Diversificazione delle colture e riduzione dell'impatto ambientale

In Italia quattro le aree di test sia per la rotazione della filiera che per le innovazioni nella gestione: il progetto del Crea

Tommaso Tetro di Tommaso Tetro

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Il progetto Diverfarming ha respiro europeo e ha una durata di cinque anni (Foto di archivio)
Fonte foto: © ArtSvitlyna - Adobe Stock

Diversificazione delle colture, garantire le rese, limitare l'impatto ambientale, aumentando la fertilità e offrendo una possibile soluzione alle criticità agricole e climatiche. E' questo l'obiettivo del progetto H2020 Diverfarming che - a un anno e mezzo dalla sua scadenza - inizia a formulare un primo bilancio.

Il progetto Diverfarming ha respiro europeo e ha una durata di cinque anni. Il referente per l'Italia e il Nord del Mediterraneo è il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria). In particolare punta a costruire "sistemi colturali diversificati a bassi input chimici, in grado di garantire la resa delle colture e ridurre gli impatti ambientali".

Nel corso della sperimentazione in Italia sono state identificate quattro aree pilota caratterizzate da condizioni climatiche differenti (tre aziende dell'area padana e un'azienda sperimentale in Puglia) all'interno delle quali sono state testate sia la diversificazione colturale (cioè l'aumento delle colture in successione nella rotazione della tipica filiera alimentare italiana frumento duro - pomodoro da industria, attraverso l'inserimento di una leguminosa da reddito (il pisello da industria) o da sovescio (favino) e di un coltura a ciclo breve di secondo raccolto, inserita tra due colture  principali - sia le innovazioni gestionali, quali lavorazioni del terreno, irrigazione e fertilizzazione azotata.

I ricercatori al momento sono al lavoro per valutare gli effetti sulla resa, sulla conservazione della sostanza organica del suolo, sulla riduzione delle emissioni di gas serra, sulla dinamica dei nutrienti e sulla biodiversità funzionale dei suoli.

Dall'analisi dei primi risultati vengono confermate le ipotesi iniziali. Il frumento e il pomodoro hanno mostrato rese generalmente più elevate nei sistemi diversificati rispetto alla rotazione tradizionale, anche se il meteo avverso ha condizionato i risultati di pisello da industria e pomodoro nel secondo raccolto. Sul fronte delle emissioni di gas serra, le emissioni maggiori sono state rilevate nel periodo autunnale, indipendentemente dalla rotazione colturale, dopo la distribuzione di digestato anaerobico (ovvero di fertilizzante naturale derivante dalla produzione di biogas) ed in seguito grazie all'irrigazione. Molto importante è stata invece la riduzione delle emissioni di gas serra, pari al 15%, per il pomodoro coltivato in rotazione con frumento e favino, quando è stato sottoposto a un regime ridotto d'irrigazione. Anche la comunità microbica del suolo, e quindi la fertilità biologica, appare fortemente influenzata con visibili differenze tra i sistemi di gestione a diverso livello di diversificazione.

Guardando alla filiera, viene mostrato un andamento positivo degli indicatori economici su base pluriennale, mitigando gli effetti della instabilità climatica e di mercato sul margine lordo, rispetto all'attuale gestione colturale.

All'interno del progetto, nello specifico il Crea con i suoi centri di agricoltura e ambiente, cerealicoltura e colture industriali e genomica e bioinformatica, si occupa di valutare gli effetti delle tecniche adottate in aree con condizioni climatiche differenti sui principali parametri fisico-chimici e biologici del suolo, sulla biodiversità microbica e sulle emissioni dei gas serra, individuando attraverso un modello di previsione la miglior gestione in termini di conservazione della sostanza organica, di incremento della biodiversità e di resilienza dell'agro-ecosistema, cioè la sua capacità di rispondere ai cambiamenti di scenario anche in seguito al clima.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: ricerca filiera

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