Viaggio nel cibo del futuro

Come e cosa coltiveremo tra venti anni? Come si adatterà l'agricoltura ai cambiamenti climatici? Come daremo da mangiare a dieci miliardi di persone in maniera sostenibile? A queste domande prova a dare risposta l'Institute for the future: l'intervista a Max Elder

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Max Elder: 'Il settore primario ha una grande sfida davanti: produrre più cibo in maniera più sostenibile per sfamare una popolazione in crescita'
Fonte foto: © light.leisures - Fotolia

Come produrremo e consumeremo il cibo tra dieci, venti o trent'anni? Coltiveremo le stesse piante nello stesso modo di oggi, oppure arriveranno nuove colture e metodi di produzione? Mangeremo gli stessi piatti di adesso o le nostre diete saranno rivoluzionate? Difficile predire il futuro, ma in California, a Palo Alto, i ricercatori dell'Institute for the future provano a farlo.

"I cambiamenti climatici, le abitudini dei consumatori, il progresso tecnologico e le decisioni delle grandi aziende influiscono pesantemente sul modo in cui il cibo viene prodotto e consumato", spiega ad AgroNotizie Max Elder, research manager dell'Institute for the future, durante il World Agri-Tech Innovation Summit di San Francisco (di cui AgroNotizie è partner). "Il nostro lavoro è quello di analizzare tutte le variabili in gioco, identificare i possibili scenari futuri e spingere gli stakeholder verso quelli più desiderabili".

Quali sono gli scenari possibili in agricoltura?
"Il settore primario ha una grande sfida davanti: produrre più cibo in maniera più sostenibile per sfamare una popolazione in crescita. Le nuove tecnologie, dall'agricoltura di precisione al miglioramento genetico, dall'indoor farming all'acquacoltura, possono contribuire a farci vincere la sfida. Ma certamente gli agricoltori dovranno fare i conti con gli effetti dei cambiamenti climatici".

Cosa dobbiamo aspettarci oltre ad una imprevedibilità delle precipitazioni e all'aumento dei fenomeni intensi?
"Gli effetti saranno molto vari. Ma ad esempio il riscaldamento globale, con lo scioglimento dei ghiacci polari, porterà ad un aumento del livello del mare e molte aree costiere pianeggianti saranno sommerse. Questo è uno scenario a cui dobbiamo prepararci".

Qui a San Francisco si parla molto di agricoltura cellulare, della possibilità cioè di produrre carne destinata all'alimentazione umana facendo crescere tessuti animali in vitro. Un modo per eliminare gli allevamenti intensivi e i problemi ad essi collegati. Diventerà davvero una realtà o è solo fantascienza?
"In pochi anni avremo nei ristoranti carne coltivata in stabilimenti creati appositamente. Sarà buona e sana, identica a quella ottenuta allevando il bestiame. Ma sarà anche sostenibile. All'inizio avrà un prezzo elevato e sarà appannaggio di pochi, ma presto il prezzo scenderà e allora la troveremo nei supermercati".

Le persone però non amano i cambiamenti, specialmente quando si parla di cibo...
"Bisogna puntare sugli early adopter e sugli influencer per sdoganare certi cibi. Come reagirebbe l'opinione pubblica vedendo una star del cinema che addenta un hamburger vegetale o coltivato? Probabilmente sembrerebbe meno strano. E poi bisogna puntare su segmenti di consumatori con una forte identità".

Ad esempio?
"Le proteine vegetali sono sostenibili per l'ambiente molto più di quelle animali. Chi lotta per un sistema produttivo più sostenibile potrebbe abbracciarle e promuoverle. Ma si deve agire anche sul fronte dei luoghi in cui il cibo si consuma".

I ristoranti?
"Non solo. Quando prendiamo un aereo diamo per scontato che il cibo sia scadente, cosa accadrebbe se mangiassimo un piatto dal sapore eccezionale fatto con proteine provenienti da fonti alternative, come gli insetti, le alghe, le piante o l'agricoltura cellulare? A cambiare deve essere la fonte del cibo, non il suo gusto".

Hamburger con farine proteiche di insetti, ma dal gusto buono?
"I consumatori sceglieranno sempre il cibo più gustoso, più conveniente dal punto di vista economico e più 'comodo' da preparare o mangiare. Per accelerare il cambiamento dobbiamo spingere i grandi food service provider a proporre piatti nuovi. Parlo di mense scolastiche e aziendali, ospedali, prigioni. Un esempio è Just Majo".

La maionese vegetale?
"Esatto. Ma non l'hanno chiamata 'maionese vegetale', perché avrebbe creato diffidenza, nonostante il gusto sia identico a quello della maionese fatta con le uova. L'hanno chiamato Just Mayo ('semplicemente maionese', ndr). Ed ha funzionato".

Ma perché dovremmo mangiare carne cresciuta in provetta, farine proteiche di insetti, alghe o hamburger vegetali invece di ciò che mangiamo oggi?
"Perché il sistema produttivo attuale non è più sostenibile. Dobbiamo cambiarlo se vogliamo avere un futuro e per farlo dobbiamo fornire ai consumatori gli stessi cibi che mangiano oggi, ma provenienti da una diversa fonte, più sostenibile. Per questo io non amo il termine 'proteine alternative'. Sono proteine e basta. E' diversa solo l'origine. Un hamburger coltivato o proveniente da una mucca non ha differenze a livello di profilo nutrizionale o gustativo. Chiamarle proteine alternative crea un divisione che allontana i consumatori".

Qual è il ruolo delle giovani generazioni nel cambiamento?
"I Millennials e la Generazione X cambieranno radicalmente il mondo del cibo. I giovani sono molto più attenti alla sostenibilità sociale e ambientale del cibo. Guardano al proprio benessere psico-fisico. Sono disposti a pagare di più per prodotti che fanno bene alla loro salute e al mondo. Sono aperti alle nuove tecnologie e alle biotecnologie".

Negli ultimi anni stiamo scoprendo quanto sia importante per la nostra salute il microbiota, l'insieme di microrganismi che vive nel nostro intestino. Quali scenari ci aspettano?
"Sicuramente in futuro il tema delle diete personalizzate sarà predominante. E non intendo diete per dimagrire. Intendo percorsi di alimentazione studiati sulle specificità del singolo, con l'obiettivo di farlo stare meglio. Un cibo può non essere salutare per tutti, molto dipende dal nostro Dna, dal metabolismo e dal microbiota. In questo i wearable device avranno un ruolo importante".

Saremo costantemente monitorati da sensori?
"Qualcosa del genere. Indosseremo e ingeriremo sensori che controlleranno costantemente il nostro stato di salute e le risposte del nostro corpo ai cibi che ingeriremo. Sarà normale avere una dieta tagliata sulle esigenze del singolo in uno specifico momento".

Qual è lo scenario più probabile che dobbiamo aspettarci tra venti anni?
"Impossibile dirlo, noi lavoriamo per un futuro sostenibile del cibo. Ma uno scenario possibile è anche quello dove nulla cambia rispetto ad oggi. Questo è un settore guidato da grandi aziende che tendono a non cambiare e dunque il rischio che si vada avanti per inerzia con questo modello è alto. Il problema è che se nulla cambia gli squilibri a livello mondiale aumenteranno con gravi conseguenze per tutti".

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