"Acquacoltura e sicurezza alimentare, serve un cambio di mentalità"

Intervista a Pier Antonio Salvador, presidente Api - Associazione piscicoltori italiani, in vista del corso di formazione in programma a Firenze, Aula Magna, Scuola di Agraria, il 12 e 13 aprile. "Troppa burocrazia per le nostre aziende"

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

Questo articolo è stato pubblicato oltre 6 anni fa

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Pier Antonio Salvador, presidente di Api

Punto primo. “L’acquacoltura è un mondo estremamente variegato, comprende il fishing in senso stretto, i molluschi-crostacei e anche le alghe, che rappresentano l’area del no food, importantissima per la cosmesi”. Dimenticarsene un pezzo, secondo Pier Antonio Salvador, presidente di Api (Associazione piscicoltori italiani), il sindacato di riferimento del comparto, è un grave errore.
Punto secondo. “Dobbiamo dire basta con le truffe verso il consumatore, dove il pangasio viene spacciato come pesce italiano o come allevato in Olanda, quando invece è allevato nelle acque del Sud Est asiatico. Ma è necessario un cambio di mentalità: non dobbiamo essere diffidenti ogni volta che si verifica un sequestro di merce; piuttosto dobbiamo vederla come l’ottimizzazione di un presidio a tutela di consumatore. Se in Cina non sequestrano mai il prodotto, automaticamente non significa che là va tutto bene e da noi no”.

Piccole perle di un settore che vale oltre 355 milioni di euro, con una produzione che supera le 73mila tonnellate. Eppure, il comparto non riesce a compiere quel salto di qualità necessario ad uscire dalle secche.
Delle opportunità per rilanciare il comparto se ne parlerà a Firenze i prossimi 12 e 13 aprile, nell’Aula Magna della Facoltà di Agraria, in una due giorni di aggiornamento, organizzata proprio dall’Api, in collaborazione con la Provincia di Firenze.
“Il nostro settore – dichiara Salvador – è fortemente penalizzato dalla burocrazia, ancora più asfissiante di quella che grava sulle imprese agricole di terra”.
I margini di crescita ci sarebbero. Basti pensare, infatti, che l’Unione europea consuma 5,5 milioni di tonnellate di pesce ogni anno, ma ne produce appena 1,2 milioni.

Inoltre, incalza Salvador, “se è ormai pacifico che il consumo di pesce almeno 2-3 volte alla settimana è consigliato da tutti i nutrizionisti, non possiamo molto banalmente pensare che nel 2050 saremo 9 miliardi di persone. E di certo non si potrà depauperare i mari del patrimonio ittico. Questo significa che il ruolo dell’acquacoltura sarà via via più strategico”.

