Entro la fine di questo secolo la geografia del vino muterà. La causa è in un cambiamento climatico che vedrà, nella migliore delle ipotesi, un innalzarsi delle temperature globali al 2100 di oltre 2° centigradi e, nella peggiore, di oltre 8°.
Del problema si è parlato nel corso di un convegno organizzato a Roma dall'Alleanza delle cooperative italiane dal titolo 'Vigneti sostenibili per climi insostenibili' nel corso del quale, anche grazie al confronto con i nostri storici competitor spagnoli e francesi, è stato fatto il punto sulla situazione attuale e sulle prospettive future di un settore che non sopravvivrà senza farsi soggetto e oggetto di una vera e propria rivoluzione.
 

Cambiamenti climatici: se Torino rischia di essere confusa con Karachi

Il grande imputato della giornata è stato il fenomeno dei cambiamenti climatici, illustrato ai presenti dal presidente della Società metereologica italiana, Luca Mercalli. "La temperatura globale - ha spiegato Mercalli - è aumentata di circa un grado nell'ultimo secolo e di 1,5°C in Europa Occidentale e nel Mediterraneo: è come se un vigneto trovasse oggi le stesse condizioni di cent'anni fa 250 metri più in alto e 200 chilomteri più a Nord. L'aumento delle temperature entro la fine del secolo potrebbe arrivare fino a 5 °C in più, in caso di fallimento delle misure di riduzione delle emissioni di gas serra previste dall'accordo di Parigi.
Con questo scenario l'aumento di quota e lo spostamento di latitudine per i vigneti sarà inevitabile"
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Stando alle stime diffuse, all'apice del fenomeno la viticoltura mondiale salirà di quota di circa 800 metri e di 650 chilometri di latitudine verso Nord. Tradotto in  parole povere: mentre le regioni del nostro meridione tenderanno sempre più ad assomigliare a un deserto, le montagne che oggi sono a malapena sfruttate per il pascolo potrebbero divenire i nuovi vigneti e, soprattutto, le aree produttive europee si ridurranno e sposteranno verso Nord-Est.

"L'estate 2003 è stata un punto di svolta, con transizioni da situazioni tipiche del Nord Italia a situazioni prossime a quelle della Sicilia", ha spiegato Mercalli sottolineando che non si riuscirà a rispettare gli accordi di Parigi e, secondo il Met office Uk, già nel 2020 avremo superato gli 1.5 gradi in più rispetto al periodo preindustriale entrando in un'area di maggior rischio.
"A fine secolo sarà possibile un pianeta 5 gradi più caldo e ciò sarebbe catastrofico" ha continuato Mercalli. "5 gradi a livello globale significano per la nostra Pianura padana e città del Nord avere anche 8 gradi in più. Per il vigneto significa passare da condizioni europee a condizioni africane. Significa il Pakistan in Pianura padana, Torino come Karachi che oggi tocca 54 gradi in estate. Già vicino a Forlì, - ha concluso Mercalli, - si sono toccati i 43 gradi ad agosto e se questo dura un giorno per stagione è tollerabile, ma se dura un mese è un problema tanto per la vite che per gli esseri umani".
 

Gli effetti sulla vite

La relazione di Mercalli potrebbe essere facilmente bollata come eccesso di allarmismo se non fosse condivisa dalla stragrande maggioranza del mondo scientifico e, per chi non avesse fiducia nella scienza, non fosse suffragata dalla 'scalata' dei vigneti alla montagna in alcune regioni e dai dati vendemmiali dello scorso anno. Nel nostro paese, grazie alle gelate di aprile che hanno seguito un marzo particolarmente caldo e hanno preceduto una lunga, torrida e siccitosa estate iniziata già  a maggio, rispetto al 2016 il calo produttivo è stato di circa il 20%, con una produzione di circa 40 milioni di ettolitri e un conseguente aumento dei prezzi che per alcuni bianchi ha superato il 110%.

Non è andata granché meglio alla Francia, che ha perso il 18% della produzione, mentre la Spagna se l'è cavata con un 'invidiabile' -15%. Considerando che la cooperazione vitivinicola dei tre paesi rappresenta 320mila viticoltori e produce circa il 50% del vino europeo e il 25% di quello mondiale, è evidente la dimensione dei danni provocati da un fenomeno che, sebbene agli inizi, non potrà che peggiorare. Il vigneto è il 'termometro' ideale dei cambiamenti climatici e, tutto sommato, se non si correrà ai ripari la vegetazione precoce, le vendemmie anticipate di quasi un mese e il calo delle produzioni sinora registrato potrebbero essere solo un costoso anticipo di un conto finale talmente salato da non poter essere pagato.

