scapito delle specie autoctone (2, citato nella Strategia).
  • L'eucalipto (Eucalyptus sp.) si deve coltivare lontano dai terreni agricoli perché rilascia composti allelochimici che interferiscono con le colture e con le piante autoctone, degrada il suolo e contribuisce alla perdita di biodiversità (3, citato nella Strategia). Inoltre, l'eucalipto è la specie con il più alto rischio di innescare incendi boschivi (4, citato nella Strategia).


Nell'opinione dell'autore tale approccio contiene alcuni vizi ideologici in quanto le tre specie citate, pur essendo alloctone, sono atte alla monocoltura a scopo industriale su suoli già degradati. Ad esempio, la robinia cresce velocemente, è una pianta chiave per l'apicoltura, produce ottima legna da ardere, di qualità simile al faggio e restituisce azoto al terreno.

Inoltre, le fonti citate come "prova" nel testo della Strategia sono accademicamente discutibili:

  • La situazione dei boschi di pino degli Appalachi non si può estrapolare a tutto il territorio europeo; il secondo link al portale delle specie invasive punta ad una pagina generica nella quale non dice niente sulla paulonia. Oltre che più pertinente, il legislatore europeo dovrebbe essere anche più preciso nelle citazioni.
  • L'invasività della robinia in Belgio, oltre al fatto di non essere estrapolabile a tutto il territorio comunitario, non è provata nemmeno lì, perché la stessa pagina dichiara "stadio dell'invasione: sconosciuto". La robinia è stata introdotta in Europa secoli fa, ormai la si deve considerare naturalizzata. Diventa invadente solo in situazioni di incuria e abbandono dei terreni agricoli.
  • L'effetto allelopatico dell'eucalipto sulle specie autoctone è stato provato sulla flora autoctona cinese, che nulla ha a che vedere con la flora mediterranea, che è l'areale nel quale l'eucalipto si potrebbe coltivare in Europa. Inoltre, nessuna delle due ricerche cinesi, riportate come "prova", riguarda l'Eucalyptus camaldulensis, che è la specie più coltivata nel nostro territorio. Infine, l'unico studio europeo citato nella Strategia riguarda un modello matematico della probabilità di innesco e propagazione degli incendi in Portogallo. Di per sé, non è altro che uno dei tanti modelli esistenti e non è provato che sia quello che meglio rispecchia la realtà, né che sia applicabile fuori dal Portogallo.


Il documento non dice niente sugli Agm, ma indirettamente assume un approccio ideologico che sembra contrario.

Citiamo testualmente (traduzione dell'autore):
3.4.1.1. Conservation of forest genetic resources in the EU and neighbouring regions
This aspect is key to ensure that the EU has a wide-enough source of high-quality seed collection adapted to new climatic conditions. The key to resilient ecosystems in the context of climate change is planting and growing a diverse range of trees with diverse genetic constituents that allow for natural selection of the most suitable individual. To achieve this, mixed-species forest plantations are much better suited than single-specie plantations. The right tree species requires the right seed source. It is important to ensure quality seeds are available in the quantities needed, hence the conservation of key forest areas for forest genetic resources is essential.

3.4.1.1. La conservazione delle risorse genetiche forestali nell'Ue e regioni limitrofe
Questo aspetto è chiave per assicurare che la Ue abbia una fonte sufficientemente larga per raccogliere sementi di alta qualità adatti alle nuove condizioni climatiche. La chiave per gli ecosistemi resilienti nel contesto del cambiamento climatico sta nel piantare e crescere una gamma diversificata di alberi con costituenti genetiche diverse che consentano la selezione naturale dell'individuo più adatto. Per raggiungere questo scopo, le colture forestali multi-specie sono molto più adatte delle monocolture. La specie di albero giusta richiede la giusta fonte di sementi. È importante assicurare che le sementi di qualità siano disponibili nelle quantità di cui abbiamo bisogno, pertanto la conservazione delle aree forestali chiavi per le risorse genetiche forestali è essenziale.

