La giungla normativa europea sul digestato

Sottoprodotto o rifiuto? Necessaria armonizzazione a livello europeo. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

Tecnica
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Digestori dei fanghi dell’impianto di depurazione fognaria di Sjolunda, Svezia. I digestati risultanti vengono maggiormene utilizzati per l'agricoltura biologica
Fonte foto: © Mario A. Rosato

Nonostante l’artificiosa, e talvolta lunatica, complessità delle normative italiane sull’utilizzo agronomico dei digestati ci abbia da tempo assuefatti, essa continua ad intrattenerci con le sue sfumature sempre più surreali e pertanto non possiamo evitare di discuterla in questa sede per cercare di interpretarla.

Il "riassunto" normativo di ben sessantanove pagine, preparato dal Consorzio Monviso agroenergia, benché focalizzato principalmente sull’interpretazione della Regione Piemonte, contiene anche esempi delle personalissime interpretazioni e forzature di altre Regioni. Molte di queste tendono a non riconoscere al digestato la categoria di sottoprodotto, con lo scopo di farlo rientrare in quella di rifiuto. Permangono ancora situazioni ridicole, come ad esempio nella Regione Friuli Venezia Giulia, dove le vinacce non sono ammesse negli impianti agricoli in quanto considerate paradossalmente un "rifiuto". Da questo fatto consegue che anche il digestato sia considerato un rifiuto e pertanto ne sia vietato l’utilizzo agronomico. A questo punto sorge spontaneo il sarcasmo: la grappa sarebbe dunque da considerare un rifiuto, poiché derivante da un rifiuto?

Lo stesso succede con gli sfalci d’erba: sono considerati un "sottoprodotto" se  lo sfalcio avviene nel terreno dell’impianto, mentre l’erba falciata due metri più in là, su terreno pubblico, è considerata paradossalmente un "rifiuto" e dunque non ammessa come substrato per il digestore agricolo.

Diversi gruppi politici e "comitati spontanei" vari contribuiscono a versare benzina sul fuoco, diffondendo false informazioni e teorie complottistiche sull’uso dei digestati come fertilizzanti: dal fantomatico rischio di diffusione del botulismo ai non dimostrati effetti negativi sul pH del terreno; dalle "puzze" emanate dallo spargimento di digestato nei campi, alle affermazioni campaniliste del tipo "ci vogliono riempire i campi di rifiuti come le strade di Napoli".

Non dimentichiamo poi la difesa ad oltranza dell’ipotetica superiorità del compost sul digestato, teoria spesso sbandierata dai "comitati" e dagli "ecologisti", ma assolutamente infondata: gli studi scientifici, come ad esempio "End-of-waste criteria for biodegradable waste subjected to biological treatment (compost & digestate): Technical proposals", condotto da un team di esperti per conto della Commissione europea, mostrano vantaggi e svantaggi. Tuttavia, nessuna superiorità di un prodotto sull’altro è dunque scientificamente provata, piuttosto osserviamo una desiderabile complementarietà di entrambi.

A seguito dell’emanazione di una legge dello Stato (L. 134/2012), chiarificatrice della natura di sottoprodotto del digestato, l’argomento pareva definitivamente chiuso. L’emanazione di alcune sentenze della Corte di cassazione penale e dei Tribunali amministrativi regionali aveva, quindi, rafforzato il quadro interpretativo. Tuttavia, come se non fosse ancora chiaro, il 27 novembre del 2014 è stata emanata una bozza di decreto specifico in Conferenza Stato - Regioni, detto "Il nuovo decreto effluenti" (revisione del decreto 7 aprile 2006).

Trascriviamo letteralmente il testo riassuntivo riportato nella suddetta pagina, con qualche commento fra parentesi:

"Nel merito il provvedimento prevede":
"bipartizione del digestato in agrozootecnico ed agroindustriale"                
(a nostro modesto parere una suddivisione inutile, in virtù del successivo punto);

"condizioni di parificazione ai concimi di origine chimica, attraverso un'esecuzione di analisi chimiche al digestato in uscita dagli impianti ed il calcolo dell'azoto tramite l'effettivo fabbisogno delle colture, così da garantire il rispetto dell'ambiente"                
(tradotto in italiano: si ricava il tenore di nutrienti del digestato mediante un’analisi chimica, e lo si considera alla stregua di un concime chimico avente pari composizione. Ne consegue che si potrebbe aggiungere azoto, o qualche altro nutriente, chimico o organico, se fosse necessario per equilibrare la composizione e soddisfare il fabbisogno colturale. A questo punto, il digestato diventa un "prodotto", o anche un "prodotto elaborato", con tanto di scheda tecnica, analisi, tracciabilità, ecc.. Finalmente, l’Italia sembrerebbe indirizzarsi verso la disciplina europea dell’end of waste, secondo la quale un rifiuto cessa di esserlo quando subisce un processo che lo trasforma in un prodotto utilizzabile in sicurezza. Come accade con le vinacce e la grappa…); 

