Cambiamenti climatici, l'agricoltura italiana è la più a rischio

I cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova l'agricoltura del Belpaese. Per assicurare un futuro al made in Italy bisogna essere pronti al cambiamento. Ecco come fare

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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I fenomeni intensi si faranno sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici
Fonte foto: © Mariusz Switulski - Adobe Stock

Dall'inizio della rivoluzione industriale a fine Ottocento ad oggi la temperatura media globale si è alzata quasi un grado, con una accelerazione del fenomeno negli ultimi decenni. Il motivo di questa 'febbre' del pianeta va ricercato nella grande quantità di gas ad effetto serra che l'uomo ha immesso in atmosfera e che fungono da 'coperta' per il globo.

Gli effetti del global warming sono sotto gli occhi di tutti: inverni particolarmente miti, estati siccitose costellate da fenomeni intensi, le cosiddette bombe d'acqua, fino a fenomeni anomali come il vento forte che ha spazzato le Alpi lo scorso anno, abbattendo milioni di alberi.

L'agricoltura è il settore economico che risente maggiormente del clima impazzito. Ogni agricoltore sa quanto la produttività del proprio campo sia direttamente correlata all'andamento stagionale. E quanto una certa prevedibilità del clima faccia dormire sonni tranquilli. Sfortunatamente l'agricoltura mal si coniuga alle stramberie del clima. Tutti ricordano le gelate primaverili che hanno messo in ginocchio l'orticultura del Sud Italia nel 2018 o la siccità straordinaria che ha penalizzato la maiscoltura nella Pianura padana o ancora l'estate terribile del 2014 che ha devastato l'olivicoltura.

Anche se l'Unione europea, attraverso le sue politiche, spinge affinché tutti i settori economici riducano le emissioni climalteranti per rallentare il surriscaldamento globale, gli agricoltori si devono attrezzare ad uno scenario di mutamento climatico. Per aiutarli è nato Med-Gold, un programma finanziato dal fondo europeo Horizon2020, che vede coinvolti istituti di ricerca come Enea e Cnr e colossi dell'agroalimentare come Barilla, Dcoop (cooperativa olivicola spagnola) e Sogrape (gruppo vitivinicolo portoghese).
 

Un grado, enormi conseguenze

"Anche se un grado di innalzamento della temperatura media globale può sembrare poca cosa, esso ha conseguenze molto pesanti sul clima. Facendo un paragone, un grado di innalzamento della temperatura corporea è sufficiente a farci stare male", racconta ad AgroNotizie Alessandro Dell'Aquila, ricercatore del Laboratorio modellistica climatica e impatti dell'Enea.

"Il progetto Med-Gold ha come obiettivo quello di supportare le aziende nell'adattarsi ai cambiamenti climatici in riferimento alle colture dell'olivo, del frumento duro e della vite. Le informazioni che noi elaboreremo saranno utili sia per prendere decisioni a livello stagionale, sia per fare scelte di livello strategico sul lungo periodo".
 

L'importanza delle previsioni stagionali

Gli agricoltori vorrebbero avere una sfera di cristallo per sapere ad inizio stagione come evolverà il clima nei mesi successivi. Questo genere di informazioni può orientare le scelte sotto molti punti di vista: tipologia di semente, piani di concimazione, strategie di difesa e tanto altro.

"Mentre le previsioni meteorologiche a breve periodo hanno raggiunto ormai un grado di precisione elevatissimo, quelle stagionali possono solo dirci qual è la probabilità che certi fenomeni si verifichino", spiega Dell'Aquila. "Possiamo fare ipotesi statistiche sulla base delle quali gli agricoltori potranno prendere decisioni per tutelarsi".

Per i cerealicoltori sapere se sarà una primavera calda o fredda, umida o secca può supportarli nella scelta di una varietà precoce piuttosto che tardiva, più o meno resistente alle malattie fungine. Per gli olivicoltori stimare la pressione di un insetto importante come la mosca dell'olivo può consentire di mettere a punto strategie di difesa più efficaci. Così come per i viticoltori prevedere la frequenza delle precipitazioni semplifica la difesa contro le malattie fungine.
 

Cambia il clima, devono cambiare le colture

Se le previsioni stagionali possono aiutare l'agricoltore a prendere decisioni strategiche per i mesi successivi, sapere come cambierà il clima nei prossimi dieci o trent'anni consente di ridisegnare l'agricoltura di un intero paese.

Negli Stati Uniti ad esempio prevedono che la cosiddetta corn belt si sposterà progressivamente sempre più a Nord e che entro la fine del secolo il mais sarà coltivato in Canada, mentre in Iowa o Nebraska si potranno coltivare soia e cotone. In California, la maggiore produttrice di mandorle al mondo, i frutteti rischiano di scomparire. In India le previsioni più pessimistiche prevedono un crollo dell'8% della produzione di frumento, mentre la Russia si sta preparando ad un boom della sua agricoltura. Con il riscaldarsi del globo le vaste steppe nordiche potranno infatti essere coltivate. Ma i cambiamenti climatici avranno effetti anche sulle produzioni di caffè, pesche e soia.

Nel Sud Italia si prevede che i periodi siccitosi saranno sempre più frequenti e allora colture estensive come il frumento duro potrebbero non essere più possibili. Per il mais la Pianura padana sarà off limits e anche per la vite cambieranno le zone vocate.

Già oggi i produttori trentini o della Franciacorta hanno problemi a preservare l'acidità delle uve che risentono di estati troppo calde. Per questo, ad esempio, in Trentino stanno spostando sempre più in quota i vigneti. Gli stessi problemi si stanno avendo in Francia e in Spagna e nel Sud dell'Inghilterra da qualche anno ormai si è iniziato a produrre vino.

Significa che le produzioni simbolo del made in Italy sono destinate a traslocare altrove? Non proprio. Per chi vorrà continuare ad utilizzare le varietà oggi sul mercato cambiare areali sarà indispensabile, tuttavia il miglioramento genetico può fornire agli agricoltori varietà nuove, che meglio si adatteranno alle mutate condizioni climatiche. Per questa ragione gli investimenti in ricerca, anche con le moderne tecnologie, dovrebbero essere sostenuti. Il rischio è che le varietà che hanno reso famoso il made in Italy diventino obsolete, spazzate via dal global warming.

"Non dobbiamo dimenticarci che mentre nelle zone tropicali i cambiamenti climatici si faranno sentire poco, una delle aree più colpite al mondo sarà invece il bacino del Mediterraneo", spiega Dell'Aquila. "Il delicato equilibrio che esiste in quest'area sarà destabilizzato generando profondi mutamenti. Non solo strettamente di ordine climatico, ma anche per l'arrivo di patologie e insetti alieni che grazie anche alla globalizzazione giungono con più facilità nel nostro paese, dove trovano un ambiente idoneo al loro sviluppo e proliferazione".

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