Bioprodotti: 160 milioni di tonnellate che valgono un tesoro

Scarti agroalimentari, deiezioni animali e sottoprodotti agricoli trasformati entro il 2020 varranno 40 miliardi di euro nell'Ue. Se ne parla a BioEnergy Italy di CremonaFiere fino al 27 febbraio

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Domani, 27 febbraio, appuntamento con l'ultima giornata di BioEnergy Italy

L’Italia dispone ogni anno di un “tesoro” da 160 milioni di tonnellate di scarti agroalimentari, deiezioni animali e sottoprodotti agricoli che possono essere trasformati in “bioprodotti”. Il dato è emerso ieri durante BioEnergy Italy, il salone delle tecnologie per le energie rinnovabili in programma fino a domani, 27 febbraio, a CremonaFiere.

I bioprodotti
Il settore dei bioprodotti è in continua espansione in Italia e può utilizzare una grande varietà di scarti e sottoprodotti agricoli come deiezioni animali (130 milioni di tonnellate), frazioni organiche di rifiuti urbani (10 milioni di tonnellate), residui colturali (8,5 milioni di tonnellate), scarti agro-industriali (5 milioni di tonnellate), fanghi di depurazione (3,5 milioni di tonnellate), scarti di macellazione (1 mllione di tonnellate). A livello europeo il mercato dei principali bioprodotti (bioplastiche, biolubrificanti, tensioattivi vegetali e biosolventi) – è stato detto a CremonaFiere - raddoppierà da 20 a 40 miliardi di euro nei prossimi 16 anni occupando circa 93 mila addetti. E’ in aumento anche la domanda di materie prime agricole per lo sviluppo di bioprodotti, come dimostra la riconversione dell'ex petrolchimico di Porto Torres in Sardegna che consentirà, una volta completati gli impianti, di produrre 350 mila tonnellate di prodotti chimici biologici all'anno partendo dalle coltivazioni locali.

La chimica verde
La bioeconomia è considerata dai governi di Europa, Stati Uniti e Cina la via maestra per garantire alle future generazioni sviluppo sostenibile, sicurezza alimentare e minore dipendenza dalle fonti fossili di energia. E’ un complesso di attività che ha il suo fulcro nell’agricoltura e che in Europa genera un fatturato di circa 2 mila miliardi di euro e lavoro a 22 milioni di persone. Si occupa della trasformazione di risorse biologiche rinnovabili e rifiuti biodegradabili in prodotti a valore aggiunto come alimenti, mangimi, bioenergie, intermedi chimici e bioprodotti.

In Europa – secondo quanto emerso durante il BioEnergy Italy, affiancato quest’anno da Green Chemistry Conference and Exhibition e Food Waste Management Conference (in collaborazione con Legambiente, Chimica Verde Bionet e Aita) - è previsto un investimento nell’innovazione per la bioeconomia di 2 miliardi di euro nei prossimi 7 anni. La Germania, ad esempio, ha stanziato un budget di 2,4 miliardi di euro in 5 anni e altri programmi stanno partendo in Svezia, Belgio, Norvegia e Danimarca.
Negli Stati Uniti sono state varate dal 2002 diverse leggi a sostegno dei bio-prodotti derivati dall’agricoltura e l’amministrazione Obama ha lanciato di recente un nuovo “National Bioeconomy Blueprint” che traccia gli indirizzi strategici per i prossimi anni con politiche di sostegno, come acquisti verdi pubblici, fondi per la R&S. In Cina le biotecnologie sono considerate una delle 7 industrie strategiche emergenti e si punta in particolare sull’aspetto farmaceutico e sui bioprodotti.

La chimica verde è il settore più innovativo della bioeconomia e rappresenta una grande sfida ecologica e una grande occasione di rilancio economico per l’Italia e per l’Europa. Utilizza materie prime rinnovabili di origine agricola per realizzare una nuova generazione di prodotti e composti chimici a basso impatto per l’ambiente e per la salute. L’Italia vanta riconosciute punte di eccellenza e un indotto di attività in notevole crescita.

Carta e pelle dagli scarti industriali delle mele
Negli ultimi cinque anni il quantitativo di scarti utilizzato per realizzare prodotti ecosostenibili è passato da 0 a 30 tonnellate al mese. Se fino a pochi anni fa gli scarti della lavorazione industriale delle mele venivano utilizzati solo per alimentare gli impianti a biogas, oggi sono impiegati per produrre, ad esempio, la “cartamela” per fazzolettini e rotoli da cucina, e la “pellemela” per le calzature e rivestimenti di divani. Una delle realtà che si è mossa in questa direzione è la Frumat srl, un laboratorio di analisi chimiche di Bolzano che lavora gli scarti reperiti nelle numerose aziende melicole dell’Alto Adige, ma gli esempi di aziende interessate a produrre utilizzando scarti ottenuti dalla lavorazione industriale di alimenti sono in continuo aumento.

Addio al polistirolo, arriva il Polypla
Ogni anno nel settore ittico italiano circolano 10 milioni di cassette in polistirolo che devono essere smaltite e conferite nella raccolta rifiuti indifferenziata, con alti costi economici e un potenziale ed elevato livello di inquinamento per l’ambiente, a iniziare dalle acque marine. Ecco perché la Blue Marine Service, una cooperativa di San Benedetto del Tronto (AP) che commercializza prodotti ittici, ha iniziato a impiegare cassette realizzate in Polypla, un materiale bio-based totalmente realizzato con materie prime naturali biodegradabili, per lo stoccaggio e la movimentazione del pesce.

Latte detergente e creme per il viso dalle bucce d’uva e pomodoro
Al BioEnergy Italy si è parlato anche di biocosmesi. I residui agricoli e agroindustriali italiani sono una miniera di sostanze dall’elevato valore di mercato che oggi vengono in genere smaltite come rifiuti o al massimo destinate a uso energetico. Molte di queste sostanze (siero di latte, licopeni dalle bucce di pomodoro, polifenoli dalla sansa di olive) hanno un elevato valore nutrizionale e salutistico e possono fornire basi naturali per la cosmesi. Un’altra fonte di molecole ad alto valore aggiunto sono le microalghe. Ad oggi sono diverse le aziende italiane impegnate nell’estrazione di queste sostanze dalle biomasse vegetali e nella formulazione di biocosmetici. Si possono ottenere diversi prodotti cosmetici, tra cui latte detergente, tonico, creme per viso e corpo, per i massaggi e per la detergenza, compresi i capelli.

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