Perché coltivare gli alberi solo da semi e non da talee o altri metodi di propagazione vegetativa? È vero che, dal punto di vista della biodiversità, un elevato grado di clonalità nei futuri rimboschimenti non è desiderabile. Ma è altrettanto vero che, in vista dell'urgenza con cui è necessario procedere alla cattura di carbonio atmosferico e alla mitigazione del dissesto idrogeologico, la propagazione vegetativa offrirebbe tempi di attecchimento e crescita minori. Alberi "adatti alle nuove condizioni climatiche" si possono ottenere certamente per incroci selettivi, che però si propagano per talea o calli (ad esempio i pioppi "boreali" della SweTree). Si possono ottenere in minore tempo e in maggiori quantità mediante tecniche Crispr alberi adattati alle nuove condizioni pedoclimatiche (esiste già un eucalipto resistente alle ghiacciate). Il ricorso alla "selezione naturale" inserito esplicitamente nella Strategia sembra dunque in contraddizione con l'urgenza all'azione e al raggiungimento di risultati che la Ce vorrebbe dagli Stati membri, citato più per ragioni ideologiche del funzionario che ha redatto il documento, o per concessione politica ai "verdi" più estremisti, per i quali perfino la coltivazione mediante talee sembra "antinaturale".

Supponendo che il pragmatismo prevalga finalmente sull'ideologia, potrebbe esistere ancora uno spazio per gli Agm, grazie ad uno studio incaricato dalla stessa Ce e pubblicato ad aprile 2021. Lo studio prende atto che le Ngt, New Genomic Techniques, rendono gli organismi "manipolati" indistinguibili da quelli "naturali" perché non introducono geni estranei al genoma bensì si limitano allo spegnimento o superespressione di uno o più geni che la specie già possiede. Quindi ha poco senso applicare ai prodotti di queste tecnologie le stesse restrizioni normative in vigore per gli organismi transgenici. Lo studio riconosce il potenziale delle Ngt per il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal e della Farm To Fork Strategy.

Uno dei quesiti sollevati dall'Efsa (5) è come si dovrebbe considerare un innesto di un albero non geneticamente modificato su un ceppo geneticamente modificato. È noto che gli innesti conservano il proprio materiale genetico, per cui con tale tecnica si potrebbe beneficiare della maggiore resistenza e adattabilità offerta del ceppo geneticamente modificato, ottenendo però individui che, a tutti gli effetti, portano solo genoma non modificato. Prelevando le marze da più individui che non siano cloni della stessa pianta madre, si aumenterebbe addirittura la biodiversità. Paradossalmente, si potrebbero innestare due o tre marze, addirittura prelevate da località geografiche diverse, su un unico portainnesto geneticamente modificato, ottenendo espressioni genetiche diverse in un unico albero. La raccomandazione finale dell'Efsa è quella di rivedere le attuali normative in materia di Ogm perché sono diventate obsolete.

I progetti di rimboschimento massivo non sono idea dell'amministrazione von der Leyen: sono già stati avviati in altri continenti. E, come al solito, non mancano le critiche.

Ad esempio, un articolo pubblicato sul giornale dell'Università di Yale sostiene che:

  • Troppa forestazione porta alla desertificazione. Tale affermazione si basa su uno studio cinese (6). Però si può facilmente obiettare che il presupposto del Governo cinese per il piano forestale fallito era sbagliato in partenza. Afforestare una zona che è stata un deserto sin dalla fine dell'ultima Era Glaciale non è lo stesso che riforestare una zona disboscata dall'uomo, quindi il risultato catastrofico era prevedibile in partenza. Non è logico voler compensare il disboscamento di un luogo afforestando un altro luogo, addirittura con specie che non sono mai cresciute in esso.
  • Ingiustizia sociale. I problemi dei vari gruppi pashtun in Pakistan, puramente culturali, non sono estrapolabili all'Europa, quindi l'argomento non prova niente. Ammesso e non concesso che gli agricoltori europei smettano le coltivazioni alimentari perché la silvicoltura sovvenzionata sarà più redditizia, il problema sarebbe da imputare alle attuali distorsioni del mercato alimentare, che tutti conosciamo, e non ai piani di afforestamento o rinaturalizzazione.

