Desertificazione, quando il suolo chiede aiuto

A rischio il 20% del territorio italiano. Avviata nel veneziano una nuova sperimentazione

Isabella Sanchi di Isabella Sanchi

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La sperimentazione contro la desertificazione nella località Fiorentina, San Donà di Piave (Ve)
Fonte foto: Anbi

Il suolo è "vivo" e ci sta lanciando un Sos. Forse non ce ne rendiamo conto, ma sotto le nostre scarpe un mondo di microorganismi abita il terreno, che ha bisogno di nutrienti per reagire agli stress ed essere fertile. E' infatti necessario un giusto quantitativo di sostanza organica: quando questa scende sotto il 2% si inizia a parlare di deserto. E tutto questo ha conseguenze che ci toccano molto più da vicino di quanto si possa pensare.

Il 20% del territorio italiano è a rischio desertificazione. Ad annunciare il preoccupante dato è l'Anbi, l'Associazione nazionale dei Consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue. Le zone, nello specifico, si trovano per il 70% in Sicilia, il 58% in Molise, il 57% in Puglia, il 55% in Basilicata, mentre in Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30 e il 50% secondo il Cnr, Consiglio nazionale delle ricerche.

"La desertificazione è un degrado dei suoli agricoli ed è causata dalla mancanza di sostanza organica nel terreno. Questo impedisce le azioni chimiche e biochimiche che avvengono naturalmente e che permettono al suolo di essere fertile" spiega il presidente dell'Anbi, Francesco Vincenzi ad AgroNotizie, in occasione della Giornata mondiale contro la desertificazione, oggi, 17 giugno.

Tra le cause del fenomeno vi sono i cambiamenti climatici: "Negli ultimi anni ci sono dei lunghi periodi di siccità seguiti da accentuate precipitazioni in un breve periodo - spiega Vincenzi -. Questo, in un processo di desertificazione, diventa veramente devastante".

Un terreno con una buona quantità di sostanza organica ha una maggiore capacità di trattenere acqua, rispetto ad un suolo che ne è privo. "Dove vi è un principio di desertificazione, il terreno non assorbe più l'acqua a causa della lisciviazione: gli elementi che rendono fertile il terreno vengono trascinati via così come l'acqua. Si creano inoltre smottamenti e frane, oltre ad una serie di problematiche che in passato, magari anche grazie a una piovosità diversa, venivano evitate".

Un aspetto molto importante anche per quanto riguarda l'irrigazione perché un terreno povero ha una maggiore necessità di risorsa idrica. L'Anbi propone l'incremento dell'utilizzo dell'acqua superficiale, quindi all'interno dei canali, evitando l'uso di acqua di falda.
 

Il ruolo dell'agricoltura

"Quando si parla di desertificazione si parla di annullare quasi totalmente la capacità di quel suolo di produrre agricoltura, di produrre cibo" sottolinea Vincenzi. "Bisogna 'tornare al passato' a quando le aziende agricole avevano una stalla, una zona frutticola, una viticola, dei cereali, delle leguminose e l'erba per cibare gli animali: quella era una tipologia aziendale che permetteva anche all'interno della tenuta del proprio fondo una fertilità, una chiusura del cerchio dal punto di vista della qualità del suo terreno".
Vincenzi ritiene opportuno riconsegnare al terreno sostanza organica sottoforma di letame o liquame, in giusta quantità, per allontanare il rischio di desertificazione. "Perché se in quei suoli ci fosse il giusto apporto di sostanza organica - precisa il numero uno di Anbi -, anche in quelli che oggi sono in forte crisi, il processo di desertificazione si ridurrebbe notevolmente".
 

La sperimentazione nel veneziano

Anche in alcuni territori del Nord Italia si è registrato un forte calo di sostanza organica nei suoli. Ed è per questo che nella località Fiorentina a San Donà di Piave, nel veneziano, è partita una sperimentazione che vede la collaborazione fra il Consorzio di bonifica Veneto orientale e il dipartimento di Agronomia, animali, alimenti, risorse naturali e ambiente dell'Università di Padova per verificare come l'impiego di pratiche agronomiche meno impattanti sui suoli possa rinvigorirne la fertilità.

In un podere monitorato sono state distribuite le matrici organiche, preliminari alla preparazione del letto di semina della soia; l'appezzamento è stato suddiviso in varie parcelle, su cui sono stati distribuiti quantitativi differenti di compost e digestato secco, allo scopo di verificare la risposta del terreno, una volta avviata la coltivazione.

"Abbiamo cominciato la sperimentazione l'anno scorso - ci racconta Giorgio Piazza, presidente del Consorzio di bonifica Veneto orientale - su sei ettari, con un profilo temporale di cinque anni. Nella sperimentazione si utilizzano cover crop, matrici organiche, sovescio e digestato prodotto da aziende agricole, oltre al compost che deriva dalla raccolta differenziata dell'umido. I primi segnali si dovrebbero vedere già con queste semine, anche se i dati certi li avremo verso il quarto-quinto anno. Lo scopo è quello di dimostrare la sostenibilità anche economica, oltre che ambientale, di queste pratiche agricole, sebbene siano un più complicate perché necessitano di macchinari un po' più complessi per la distribuzione".

"E' importante che il terreno abbia una buona struttura -
sottolinea Piazza -, e questa è dovuta anche ad una presenza notevole di sostanza organica che lo mantiene soffice. Un suolo di questo tipo difficilmente si compatta per una pioggia forte, invece ora assistiamo a formazioni di croste. Un terreno soffice ha ossigeno e soffre meno di stress: avvicina la coltura alla pioggia successiva, evitando di consumare energia fossile per pompare l'acqua e irrigare. Si tratta quindi di un doppio vantaggio: sia dal punto di vista ambientale che economico, e con questa sperimentazione è quello che vorrei dimostrare con i fatti. Un terreno più resiliente è un patrimonio di tutti".

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