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Un cristallo è per sempre

Interviste impossibili: il rame, ovvero l'agrofarmaco sul quale si è basata la fitoiatria per quasi un secolo e mezzo. Onori, oneri e responsabilità, con un futuro in bilico fra santità e demonizzazione

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Le interviste impossibili: oggi è il giorno del rame

Già nel 5.000 a.C. il rame era utilizzato per realizzare suppellettili e monili, visti i ritrovamenti di oggetti martellati di rame in diverse aree dell’Asia minore. Dall’isola di Cipro, del resto, pare derivare persino il termine "cuprico", visti i floridi commerci di questo metallo che vi si articolavano.
 
Le prime osservazioni di una qualche efficacia sui microrganismi, caddero nel XVIII secolo, nel 1761, quando si realizzò come i semi delle granaglie risultassero esenti da funghi se immersi in una soluzione diluita di solfato di rame. Quasi mezzo secolo dopo, fu il botanico elvetico Benedict Prevost a osservare come le spore del carbone dei cereali non potessero germinare dopo essere state poste in acqua fatta bollire all’interno di recipienti di rame. Una scoperta un po’ inquietante, in effetti, visto che nelle medesime pentole di rame la popolazione cuoceva i propri cibi, assorbendo in tal modo dosi “interessanti” di rame.
 
Dovettero però passare altri 80 anni circa, arrivando al 1885, perché un francese scoprisse gli effetti sulla peronospora della vite delle soluzioni di calce preparate in recipienti di rame. Pierre Marie Alexis Millardet, questo il nome dello scopritore, aveva aperto la via all’uso del rame sulle colture agrarie.
 
Signor rame, la Sua è una storia millenaria. Non si sente un po' demodè?
Ma neanche per idea. Non è che un agrofarmaco diventa vecchio solo per gli anni che ha. Una regola che vale per qualsiasi soluzione contro qualsivoglia acciacco, dell’uomo come delle piante. Pensi per esempio all’acido acetil salicilico, uno dei più utilizzati antinfiammatori al mondo. I benefici degli estratti di corteccia di salice erano noti da secoli, quando nel 1853 Charles Frédéric Gerhardt, anch’egli francese come Millardet, fece reagire il salicilato di sodio, di origine vegetale, con il cloruro di acetile, aprendo la via a quella che ancora oggi viene ampiamente utilizzata con il nome di Aspirina. Lei ritiene forse l’Aspirina vecchia?
 
Assolutamente no. Anzi, più è passato il tempo, più usi si sono trovati di quel medicinale. Ma la sua storia, se possibile, è un po’ più complicata di quella dell’acido acetil salicilico
Certo. Nel corso degli anni si sono trovate molte alternative ai solfati. Quelli, per così dire, di una volta. Ma nessuno ha davvero spiazzato il precedente, andandosi ad affiancare grazie a caratteristiche diverse. Un ossicloruro, per esempio, è più persistente. Un idrossido è più veloce. Non a caso sono stati commercializzati anche in miscela. Se poi vuole un rame che non si stacchi dalle foglie manco con le cannonate, scelga la mia forma di ossido. Il rame rosso”.
 
Già, il colore. Normalmente il colore del rame tal quale è appunto rosso, divenendo verde-azzurrastro solo tramite ossidazione
Non sempre. Pensi al mio solfato tribasico: altamente solubile in acqua, ho un titolo come rame metallo pari al 25,5% e sono caratterizzato da un pH piuttosto acido. Mi si trova in natura come minerale, la calcantite, che ha la forma di cristalli blu. Comunemente non vengo utilizzato in forma pura, bensì neutralizzato con idrossido di calce per ottenere la cosiddetta poltiglia bordolese, un composto insolubile che rimane in sospensione nell'acqua. L'attività anticrittogamica della poltiglia bordolese deriva però dai rapporti tra solfato e idrato di calcio: se si ottiene un composto acido, si ha un preparato di pronta azione ma poco persistente, mentre se è alcalino ha maggiore persistenza, ma minore efficacia. Insomma, certe cose non si improvvisano. Vanno sapute fare”.
 
Tecnicamente, però, Lei ha dei limiti
Ovvio. Per esempio, non possiedo alcuna proprietà endoterapica, esplicandosi la mia attività fungicida solo per contatto, da attribuirsi ai miei ioni liberi. In più, non ce la faccio proprio a restare sulle foglie e sui grappoli se viene una pioggia di una qualche importanza. Casco per terra e gli agricoltori mi devono perciò applicare di nuovo”.
 
Direi che un altro problemino Lei ce l’ha in termini di persistenza, non sulle piante, bensì nel terreno
E che posso farci se sono un metallo? Mica mi degrado. Cu++ sono e Cu++ resto. Quando Millardet mi usò in Francia per la prima volta non ci pensava certo, ma io sarei rimasto lì, in quei vigneti, in saecula saeculorum. Non a caso la Commissione europea ha prodotto il Regolamento n 473/2002/Ce, atto a disciplinare il mio impiego in soli sei chilogrammi all'anno, iniziando con l’agricoltura biologica. Poi è arrivata pure la inclusione nella Lista di sostituzione nata nel corso della Revisione europea degli agrofarmaci. Insomma, vogliatemi pur bene, ma con cervello”.
 
