Cirio Agricola e la nuova zootecnia da latte del Mezzogiorno

Le attività lattiere dell'azienda casertana si espandono verso la filiera bufalina, con investimenti complessivi su oltre 1300 ettari

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

Contenuto promosso da Cirio Società Agricola
Questo articolo è stato pubblicato oltre 2 anni fa

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Il nuovo investimento nell'azienda San Simeone di Alife prevede 500 manze bufaline in lattazione
Fonte foto: © Mimmo Pelagalli

Cirio Agricola è la più importante impresa produttrice di latte bovino d’Italia, è forte di due aziende da 250 e 180 ettari di superficie agricola utile attestate in provincia di Caserta – tra Piana di Monte Verna e Alife. Da qui, con 1650 animali mediamente in lattazione, si ottengono circa 22 milioni di chilogrammi di latte l’anno, che vengono ceduti al centro di imbottigliamento Parmalat di Piana di Monte Verna. E Cirio Agricola non è solo il gioiello dedicato alla Frisona rilevato da Carlo e Andrea Benetton nel 2005 all’atto della dissoluzione dell’impero Parmalat di Sergio Cragnotti. Qui oggi si progetta la nuova zootecnia da latte del Mezzogiorno: rispettosa dell’ambiente, efficiente, capace di stare su un mercato competitivo, e che vuole crescere nel segno delle vocazioni di questo territorio, la bufala.
AgroNotizie ha incontrato Paolo Grendene, piemontese, amministratore di Cirio Agricola, che sta progettando un’importante espansione delle aziende agricole di casa Benetton in Campania.

Quale è oggi la realtà aziendale di Cirio Agricola?
"Tra la Fagianeria di Piana di Monteverna, dove ora ci troviamo, e l’azienda Totari di Alife, mettiamo insieme 430 ettari di Sau, tra seminativo irriguo e asciutto, che è la base di partenza per allevare complessivamente circa 3500 capi bovini, che si trovano per lo più qui, nel centro aziendale da 26 ettari, dai quali produciamo latte.
Tenga presente che dal 2010 al 2018 siamo passati da 1200 a 1700 capi medi in mungitura, e siamo partiti da una produzione lattiera di 11,5 milioni di chilogrammi di latte nel 2010 e l’obiettivo è di attestarci a 23 milioni nel 2020, ma già oggi siamo sui 22 milioni. Il prodotto delle aziende agricole è ceduto al centro di imbottigliamento Parmalat di Piana di Monte Verna".


Sono risultati frutto di una ristrutturazione spinta, ma puntate solo sul latte?
"In questi anni gli investimenti sono concentrati sull’azienda Fagianeria: qui, oltre ad aver ristrutturato il centro aziendale per favorire il benessere animale e aggiornare le misure di sicurezza sul lavoro, si è puntato anche sul settore delle energie rinnovabili. Abbiamo oggi due impianti per la trasformazione delle deiezioni animali in biogas che contribuiscono a generare 990 kW e due impianti fotovoltaici, uno a terra e l’altro sulle stalle, per complessivi 8,8 MW di potenza installata. In più siamo una realtà che da lavoro: 55 impiegati diretti ed un indotto di circa 110 unità".

Ritiene ci siano spazi per un’ulteriore espansione delle attività agricole e zootecniche di Cirio Agricola?
"In questa fase il presidente Andrea Benetton ha promosso l’acquisizione di altre due unità aziendali con la società Alto Pascio. Svilupperemo innanzitutto l’azienda San Simeone ad Alife, forte di 180 ettari di Sau, 24 di prato pascolo e un bosco da 290 ettari che diventerà un’azienda forestale. Qui prevediamo di realizzare un allevamento bufalino da 500 manze mediamente in mungitura. E’ un mercato remunerativo e che ci interessa. Sempre ad Alife si punta anche sull’azienda Boscarello, altri 158 ettari di Sau, da dedicare esclusivamente alle attività foraggere, in modo da rendere le aziende autosufficienti e garantire un ottimale spandimento delle deiezioni. Infine, è stato acquisito il fabbricato ex Eureco di Piana di Monte Verna, sul quale non si è ancora definito un destino preciso. Nel complesso, le attività oggi estese su 580 ettari, sono destinate a crescere per un investimento complessivo in 1317 ettari, calcolando anche le aree dedicate a bosco, centri aziendali e produzione energetica".

Sono numeri grandi, in un contesto, come quello della Campania, dove tutte le aree pianeggianti hanno come destino quello di diventare, a meno di imprevisti, zone vulnerabili ai nitrati di origine agricola. Come vi state attrezzando in merito?
"Guardi, siamo consapevoli che la zootecnia è parte del problema, anche se non è il solo fattore di produzione di inquinamento delle acque. Su tanto abbiamo sviluppato qui a Piana di Monte Verna un progetto di ricerca per tracciare tutto il ciclo dell’azoto con analizzatori di flusso Nir – spettrometri di massa – che ci consentono in tempo reale di verificare il bilancio dell’azoto che si ottiene su carta, misurando direttamente su mais e deiezioni i reali contenuti di nitrati. La frontiera ulteriore, per mettere in sicurezza gli allevamenti e l’ambiente, è la denitrificazione di digestato ed effluenti, che ha come risultato la produzione di solfato ammonico, che ha un mercato nel mondo delle produzione ortive in serra".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: AgroNotizie

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Tag: allevamento latte ambiente bovini biogas nitrati

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