Come già segnalato nella Seconda parte, articoli come quello citato sopra vanno valutati con cautela. L'Università di Yale vanta un prestigio mondiale, ma l'articolo in questione non è stato scritto da nessuno dei suoi ricercatori, bensì da un giornalista esterno.

Un articolo pubblicato su Science (7) segnala problemi legati alla stabilità dei territori riforestati, concetto in linea con la politica "l'albero giusto al posto giusto" contenuta nella Strategia Europea. Molte delle avversità osservate nelle foreste naturali - attacchi fungini, invasioni di pesti alloctone, proliferazione di insetti fitofagi, incendi - sono il risultato diretto del cambiamento climatico. Aumentando indiscriminatamente la superficie forestale, si rischia dunque di peggiorare il problema anziché risolverlo.

Ad esempio, in Canada, l'innalzamento delle temperature globali ha aumentato le invasioni di larva del pino (Choristoneura fumiferana). Il problema è aggravato dall'espansione verso Nord dell'areale dello scarabeo del pino (Dendroctonus ponderosae). L'attacco congiunto agli aghi ed al legno comporta la perdita di grandi superfici di conifere. I pini morti si infiammano più facilmente, liberando CO2 e CH4 durante gli incendi estivi. Riforestare le aree bruciate è un'opzione, ma non risolve il problema perché le nuove piante verrebbero aggredite nuovamente dagli insetti. I ricercatori canadesi hanno sviluppato abeti transgenici con un principio tossico per il coleottero ed il bruco, ora si dibatte se si debba procedere alla loro introduzione nelle foreste.

I lettori avranno già notato il forte parallelismo fra la situazione canadese e l'invasione di bostrico dell'abete rosso (Ips typographus) che colpisce i boschi alpini. Al bostrico nostrano si somma il bostrico scandinavo (Ips duplicatus), appena arrivato in Svizzera e nel Liechtenstein e apparentemente più dannoso. Ad oggi, l'unico sistema di lotta al bostrico è la trappola ai feromoni, che però risulta poco efficace quando abbondano gli alberi giovani divelti a terra in seguito a forti temporali, anche questi palese manifestazione del cambiamento climatico. Le leggi italiane non consentono il ricorso agli Agm, ma sorge spontaneo domandarsi: per quale motivo non si dovrebbero piantare abeti con gene Bt, da abbattere appositamente in primavera per indurre i coleotteri a colonizzarli? In che modo tale pratica potrebbe nuocere alle "eccellenze del made in Italy" che l'attuale proibizionismo intende tutelare? Forse si teme che i violini fatti a Cremona suonino male se costruiti con tavole armoniche di legno Ogm?

Mentre il vecchio continente continua a legiferare senza limiti, dall'altro lato dell'Atlantico l'atteggiamento è molto più positivista. Charles DeLisi, coordinatore del primo progetto di mappatura del genoma umano, sostiene che se solo il 10% degli alberi fosse transgenico, capace di raggiungere un 90% della loro efficienza fotosintetica potenziale, in meno di ottanta anni si potrebbe ridurre del 24% la concentrazione attuale di CO2 atmosferica. La sua visione è un po' in controtendenza: gli Agm dovrebbero essere sviluppati in modo che abbiano un apparato radicale ipertrofizzato e poca biomassa aerea per accumulare più carbonio nel suolo.

