Uva da tavola, in Italia mercato in crisi

Il comparto risente della competizione internazionale che deriva dalla globalizzazione

Lorenzo Cricca di Lorenzo Cricca

Questo articolo è stato pubblicato oltre 11 anni fa

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Fonte foto: Jeltovski (d_jeltovski@yahoo.com)

Negli ultimi vent'anni il comparto dell'uva da tavola ha attraversato una fase di significativi cambiamenti, manifestati dalla crescita produttiva che si è avuta passando da 120 milioni di quintali del 1987 ai 145 milioni di quintali del 2007 pari ad un trand del +17%. Oltre l’aumento delle produzioni totali, un altro aspetto sicuramente interessante è dato dall’inversione che si registra tra Europa ed Asia in termini di area leader. Negli anni ’90, infatti, il continente europeo forniva il 40% della produzione mondiale e l’Asia il 35%; oggi invece l’Asia fornisce il 46% e l’Europa il 25%. Bisogna anche considerare che nello stesso arco temporale c’è stato un ampliamento dei Paesi produttori ed esportatori, così come di quelli consumatori, portando quindi a un maggiore dinamismo del commercio internazionale.

 

Italia, cambia lo scenario

Attraverso tutto questo scenario di forti mutazioni l’Italia ha mostrato, almeno fino al 2006, segnali di crisi. Nel 2002 il nostro Paese ha perso la leadership mondiale come principale Paese esportatore a discapito del Cile ed è stato avvicinato da USA e Turchia.

Le motivazioni di questa contrazione sono da ricercarsi:

  • Nei prezzi alla produzione bassi ed a volte non sufficienti per coprire i costi che sono tra i più alti tra i principali Paesi produttori;
  • Le difficoltà di collocazione del prodotto sui mercati dovute al minore potere di acquisto del mercato interno;
  • Da un’offerta non sempre adeguata alle aspettative dei consumatori ed alle esigenze del mercato.

Si può affermare che il comparto risenta della competizione internazionale che deriva dalla globalizzazione. Un’inversione di tendenza si potrebbe avere solo assicurando uva di elevata qualità, un calendario di offerta e di commercializzazione più lungo possibile, e un’ampia gamma varietale che sia anche ben differenziata per tipologia.

 

Parole d'ordine: diminuire i costi e aumentare l'aggregazione

La forbice dei prezzi pagati ai produttori è risultata sempre più ampia e strettamente correlata alla qualità dell’uva (valutata in base alle caratteristiche estetiche e mercantili, organolettiche, salutistiche ed igienico-sanitarie). Questa notevole differenza penalizza sicuramente la produzione e l'offerta dell'uva da tavola ed anche la sua domanda da parte del mercato e dei consumatori. E' necessario intervenire sui costi di produzione, cercando in modo particolare di agevolare un’organizzazione aziendale idonea che possa portare ad un contenimento ed al sostenimento dei costi soprattutto verso le operazioni colturali necessarie all’ottenimento di prodotti di elevata qualità. Inoltre è di fondamentale importanza per la sopravvivenza del settore aumentare il livello d’aggregazione tra gli operatori del settore: il comparto dell’uva da tavola italiana presenta infatti il più basso livello di aggregazione rispetto ad altri Paesi produttori.

 

Ampliare il calendario d'offerta e maggiore qualità

Il calendario d'offerta in Italia è certamente ampio ma non sufficiente rispetto alle esigenze del mercato e della distribuzione: basti pensare che la produzione è concentrata nelle regioni dell’Italia meridionale ed in particolare in Puglia e Sicilia per oltre il 90% del totale. La forte rigidità, dovuta ad un ristretto calendario di raccolta e ad una ristretta concentrazione dell'area di produzione che il nostro Paese ha dimostrato in questi anni, ha penalizzato il buon andamento di questo prodotto, portando ad un progressivo declino e ridimensionamento.

Le principali cultivar che vengono coltivate sono identificate nelle varietà Italia, Red Globe e Vittoria. Insufficiente è la diffusione delle varietà apirene (o seedless), necessarie per affermarsi sui mercati internazionali e sul mercato interno: esse rappresentano infatti le vere novità sempre più ricercate dai consumatori. Questa tendenza alla riduzione dell'offerta varietale è da attribuire anche ad una ridotta attività di ricerca e sperimentazione in campo delle nuove varietà; il dipendere dall’estero significa inevitabilmente perdere competitività e sostenere maggiori costi.

 

Un trend che sembra migliorare

Nel 2007 si è però verificata una leggera inversione di tendenza sia per i prezzi di vendita sia per i volumi commercializzati: tra le cause, la minore produzione registrata nell'area mediterranea dovuta a motivazioni di tipo climatico.

 

Come uscire da questa contrazione

L’elevata qualità dell’uva da tavola prodotta, la realizzazione di importanti aggregazioni tra realtà italiane e gruppi internazionali, la maggiore presenza nei nuovi mercati quali i Paesi dell’Est Europeo (in particolare Russia e Polonia), i significativi tentativi di penetrazione in mercati nuovi come la Cina ed evidenti miglioramenti nell’organizzazione commerciale: questi potrebbero essere le risposte del comparto italiano nei confronti delle sfide poste dalla globalizzazione, che forse solo ora viene valutata come reale opportunità di crescita e di sviluppo e non solo come maggiore concorrenzialità.


Foto realizzata da Jeltovski, che ne detiene anche la proprietà

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Plantgest, il motore di ricerca delle varietà frutticole

Autore:

Speciale: Uva da tavola

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