La blockchain? Piace prima di tutto alla Gdo e alla filiera

Si moltiplicano i casi di utilizzo di blockchain nella tracciabilità dei prodotti alimentari. Ma per le aziende l'obiettivo primario è migliorare la supply chain e velocizzare i richiami, solo dopo viene la comunicazione al consumatore

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Più un prodotto è critico, maggiori sono i vantaggi apportati dalla blockchain
Fonte foto: Agronotizie

Sul finire dell'estate Migros, la più importante insegna della grande distribuzione in Svizzera, ha annunciato di aver implementato un sistema di tracciabilità basato sulla blockchain. Nel comunicato stampa che è stato diffuso l'azienda ha però sottolineato come la volontà di usare un sistema di distributed ledger non sia motivato dal voler fornire al consumatore tutti i dati relativi ad un prodotto, quanto piuttosto dalla volontà di migliorare la propria supply chain. E infatti le informazioni raccolte da Te-food, il partner tecnologico che ha costruito l'infrastruttura, non saranno rese disponibili in alcun modo al consumatore.

Se infatti l'opinione pubblica negli ultimi tempi si è concentrata sul diritto del consumatore a conoscere la storia di un cibo, dal campo alla tavola, è innegabile che i benefici maggiori della tecnologia blockchain sono riservati ai gruppi della grande distribuzione o comunque a quei player che si fanno aggregatori e capofila di una filiera, come grandi aziende di trasformazione e consorzi.
 

I tre plus della blockchain

Come ricordato in un report dell'Osservatorio Smart AgriFood, di cui Image Line è partner, tracciare un prodotto agroalimentare ha tre scopi: rispettare la normativa, migliorare l'efficienza dei processi e aprire nuove opportunità di mercato. Blockchain permette di fare tutto questo in modo sicuro.

Perché è essenziale tracciare?
(Fonte foto: Osservatorio Smart AgriFood)

Avere un sistema di tracciabilità digitale, meglio se alimentato da tecnologie autonome o semi-autonome (sensori Iot, lettori ottici, Nfc, etc.) piuttosto che manuali, permette infatti di sapere in tempo reale se si è aderenti ad una normativa o a un disciplinare. Avere sotto mano tutti i dati di filiera permette di migliorare i processi, ridurre gli sprechi e anche consolidare i rapporti di filiera. Insomma, rendere la catena del valore più efficiente. Solo in un secondo momento viene il rapporto con il consumatore, che è interessato a conoscere la provenienza di un prodotto.

Ma l'elemento che forse di più ha catturato l'attenzione dei manager della grande distribuzione è la possibilità di richiamare un prodotto in maniera tempestiva e precisa. Non a caso le filiere che maggiormente offrono esempi di utilizzo della blockchain sono quelle che sono state spesso caratterizzate da richiami di prodotto a causa di contaminazioni e rischi per la salute.
Le filiera maggiormente coinvolte
(Fonte foto: Osservatorio Smart AgriFood)

A livello globale sono dunque le grandi catene della distribuzione ad imporre ai propri fornitori l'adozione di tecnologie blockchain. Lo ha fatto Walmart, che si è rivolta alla piattaforma Ibm food trust chiedendo ai propri fornitori di frutta e verdura di utilizzare l'applicativo. Walmart è riuscito così a ridurre i tempi di richiamo del primo prodotto tracciato, il mango, da una settimana a pochi secondi.

Anche Carrefour si è rivolta ad Ibm, la quale ha sviluppato un prodotto blockchain dedicato esclusivamente alla supply chain, Trust your supplier. Auchan invece ha optato per Te-Food, che serve anche Migros. Come abbiamo scritto in questo articolo per i fornitori dei colossi della grande distribuzione adottare piattaforme blockchain risulta quindi un requisito fondamentale, che tuttavia non comporta alcun tipo di remunerazione. E anche le aziende agricole che riforniscono i banchi del fresco prima o poi dovranno adeguarsi, perché in futuro blockchain diventerà lo standard del settore.

Non sono però solo le insegne della Gdo a ricorrere alla blockchain. Molte aziende agricole e alimentari sfruttano le potenzialità di questa tecnologia per parlare direttamente al consumatore, costruendo quel rapporto di fiducia che oggi è alla base del successo di una marca. Un settore in fermento è quello vitivinicolo, dove diverse aziende tracciano le proprie bottiglie, mettendo a disposizione del consumatore tutta la storia del prodotto: la vigna da cui proviene, i trattamenti effettuati, la raccolta, la lavorazione in cantina, etc.

Gli attori in campo
(Fonte foto: Osservatorio Smart AgriFood)

Rimane il dubbio dell'utilità di una piattaforma blockchain quando ad inserire i dati è una singola azienda, non sottoposta a controlli specifici. Il concetto stesso di blockchain si basa su registri distribuiti tra i vari nodi di una rete. Se la rete è formata da una sola entità, non soggetta a controlli, il vincolo di fiducia rimane legato all'azienda e non può essere rafforzato dalla tecnologia.

A ricorrere alla blockchain ci sono poi i grandi trasformatori che hanno bisogno di potersi fidare dei propri fornitori. Un esempio è Barry Callebaut, uno dei giganti del commercio del cacao, che ha utilizzato proprio una piattaforma blockchain per incrementare la produzione di cacao da fonti sostenibili e migliorare le condizioni di lavoro e sociali degli agricoltori. Il marchio svizzero infatti si rifornisce della materia prima da una miriade di piccoli agricoltori (circa 131mila) sui quali il gruppo aveva poca visibilità.

La Ong International Pole & Line Foundation ha sviluppato invece un progetto che coinvolge otto aziende nella produzione e distribuzione del tonno. Il progetto pilota ha come obiettivo quello di garantire l'origine e la sostenibilità sociale di due filiere ittiche in Indonesia.

Image Line è partner dell'Osservatorio Smart AgriFood

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