Ammesso e non concesso che la coltivazione di Agm a scopo di cattura della CO2 possa in qualche modo nuocere l'ambiente, rimane comunque la possibilità di coltivarli a scopo energetico. I cicli di rotazione brevi impediscono di fatto la tanto paventata contaminazione del patrimonio genetico naturale, e l'introduzione di geni che minimizzino il consumo di acqua, fertilizzanti e agrofarmaci è ormai ben studiata. D'altronde il Green Deal e la revisione della Red II (Prima parte e Seconda parte) impongono ambiziosi obiettivi in materia di sostituzione dei combustibili fossili, in particolare nel settore aviazione, dove non esistono alternative tecnologiche. Le stesse politiche impongono ulteriori limitazioni all'utilizzo delle biomasse.

Quindi, con cosa prevede il legislatore europeo che si approvvigioneranno le future fabbriche di "carburanti avanzati"? Poiché sarà obbligatorio coltivare le future materie prime in "terreni che a gennaio 2008 non presentavano elevata biodiversità", in quanto in genere i terreni inclusi nella classifica sono poco produttivi, poiché non c'è ancora una direttiva che agevoli l'utilizzo di fanghi in agricoltura e infine perché si vuole limitare o azzerare l'utilizzo degli agrochimici, va da sé che a certo punto il legislatore dovrà fare una scelta. O si ammette l'impossibilità di raggiungere gli obiettivi con l'attuale "overregulation", o si rinuncia all'ideologia e, pragmaticamente, si fa ricorso a tutte le soluzioni possibili, ivi comprese le biotecnologie. Ad esempio, alcune linee clonali di pioppi transgenici (8) sarebbero particolarmente indicate per la produzione di bioetanolo di seconda generazione, indispensabile per ridurre il consumo di benzina o per sintetizzare i carburanti aeronautici. La manipolazione genetica produce alberi con più cellulosa e meno lignina, quindi in grado di produrre più glucosio per unità di enzimi consumati per la saccarificazione del legno.

Sfortunatamente, la Ce per ora tace e le uniche voci che si fanno sentire sono le solite: quelle degli antagonisti alle bioenergie. L'ultimo "comitato del no", entrato in scena un mese prima di scrivere questo articolo, è la Ong Stop GE Trees. La valutazione dei loro argomenti si lascia al lettore.

Bibliografia
(1) Anjozian, Lisa-Natalie, Nature in a Name: Paulownia tomentosa—Exotic Tree, Native Problem (2010), JFSP Briefs. 32. Si veda anche EASIN - European Alien Species Information Network.
(2) Invasive Alien Species in Belgium.
(3) Allelopathic effects of Eucalyptus on native and introduced tree species e Allelopathic effects of eucalyptus and the establishment of mixed stands of eucalyptus and native specie.
(4Garcia-Gonzalo et al, 2012, Modelling wildfire risk in pure and mixed forest stands in Portugal. Allgemeine Forst- und Jagdzeitung, 2012, Vol.183 No. 11/12 pp.238-248 ref.49. Link ad una versione gratuita trovato dall'autore.
(5) Konstantinos Paraskevopoulos, Silvia Federici, Overview of EFSA and European national authorities' scientific opinions on the risk assessment of plants developed through New Genomic Techniques; European Food Safety Authority (EFSA), First published: 29 April 2021.

(6Xiao, Y., Xiao, Q. Impact of large-scale tree planting in Yunnan Province, China, on the water supply balance in Southeast Asia. Environ Monit Assess 191, 20 (2019).
(7Anderegg, W. et al.; Climate-driven risks to the climate mitigation potential of forests, 2020, Science.
(8Escamez, S., Latha Gandla, M., Derba-Maceluch, M. et al.; A collection of genetically engineered Populus trees reveals wood biomass traits that predict glucose yield from enzymatic hydrolysis. Sci Rep 7, 15798 (2017).

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Fonte: Agronotizie

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Tag: ogm difesa unione europea biomasse

Temi caldi: ogm

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