"divieto di utilizzazione agronomica del digestato in caso di immissione negli impianti di colture che provengano dai siti di bonifica"                  
(in pratica, qui viene contraddetto il secondo punto: se una biomassa viene coltivata in un sito contaminato ed il digestato derivante è  sottoposto ad analisi chimiche, che ne garantiscono una qualità ed una sicurezza di utilizzo, allora perché deve essere vietato a priori l’utilizzo di tale digestato? Tra l’altro, il "divieto d’utilizzazione" sembrerebbe essere totale. Quindi, per assurdo, se si immettesse una tonnellata al giorno di biomassa, coltivata in un sito di bonifica, in un impianto che consuma cento tonnellate al giorno di biomasse "buone", stando quindi al criterio ministeriale, tutto il digestato prodotto deve essere ritenuto inadatto per l’uso agronomico. Allora, a che cosa servono le analisi chimiche? Inoltre, lungi dal voler sembrare dei complottisti, questo punto, "puzza" di concessione alle lobby degli inceneritori e delle discariche: se è vietato l’utilizzo delle biomasse coltivate nei siti di bonifica negli impianti di biogas, come si smaltiscono tali biomasse, se non in discarica o negli inceneritori?);

"flessibilità della collocazione temporale del periodo obbligatorio di 60 giorni di divieto di spandimento degli effluenti"           
(considerando i cambiamenti climatici, che alterano i cicli stagionali delle piogge, questo punto sembra una buona notizia sia per gli agricoltori che per i gestori di impianti. Segnaliamo che in alcune Regioni il divieto dura 90 giorni, mentre in altre 60, quindi sarebbe auspicabile che il futuro decreto uniformasse anche tale criterio);

"introduzione di una graduale limitazione all'uso di colture no food alternative all'utilizzazione agricola dei terreni coltivati"
(frase in burocratese di difficile traduzione all’italiano. Cosa vorrà dire "alternative all’utilizzazione agricola dei terreni coltivati?" Certamente un terreno agricolo può essere lasciato incolto, ma: esiste un terreno coltivato che non sia agricolo? Quale sarebbe l’alternativa allora, per poter coltivare un terreno non definito agricolo? Per contro, se si occupa un terreno agricolo, atto per coltivazioni alimentari, con lo scopo di utilizzare il prodotto per generare energia, allora qual è la differenza tra detto terreno coltivato con specie commestibili da quello con specie non commestibili? Forse si vuole andare nella direzione, adottata da altri Paesi europei, tendente a privilegiare - come sarebbe giusto - l’utilizzo di materie organiche di scarto, evitando dunque il consumo di suolo a scopo energetico e minimizzando le emissioni di gas d’effetto serra associate all’agricoltura ed alla zootecnica, ma non è del tutto chiaro).

Attualmente la bozza di decreto al vaglio della Ce è consultabile in questo sito.

Malgrado alcune Regioni abbiano già iniziato a flessibilizzare le loro posizioni sullo status giuridico del digestato, anticipando con decreti regionali le disposizioni contenute nella bozza di decreto ministeriale poc’anzi indicata, permane ancora una situazione di paranoia collettiva ogni qualvolta che si dibatte pubblicamente sull’argomento in questione. Negli altri Paesi europei l’opinione pubblica sull’argomento ivi trattato sembra più normale di quella nel nostro, in quanto il digestato è frequentemente ammesso dalle normative nazionali e perfino nelle coltivazioni certificate come "biologiche". Tuttavia, nello studio già citato, "End-of-waste criteria for biodegradable waste subjected to biological treatment (compost & digestate): Technical proposals", si apprezza che manca ancora una politica europea coerente.

Presentiamo di seguito un riassunto per ciascun Paese
Germania
Il digestato viene maggiormente  utilizzato come fertilizzante, senza alcun trattamento, e solo il 10% degli impianti di digestione di rifiuti ricorre al compostaggio. La fase liquida è separata dopo la digestione e la fibra rimanente viene in  genere post-compostata. Solo il 6% del digestato "con marchio di qualità" (etichetta Bgk) corrisponde a un digestato solido, mentre la frazione liquida (94% del totale di digestato prodotto) viene utilizzata direttamente come fertilizzante in agricultura.

Nella Regione Bodensee/Schwarzwald-Baar-Kreis (lago di Costanza), beneficia di un bonus l’energia proveniente da impianti di piccola taglia (< 500 kW) - in assetto di cogenerazione ad alta efficienza - alimentati con sottoprodotti, scarti e sfalci (green waste) anziché con colture dedicate, e che non utilizzano sementi Ogm né occupano prati o torbiere naturali per le attività agricole. Il digestato viene utilizzato per coltivare fiori e per la rinaturalizzazione del territori, mentre l’energia prodotta dall’impianto gode del marchio di qualità "energia amica delle api". L’iniziativa è stata molto apprezzata sia dagli agricoltori che dai turisti che visitano la Regione.

Paesi Bassi
Il digestato proveniente dalla raccolta differenziata dei rifiuti urbani è sempre sottoposto a post-trattamento aerobico (compostaggio) ed il materiale risultante viene venduto come fertilizzante, o come componente, per substrati di coltivazione. Il digestato proveniente da raccolta non differenziata non raggiunge mai la qualità necessaria per l’utilizzo agricolo, nemmeno dopo il compostaggio, ragione per la quale viene più che altro incenerito e talvolta portato in discarica, essendo il ricorso a questa ultima alternativa fortemente scoraggiato dalle politiche olandesi.