L’acquacoltura italiana può crescere sensibilmente. Quali sono i lacci che la tengono al palo?
“Come dicevo, la burocrazia eccessiva e inutile, che pesa sulle nostre aziende per il 10% dei costi totali. Faccio l’esempio dell’etichettatura. È un provvedimento che serve, proprio per dare maggiori garanzie e informazioni al consumatore. Ma bisogna cambiarla radicalmente rispetto ad oggi”.
Cioè?
“Oggi viene indicata la zona di pesca o di allevamento attraverso un codice. Ma cosa può capire il consumatore se si trova di fronte l’etichetta zona Fao 365? Non sarebbe più chiaro scrivere pesce nato e allevato in Italia? Sono sicuro che favorirebbe il consumo di prodotto made in Italy, bilanciando il rapporto fra importazioni e produzioni territoriali”.
Vale a dire?
Importiamo il 75% del prodotto ittico consumato in Italia. L’87% delle spigole vendute in Italia sono importate. Se ci fosse maggiore chiarezza e semplicità nell’etichettatura, sono certo che avremmo altri numeri”.
Quali vantaggi presenta il pesce d’allevamento?
“La sicurezza alimentare, innanzitutto, ma anche il prezzo, non è legato alla stagionalità perché è disponibile tutto l’anno ed estremamente controllato. Possiamo contare su una rete di 3mila veterinari; la Francia ne ha 250”.
Come spiega tuttavia la diffidenza che alcuni consumatori hanno verso il pesce allevato?
“Purtroppo è un pregiudizio difficile da sconfiggere. Eppure in macelleria nessuno chiede se il pollo o il manzo è di allevamento o selvaggio. E a quanti insistono sull’uso di antibiotici nei pesci da allevamento, è ora di smetterla di pensare che un allevatore somministri irresponsabilmente farmaci che non solo fanno aumentare i costi di produzione, ma anche riducono notevolmente le performance di accrescimento dell’animale”.
A proposito di crescita ponderale, col prossimo giugno sarà possibile utilizzare le farine animali nell’alimentazione dei pesci d’acquacoltura. Cosa ne pensa?
“Era ora, finalmente! Dal 1° giugno si potranno utilizzare le Pap (Processing animal proteins), ma chiariamo che si tratta di una opportunità, non di un obbligo. Mi auguro non vi siano preclusioni da parte del sistema Italia né da parte dei consumatori, anche perché una simile apertura consente di avere un maggiore approccio in chiave di sostenibilità ambientale ed economica”.
Avete avuto benefici dall’articolo 62?
“Nessuno, solo problemi per pagare le industrie mangimistiche entro il termine di 60 giorni. L’effetto è stato deleterio, con una flessione delle produzioni di trota (-10%), che pure è un pesce che viene esportato per un quarto della propria produzione”.
Nell’ottica dell’individuazione dell’agricoltore attivo, anche le riserve di acquacoltura potranno finire nella black list. Qual è il suo commento?
“È un attacco ai latifondisti delle lagune, che non tocca i veri imprenditori che svolgono l’attività. Non è un vero problema”.
La nascita di Impresa Pesca di Coldiretti rappresenta un concorrente per Api-Confagricoltura, cui sono associati il 90% delle imprese italiane?
“Assolutamente no. L’Api continuerà a lavorare al massimo per essere di supporto agli allevatori, dal momento che anche il suo presidente è un allevatore. Se ci sono altre strutture che lavorano per l’allevatore mi stanno benissimo”.
A che punto è il Programma triennale per la pesca e l’acquacoltura?
“Purtroppo ancora in alto mare. Sono in agenda degli incontri al ministero per sbloccare i fondi (un pacchetto complessivo di 17 milioni di euro, ndr), che comunque in 10 anni sono diminuiti del 77 per cento. La nostra associazione è molto attiva anche a Bruxelles, dove si sta definendo la Riforma della Pesca e acquacoltura. Tutti gli emendamenti dell’Api sono stati accettati. Siamo impegnati al Feap, il fondo europeo che sostituirà il Fondo europeo marittimo, così come al Consiglio di interfaccia fra la produzione e l’apparato burocratico di Bruxelles. In parallelo, stiamo operando con la Dg Sanco per definire l’impalcatura delle nuova legge sull’acquacoltura in ambito veterinario”.
Recentemente Api e Regione Lombardia hanno siglato un accordo per le trote nelle mense scolastiche. Avete altre collaborazioni in essere o in vista?
“Con la Regione Friuli Venezia Giulia stiamo partendo col progetto Iridea, insieme all’Università di Udine, con l’obiettivo di creare prodotti trasformati (hamburger, bastoncini, polpettine), che si adattano molto sulle mense scolastiche e possono così valorizzare la trota allevata in Italia. La strada da battere è quella del chilometro zero nelle mense, per favorire il prodotto italiano. Ma anche per educare al consumo i bambini, che saranno i consumatori consapevoli di domani”.
Cosa vede nel futuro dell’acquacoltura, a livello di nuovi prodotti?
“Più attenzione al packaging, in un’ottica di sostenibilità ambientale, ma anche nuove formule di consumo, in cui il pesce si sposa con le verdure. Tutto rigorosamente italiano”.


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Fonte: Agronotizie

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Tag: sicurezza alimentare acqua

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