Via libera Ue ai vitigni resistenti nelle Dop. Facciamo il punto

L'Unione Europea ha dato il suo via libera all'inserimento dei vitigni resistenti nei Disciplinari di Produzione dei Vini a Denominazione d'Origine Protetta. Un passo importante che divide il mondo enoico. Vediamo le reali conseguenze

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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I vitigni resistenti possono essere usati nei vini a denominazione d'origine (Foto di archivio)
Fonte foto: © Igor Mojzes - Fotolia

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale l'Unione Europea ha dato il suo via libera all'impiego dei vitigni resistenti per la produzione di vini a Denominazione d'Origine Protetta (Dop). Si tratta di un passo formale che potrebbe portare ad una modifica dei Disciplinari di Produzione e all'ingresso di nuovi vitigni in vini simbolo del made in Italy come il Chianti, il Barolo, il Prosecco, il Primitivo e tanti altri.


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In molti hanno accolto con favore la decisione di Bruxelles, mentre per alcuni la modifica alla normativa comunitaria rappresenta una minaccia alla tipicità delle produzioni. Per Ermenegildo Giusti, fondatore di Giusti Wine, che possiede 8 ettari in Veneto vitati con varietà resistenti, la decisione Ue è "un passo avanti fondamentale per rendere la viticoltura sempre più rispettosa dell'ambiente". Mentre per Roberto Stucchi Prinetti, alla guida del Biodistretto del Chianti, la decisione "è motivo di allarme e preoccupazione (…). Particolarmente preoccupante, poi, è l'ipotesi di permetterne l'uso nelle denominazioni di origine: questo sarebbe uno stravolgimento di uno dei valori aggiunti fondamentali delle denominazioni e dell'agricoltura biologica, cioè la territorialità".


I vitigni resistenti, cosa sono e come si usano

I vitigni resistenti sono varietà di vite che possiedono dei geni di resistenza ad alcune malattie, come ad esempio la peronospora e l'oidio. Significa che la pianta, anche se esposta al patogeno in condizioni ambientali favorevoli all'infezione, non si ammala. Questo significa che si possono risparmiare molti trattamenti, in quanto non è necessario difendere la vite costantemente dai funghi.

Attenzione però, perché come ricorda Diego Tomasi, già ricercatore del Crea attivo su questi temi e oggi direttore del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, i vitigni devono essere comunque difesi da altre avversità, come ad esempio il black rot o la botrite. Inoltre si consiglia di eseguire comunque qualche trattamento l'anno per tenere bassa la pressione dei patogeni e impedire che si sviluppino ceppi in grado di aggirare le difese genetiche delle piante.

Oggi esistono differenti vitigni resistenti di origine tedesca e austriaca, i cosiddetti Piwi, nonché vitigni "nostrani", ottenuti da incroci con varietà tradizionali. In questo articolo offriamo una esaustiva panoramica delle varietà su cui si sta lavorando in Italia. Preme dire che oltre ai Piwi, ad oggi i più avanti nella ricerca sono i Vivai Rauscedo, che hanno iscritto presso il Registro Nazionale diverse varietà.


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Un lungo percorso burocratico

Prossimamente vedremo quindi vitigni resistenti nei vini simbolo del made in Italy? Non è affatto così semplice. Prima di tutto i Consorzi di Tutela devono approvare una modifica ai Disciplinari di Produzione prevedendo l'uso di queste nuove varietà. Per i primi due anni può essere consentito l'impiego solo per il 15% e poi, eventualmente, si potrà salire al 50%.

Ma tali modifiche ai Disciplinari dovranno essere approvate anche da Bruxelles. Inoltre non dobbiamo dimenticarci che ad oggi mancano i vitigni resistenti che possono in qualche modo avvicinarsi alle varietà tradizionali. Ci sono, ad esempio due vitigni di "Glera" (tra virgolette in quanto non è corretto definirla tale) resistente di cui sta per essere presentata la domanda di inserimento nel Registro Nazionale, ma per il resto si tratta in gran parte di varietà in fase di sperimentazione.

Quando e se i nuovi vitigni resistenti vedranno la luce saranno poi le Regioni a doverli approvare. E ad oggi solo il Veneto (e a traino il Friuli e il Trentino), nonché la Lombardia, l'Emilia Romagna e l'Abruzzo hanno dato il via libera ad alcune varietà. Insomma, non si tratta affatto di una rivoluzione imminente.

Certo è che in futuro queste varietà resistenti potrebbero trovare spazio nei nostri vigneti. Ma in quale forma? Secondo Tomasi questi vitigni saranno utilizzati in quei contesti delicati in cui i frequenti trattamenti di difesa sono oggetto di allarme sociale o possono avere un impatto ambientale negativo. Quindi gli impianti avverranno vicino a centri abitati, parchi, strade o corsi d'acqua. Non ci saranno dunque interi vigneti "resistenti", ma solo alcuni filari.

In altre aree, come quella del Chianti, dove il rapporto tra vigneti e centri urbani è più disteso, non è detto che siano impiegati. I plus dei vitigni resistenti sono intuibili: richiedono minori trattamenti (circa la metà) e quindi hanno un positivo impatto su ambiente e territorio (e sulle tasche dei viticoltori). D'altro canto rappresentano un elemento di estraneità, poiché nessun vitigno resistente, sebbene abbia parentali "nobili", sarà uguale al suo progenitore.

In definitiva quella che proviene da Bruxelles deve essere vista come una opportunità, starà poi ai singoli Consorzi decidere se coglierla o meno.


Questo articolo è stato modificato dopo la pubblicazione nella parte in cui si faceva riferimento a quattro vitigni di "Glera"

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