Un pallido spiraglio di ottimismo è stato offerto dalla coordinatrice vino dell'Alleanza delle cooperative agroalimentari, Ruenza Santandrea, con le prime previsioni sulla vendemmia 2018, "a partire dalla fine di febbraio si sono registrate condizioni meteorologiche più consone a un normale ciclo di sviluppo della vite, con l'abbassamento delle temperature che ha impedito alla vite di risvegliarsi anticipatamente. Auspichiamo una vendemmia di quantità superiore allo scorso anno", ha detto la Santandrea, che però ha voluto chiarire che in termini quantitativi il raccolto sarà comunque inferiore a quello del 2016 per effetto di una parziale riduzione della fertilità media indotta dal colpo di calore subito in estate, che "la prudenza è d'obbligo" e che, in ogni caso, "la previsione va comunque presa con le molle".
 

La ricerca delle soluzioni

Il settore vitivinicolo è sempre stato uno dei più combattivi del nostro panorama agricolo e, nonostante una certa tendenza alla conservazione della tradizione tenda spesso a sfociare nell'immobilismo, i cambiamenti climatici hanno dato un forte impulso negli ultimi anni a progetti di miglioramento genetico dei vitigni per la resistenza alle malattie e di nuovi portinnesti con maggiore efficienza nei confronti degli stress ambientali.

I risultati del primo ciclo di incroci, che vede l'Italia in vantaggio sugli altri paesi europei, sono rappresentati dai dieci vitigni ottenuti dall'Università di Udine in collaborazione con Iga (Istituto di genomica applicata) e con i Vivai cooperativi Rauscedo che sono stati iscritti nel Registro nazionale delle varietà autorizzate alla coltivazione.
"I risultati sul piano qualitativo e produttivo sono molto buoni", ha spiegato nel suo intervento Attilio Scienza dell'Università di Milano. "I vini ottenuti dai vigneti resistenti costituiti in Italia e all'estero in questi ultimi anni hanno mostrato interessanti profili organolettici, comparabili con quelli dei vitigni europei di riferimento". Comparabili ma non uguali, cosa tutt'altro che trascurabile alla luce delle varie classificazioni di origine di cui il settore mena vanto.

"Va evidenziato - ha proseguito Scienza - come si stiano recentemente sviluppando approcci di ricerca più innovativi, con la creazione di nuovi portinnesti e di nuovi metodi della biologia molecolare, oltremodo vantaggiosi per superare i tempi molto lunghi necessari per il loro screening. I primi risultati sono rappresentati dalla iscrizione al Registro nazionale dei portinnesti autorizzati di quattro nuovi portinnesti della serie M, ottenuti dall'Università degli studi di Milano con la collaborazione della società Winegraft, che hanno evidenziato buone performance vegeto-produttive in molte condizioni di deprivazione idrica".

La parola d'ordine generalmente condivisa è 'sostenibilità', intesa in un profilo ambientale ed economico. La sostenibilità ambientale non potrà che puntare a una riduzione di apporto chimico e idrico ottenibile, come sottolineato dalla Santandrea, partendo dalla prevenzione, dalla lavorazione del terreno e "dalle pratiche agricole per ottenere grappoli meno attaccabili dalle malattie".

Appare evidente come il principale artefice della 'svolta sostenibile' debba essere l'azienda che, secondo la coordinatrice vino dell'Alleanza delle cooperative agroalimentari, "dovrebbe pubblicare accanto al bilancio economico un bilancio di sostenibilità". Altrettanto evidente appare però che, da sola, l'azienda poco o nulla può ottenere se non adeguatamente affiancata da una ricerca fortemente orientata alle varie declinazioni della genomica.
"Oggi - ha spiegato Michele Morgante dell'Università di Udine - stiamo individuando i geni che aiutano le piante a meglio utilizzare l'acqua e i fertilizzanti e a proteggersi allo stesso tempo dagli agenti patogeni. Le nuove tecnologie di miglioramento genetico possono aiutarci a tradurre rapidamente questa conoscenza in nuove varietà che ci aiutino ad affrontare la grande sfida che ci attende del cambiamento climatico".

Stando alle proiezioni attuali, l'uso di varietà migliorate geneticamente consentirebbe una potenziale riduzione dei trattamenti fitofarmacologici superiore al 75%, una drastica riduzione delle necessità idriche della vite e una sua maggiore resistenza alle mutate condizioni climatiche. L'introduzione di tali varietà sarebbe per ovvi motivi l'uovo di Colombo per  i viticoltori votati al biologico e al biodinamico.
A un eventuale ostracismo idealistico va aggiunto quello normativo, che da un lato è sfociato nel nostro paese nella chiusura totale agli Organismi geneticamente modificati, dall'altro rischia di escludere le nuove varietà dal business delle certificazioni di origine.

Il problema potrebbe trovare una soluzione nell'uso delle nuove tecnologie genomiche, quali il Genome editing, che consentono di apportare al corredo genetico della pianta delle migliorie specifiche e mirate senza uno scostamento significativo dall'organismo originario, ma sulla liceità di tali pratiche la politica mostra un'evidente fatica a esprimersi in maniera chiara, lasciando trascorrere nell'immobilità del tempo che il comparto non ha più.
 
Un momento del convegno Vigneti sostenibili per climi insostenibili
Un momento del convegno "Vigneti sostenibili per climi insostenibili"
(Fonte foto: Alessandro Vespa - AgroNotizie)