Dal 1° gennaio 2006 l’utilizzo massimo di rame annuo in agricoltura biologica è infatti pari a famosi 30 chili per ettaro sui cinque anni. Molti però non ce la fanno e ricorrono a trucchetti poco onesti…
Sì, ahimé ne sono consapevole. Vengo strattonato da più parti e questa cosa mi mette a disagio. Mica l’ho chiesto io di diventare un pilastro della fitoiatria in generale e di quella biologica in particolare. Io me ne sarei rimasto volentieri a realizzare monili e suppellettili. Invece no, mi avete trasformato in un business agricolo. In passato era facile fare i furbini: bastava trovare qualche formulato acquistabile a scontrino e via, i sei chili si rispettavano per forza. Poi è arrivato il Pan, emanazione della direttiva Ue dell’Uso sostenibile degli agrofarmaci, e i giochi si sono complicati. Non a caso qualche furbastro ha compreso che bastava formulare dei prodotti e commercializzarli come concimi e quei famosi sei chili come limite non contavano più nulla”.
 
Sì, un mio collega ci ha infatti scritto un bellissimo articolo sul tema. Quasi 300 i fertilizzanti a base di rame. Eppure è tutto legale, non trova?
Certo. Finché non verranno fissati per legge certi limiti, ognuno potrà fare quello che vuole. Glielo dico da parte in causa, tanto io non ho mica nulla da perdere: se il mio contenuto nei fertilizzanti fosse quello di un qualsiasi altro microelemento, le aziende dovrebbero aggiungermi in quantità così basse da non avere efficacia antiperonosporica e certi intrallazzi finirebbero d’incanto. Ma finché non si arriva a un quadro normativo in tal senso, sì, la peronospora continuerà a causare strane e sospette carenze di rame. Spesso mi chiedo il perché di tali ritardi decisionali. Eppure basterebbe poco per cambiare le regole”.
 
Guardi, si vede che Lei è un metallo e su certe cose non pare, mi passi la battuta, ferrato.
Spiritoso. Infatti il ferro lo usano chelato a dosi bassissime, mica a chili come fanno con me. Non pensi che ciò mi faccia piacere…”.
 
Nei disciplinari del biologico, però, certi prodotti risultano esclusi. Una prova di buona volontà?
Non saprei. Di certo, escludere tali fertilizzanti mette le associazioni al riparo da possibili accuse di complicità. Mi interrogo infatti sulle reali ricadute pratiche di tali esclusioni. Se tanto non c’è modo di controllare e tracciare gli usi di tali concimi, mi spiega che serve proibirli a parole? No, personalmente crederò alla buona volontà dell’intero comparto, bio e non, solo quando vedrò chiedere a gran voce le necessarie modifiche normative. Da parte di tutti. Prima di allora, sono solo chiacchiere. E qualcuno intanto ci fa soldi in modo furbesco”.
 
Concordo. La trasparenza pare sia quella cosa che tutti invocano a parole, ma che viene poi elusa nei fatti. Ma torniamo a Lei. La Sua è un’origine naturale, ma davvero è innocuo come spesso la gente pensa di tali prodotti?
Ma neanche per idea. L’idea che la natura sia sempre buona è una panzana recente, nata quando l’uomo dalla natura si è staccato. Io ho tutte le mie criticità tossicologiche: letale per gli organismi acquatici, nocivo per diversi insetti, lombrichi e altri organismi non bersaglio, incluso l’uomo. Pensi che studi recenti su ratto hanno dimostrato che anche a basse dosi do una mano alla Sindrome di Alzheimer… No, guardi, come tutte le cose, anche io vado usato con cervello e senso del limite”.
 
Nonostante ciò, a Lei si devono infiniti raccolti che altrimenti sarebbero andati perduti nel tempo
Ma certo, per la miseria! Pensi che ruolo avrei potuto avere a metà del 1800 se voi zucconi mi aveste scoperto come agrofarmaco mentre la peronospora delle patate faceva strage dei vostri raccolti! Forse, quel milione di morti per la carestia non ci sarebbe stato. Putroppo Millardet era ancora in là da venire…”.
 
Se quindi Lei dovesse dare qualche consiglio ai suoi utilizzatori, cosa direbbe?
Direi che non sono la panacea di tutti i mali. Usatemi, ma con parsimonia. E magari senza fare troppo i furbi. Io, preso da solo, sono tutto tranne che sostenibile e vedermi usare come bandiera di forme di agricoltura falsamente sostenibile mi irrita parecchio. Del resto, anche io sono un prodotto irritante, non lo sapeva?”.
 
Certo, non è mica un segreto. Sarà però bene lasciare ora il rame alle sue usuali occupazioni. Fra poco inizierà il ciclo della vite, delle frutticole e delle orticole. Colture che tutte necessitano di rame, chi più, chi meno. Un uso che sarà sempre troppo tardi quando verrà regolamentato in modo più serio e severo di adesso. Perché ogni grammo di questo metallo, impiegato nei campi, sarà ancora lì quando il sole ingoierà il sistema solare divenendo una gigante rossa. Nel frattempo, sarà meglio che tutto il comparto agricolo si dia una regolata.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: agrofarmaci biologico difesa leggi interviste sostenibilità rame pan

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