Giusti o sbagliati, i prezzi dei prodotti agricoli si formano così

Borse merci, contratti di filiera, futures e finanza. Ecco quali sono le dinamiche che portano alla formazione dei prezzi dei prodotti agricoli

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

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In passato il prezzo dei prodotti agricoli si faceva al mercato, oggi entrano in gioco molte più variabili
Fonte foto: Fao

Ogni agricoltore ha un pensiero fisso in testa: sapere a quale prezzo riuscirà a vendere il frutto del proprio lavoro. Una informazione cruciale che fa la differenza tra avere un guadagno o chiudere l'anno in perdita.

Tuttavia non sempre è chiaro quali siano le dinamiche che portano a stabilire che un dato prodotto alimentare vale un certo quantitativo di denaro. Anzi, leggendo i report sulle quotazioni spesso si rimane disorientati. Cerchiamo dunque di fare chiarezza.

Storicamente il prezzo dei prodotti agricoli, dal grano all'olio, dalla carne di maiale al miele, veniva fatto al mercato. L'agricoltore portava i suoi prodotti in paese e contrattava con l'acquirente il giusto prezzo che, molto semplicemente, dipendeva da quanto prodotto era disponibile in commercio e da quanto ne richiedevano i compratori. La famosa legge della domanda-offerta.

Lo stesso principio sta dietro alle Borse merci, nate più di un secolo fa. Luoghi in cui si scambiano prodotti e in cui vengono annotati i prezzi di vendita. Quei prezzi diventano così il punto di riferimento di un intero settore e ancora oggi piazze come quella di Milano, Bologna o Foggia danno indicazioni importanti sull'andamento dei prezzi dei cereali. Mantova lo fa per i suini, mentre Parma per la carne macellata.

"Tuttavia solo una piccola parte dei prodotti agricoli passa dalle Borse merci di cui, tra l'altro, non abbiamo indicazione sui reali volumi scambiati", spiega ad AgroNotizie Gabriele Canali, professore di economia agraria all'Università Cattolica.
Le Borse merci nazionali stanno di fatto attraversando un periodo di riforma perché non sono più rappresentative del mercato. "Il Mipaaf sta spingendo gli operatori ad avere per ogni prodotto una sede nazionale unica in cui trovarsi per vendere e acquistare e dunque fare il prezzo. Questo porterebbe sicuramente più trasparenza al settore".

Anche perché ad oggi uno stesso prodotto, con medesime qualità e modalità di consegna, può avere un prezzo diverso tra una piazza e l'altra. Per cercare di mettere dei punti fermi nel 2006 è stata lanciata la Borsa merci telematica, un luogo virtuale in cui acquirenti e venditori possono incontrarsi per scambiarsi derrate agricole e non solo. In questo modo si dovrebbe avere certezza dei volumi scambiati e i prezzi sarebbero uguali in tutta la Penisola, da nord a sud. Ma anche questa soluzione fa fatica a prendere piede e la maggior parte delle vendite segue altre strade.

Accanto alle Borse c'è infatti il lavoro degli stoccatori e degli intermediari che spesso hanno rapporti diretti con le aziende. Oppure sono le aziende stesse o i consorzi che concordano il prezzo con gli agricoltori. È il caso del pomodoro da industria dove i consorzi dei trasformatori si mettono d'accordo in anticipo con i rappresentati degli agricoltori su superfici da coltivare, prezzo e qualità. Molte aziende poi utilizzano gli accordi di filiera, impegnandosi ad acquistare dall'agricoltore ad un prezzo premium un dato bene che però deve essere prodotto secondo un disciplinare condiviso.

Se queste contrattazioni sono locali, delle volte regionali e raramente nazionali, ci sono fenomeni internazionali che possono influenzare i prezzi. Quasi tutti hanno sentito parlare dei futures, ma il loro funzionamento è tutt'altro che scontato. "Un future è un contratto standard che regola la vendita e l'acquisto di un dato quantitativo di prodotto nel futuro", spiega Canali. "Prodotto che deve avere caratteristiche standard e grandi volumi di produzione, come ad esempio il mais, la soia o il frumento".

Esempio. La cooperativa Rossi prevede che a maggio 2017 avrà prodotto cento quintali di grano duro, ma non aspetta la trebbiatura per venderlo, bensì mette il raccolto futuro sul mercato dei futures. Un acquirente, come una industria molitoria, che sa avrà bisogno di quel grano, potrà acquistarlo concordando il prezzo. Così la cooperativa è sicura di avere un acquirente e il mulino di avere grano da macinare.

Così sono nati i futures nell'Ottocento (ma tracce di accordi simili risalgono alla Mesopotamia), anche se il primo mercato dove scambiarli è stato istituito nell'America degli anni '70. Poi però sono cambiati. Perché se l'azienda molitoria compra a 100 il future e poi il prezzo del grano duro sale può pensare di rivendere il suo contratto di acquisto ad un altro mulino ad un prezzo maggiorato, intascandosi la differenza come profitto finanziario. Questa prassi introduce una logica speculativa tipica dei mercati azionari.

I centri di questi scambi sono le Borse dei futures di Chicago, Londra, Mumbai e altre ancora. Gli scambi di futures avvengono a velocità elevate, comprati e venduti nel giro di pochi minuti, se non secondi, per sfruttare le oscillazioni di prezzo. La notizia del maltempo in Canada o di un aumento delle produzioni in Uzbekistan possono fare salire o scendere le quotazioni del grano, come anche i movimenti di grossi fondi d'investimento.

In Italia non ci sono Borse dei futures, ma questo non significa che i prezzi delle materie prime prodotte nel nostro Parse non siano influenzate. Perché anche se su questi mercati non vengono scambiati beni reali, i prezzi che si formano influenzano indirettamente la percezione del mercato. Se un fondo pensione statunitense investe miliardi di dollari nei futures della soia farà salire il prezzo in alto per la gioia dell'agricoltore, ma poi il prezzo calerà altrettanto velocemente al momento del disinvestimento.

Eppure quando il future va a scadenza qualcuno dovrà ritirare la merce, no? Ní, perché nella maggior parte dei casi chi mette sul mercato un future poi lo ricompra (in realtà vengono stipulati dei contratti uguali ma di segno opposto che di fatto portano l'operazione a zero).

I critici affermano che questo sistema vizi le quotazioni delle derrate alimentari perché i prezzi vengono influenzati da un sistema che scambia contratti e non beni reali. Per i sostenitori invece i futures sono invece dei validi strumenti con cui i produttori possono tutelarsi. Se infatti la cooperativa vende al momento della semina il raccolto a 100 e poi nel periodo della trebbiatura il prezzo cala a 90 si sarà tutelata rispetto alle fluttuazioni di mercato, scaricando sul molitore (o lo speculatore) il rischio.

Una cosa è certa, per l'agricoltura capire perché i prezzi dei prodotti agricoli salgono o scendono è sempre più difficile.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: prezzi mercati

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