La carne è debole

Aumentato il consumo in casa. Ma in misura insufficiente a compensare il calo nella ristorazione collettiva. E i prezzi ne soffrono. Resistono le carni di scottona e vitellone. Il futuro in bilico fra prezzo e qualità. Purché riconoscibile

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

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La filiera della carne bovina ha un’importanza strategica e una politica di sviluppo del settore è necessaria per favorirne la competitività
Fonte foto: Angelo Gamberini - AgroNotizie

Il 2020 è un anno destinato a chiudersi con numeri negativi per il comparto delle carni bovine. Sono gli effetti del mutamento dei consumi conseguenti all’emergenza sanitaria, aggiungendo difficoltà a un settore che già da qualche anno è in affanno.

Questo in estrema sintesi è quanto emerge dall’analisi delle dinamiche del settore delle carni bovine diffusa in questi giorni da Ismea, l’istituto di servizi per il mercato agroalimentare.
Si parte dall’elaborazione dei dati Istat, secondo i quali la produzione nazionale di carne ha segnato nei primi sei mesi dell’anno una caduta del 13,6%, che si traduce in una minore produzione di 48mila tonnellate di carne.

Sei mesi che alla minore produzione sommano importanti cali in termini di valore unitario per allevatori e macelli. Quando si tireranno le somme sull’andamento del 2020, la filiera bovina registrerà perdite che sin da ora si prevedono a doppia cifra.
 

Il nodo ristorazione

Alla base di questa crisi la chiusura della ristorazione collettiva, la cui incidenza si aggira intorno al 30% del totale.
Cifre importanti che non potevano essere assorbite dal contemporaneo aumento dei consumi in casa, che pure ci sono stati.
Un fenomeno che ha coinvolto tutto il mercato europeo, appesantito per di più dal blocco delle esportazioni verso i Paesi del Maghreb, il Libano e la Turchia.
L’offerta di carne si è così trovata in una condizione di eccesso, della quale hanno fatto le spese i prezzi. Nemmeno la riduzione della produzione (-2,6%) e il calo delle importazioni (-25%) a livello europeo sono riuscite a frenare l’affanno dei mercati.


Il crollo dei vitelli

Tornando all’Italia, fra i segmenti più coinvolti si trova quello dei vitelli a carne bianca, che nella ristorazione collettiva hanno un fondamentale canale di sbocco.
In alcuni casi gli allevatori sono stati costretti a mantenere in allevamento i capi, che hanno così subìto un ulteriore deprezzamento.
Una situazione di particolare gravità, fronteggiata con agevolazioni per gli operatori attraverso l’esonero dei contributi contributivi.
A questa filiera sono poi destinati complessivi 35 milioni di euro destinati a premi per la macellazione e per l’ammasso privato delle carni, come già anticipato da AgroNotizie.


I consumi in Italia

Per rinvigorire il prezzo delle carni bovine non è stato sufficiente nemmeno l’aumento dei consumi in casa, che nei primi otto mesi dell’anno hanno visto la spesa salire del 6,4%, che equivale ad un aumento del 4,5% dei volumi degli acquisti.
Un dato certo positivo, ma non abbastanza elevato da compensare la caduta del canale Horeca, quello della ristorazione collettiva.

Fra le tipologie più rappresentate in questa crescita dei consumi domestici figura la scottona, i cui prezzi al dettaglio sono saliti dell’8,2%, grazie al buon andamento degli acquisti (+14,6%). Numeri positivi anche per i vitelloni, cresciuti negli acquisti del 5,7%, cui ha fatto riscontro un aumento del prezzo medio.


Le prospettive

Questo lo scenario di massima. Quali ora le previsioni per il futuro?
Se durante le fasi più critiche dell’emergenza sanitaria il settore ha dimostrato una buona capacità di reazione, proseguendo regolarmente le attività, il futuro andamento dei mercati, oltre che al rapporto fra domanda e offerta, dipenderà dalle politiche distributive.

Prevarrà la convenienza di prezzo o il salutismo e la territorialità?
Nel primo caso le carni italiane partono svantaggiate nei confronti del prodotto di importazione, che comunque continuerà ad essere una componente importante dell’offerta complessiva. Non va infatti dimenticato che la produzione interna soddisfa poco più della metà del fabbisogno.

Se la scelta sarà più legata agli aspetti salutistici (che comunque sono garantiti anche dal prodotto di importazione), la carne italiana potrebbe avere opportunità di miglioramento.
Purché si riesca a superare il problema della scarsa riconoscibilità, offrendo al consumatore la possibilità di percepire una reale differenziazione del prodotto.

In ogni caso, conclude l’analisi di Ismea, non si può dimenticare che “la filiera della carne bovina nazionale è una risorsa strategica per il Paese e una politica di settore a lungo termine che cerchi di migliorare e rendere forti i rapporti tra produzione e distribuzione ne favorirebbe senza dubbio la competitività.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: carne import/export prezzi mercati bovini

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