Spagna
In generale il digestato da Forsu, o la frazione solida dello stesso viene compostata ed utilizzata in agricoltura, mentre la frazione liquida è considerata "acque reflue" e trattata come tale, oppure ricircolata nel processo di digestione. Il digestato agricolo, invece, è utilizzato tale e quale in agricoltura.

Svezia
Il 97% del digestato prodotto dagli impianti di trattamento anaerobico dei rifiuti (siano essi Forsu, fanghi fognari o miscele di entrambi) viene utilizzato in agricoltura, in genere tale quale. Solo il 20% degli impianti separa la frazione solida da quella liquida e solo il 2% procede al compostaggio della frazione solida. Il digestato, indipendentemente da quale sia il materiale di alimentazione dell’impianto di biogas dal quale proviene, può essere utilizzato in agricoltura solo sottoposto a controlli di qualità secondo la norma Spcr 120 – Certification rules for digestate from biowaste by the quality assurance system of swedish waste management. Il digestato di seconda qualità, che non raggiunge i livelli di qualità ottimali, può essere utilizzato in floricoltura, campi da golf o coltivazioni non alimentari; quello ancora più scarso, invece, può essere utilizzato solo come inerte ed infine, se il digestato contiene troppi materiali inquinanti, viene essiccato e portato negli inceneritori. A nostro modesto parere, il sistema svedese è il più razionale e sostenibile di tutti. 

Belgio
Solo le aziende agricole sono autorizzate ad utilizzare digestato liquido, mentre il suo impiego da parte dei privati non è consentito. Il motivo è dovuto alla normativa belga, la quale considera il digestato non sufficientemente stabile da consentire il suo confezionamento e la distribuzione al dettaglio; ma richiede agli utenti "professionisti" determinate attrezzature per l’applicazione del separato liquido ai terreni. Il separato solido sottoposto a compostaggio o essiccazione, invece, si ritiene stabile se il contenuto di umidità non supera il 20%. In tale caso si può etichettare come "digestato secco" e spesso viene pellettizzato per facilitare il suo impiego. Il digestato solido con più del 20% di umidità viene chiamato "digestato semi-secco".

Per ora non è consentito l’utilizzo né del digestato secco né di quello semi-secco da parte dei privati, se non con speciali permessi rilasciati caso per caso, rimanendo dunque il digestato, in qualsiasi delle sue forme, un prodotto per "uso professionale".

Slovenia
Circa metà degli impianti sono agricoli e l’altra metà trattano la Forsu. Il digestato viene utilizzato in agricoltura e le uniche restrizioni applicabili allo spandimento sono quelle relative alla direttiva nitrati.

Inghilterra
Ha sviluppato l’Ad quality protocol, il quale definisce lo status giuridico del digestato come "end of waste product" (cioè i rifiuti sottoposti a digestione anaerobica cessano di essere tali quando diventano digestato). La qualità del digestato deve essere certificata secondo l'Ad quality protocol .

Le specifiche di qualità sono contenute nel British standard Bs-Pas 110. Tale norma è accessibile gratuitamente al pubblico nel sito, a condizione che venga rispettato il copyright e l’utente compili un semplice modulo prima di scaricarla. Ci auguriamo che l’Italia, dove il costo d’acquisto delle norme grava sempre sulle tasche dei liberi professionisti, costretti a tenersi sempre aggiornati in un ambiente in continua evoluzione, ne tragga esempio. Non è obbligatorio per gli impianti di biogas aderire all’Ad quality protocol, ma la mancata adesione comporta inevitabilmente la qualifica di "rifiuto" del digestato proveniente da tale impianto e dunque l’obbligo di adempiere tutte le normative in materia. A livello europeo manca anche un'armonizzazione rispetto ai parametri di qualità del digestato, in quanto ogni Paese ha definito limiti diversi nel contenuto di: nutrienti, metalli pesanti, sostanza secca minima, materiali estranei ammissibili, pH, salmonella e coliformi; e infine c’è disparità anche riguardo all’obbligo, o meno, di sanitizzazione del materiale in ingresso.

Conclusioni
Nonostante le differenze osservate nella bibliografia internazionale consultata, in termini normativi, possiamo desumere una certa tendenza comune a tutti i Paesi: considerare il digestato come un prodotto (in linea con la disciplina europea dell’end of waste) e come tale deve rispondere a criteri di qualità stabiliti da norme e metodologie di prova obiettive (come la Bs-Pas 110 o la svedese Spcr120), possedere un’etichettatura, delle istruzioni di utilizzo per l’utente finale, ecc. Alcuni Stati, come la Germania, hanno investito in campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e spinto con azioni concrete verso pratiche sostenibili, come l’utilizzo del digestato nella rinaturalizzazione del paesaggio e per la tutela delle api.

Ci auguriamo che l’Italia possa uscire al più presto dalla sua posizione abituale di fanalino di coda, sia dal punto di vista normativo che culturale. 

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