Meno antibiotici nelle stalle

Il consumo di antimicrobici è ora più alto nell'uomo che negli animali. E la ricetta elettronica veterinaria ne assicura un uso più mirato e responsabile in zootecnia. Cosa che non sempre avviene in campo umano

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

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La riduzione del consumo di antibiotici in zootecnia contribuisce a contenere la crescita di batteri resistenti agli antimicrobici (Foto di archivio)
Fonte foto: Rodrigo Senna

Un applauso questa volta gli allevatori lo meritano proprio. Nella lotta all'antibiotico resistenza hanno fatto meglio e più di quanto sia riuscito alla medicina dell'uomo.
Lo confermano alcuni dati diffusi recentemente da Efsa, l'Ente europeo per la sicurezza alimentare, che ha verificato la caduta del consumo di antibiotici nelle stalle.

Le rilevazioni, condotte insieme a Ema (Agenzia europea per i medicinali) e Ecdc (Centro europeo per il controllo delle malattie) nei due anni dal 2016 al 2018, ha potuto constatare un calo significativo in zootecnia che per alcune classi di antibiotici, come le polimixine, è giunto a dimezzarsi.
A questa categoria appartiene la colistina, il cui uso si riscontra negli animali come pure in ambito ospedaliero, cosa che può favorire il passaggio di forme di resistenza dal campo veterinario a quello umano ed è quindi un apprezzabile segno di responsabilità quello che giunge dalla filiera zootecnica.


Un grave problema

Nella lotta al crescere dei fenomeni di antibiotico resistenza, che ogni anno provoca nella sola Europa oltre 30mila decessi, è fondamentale la collaborazione fra medicina veterinaria e dell'uomo, nel solco della strategia One Health.
Salute dell'uomo e degli animali sono infatti sempre più interdipendenti e l'una non può prescindere dall'altra.

A ulteriore dimostrazione di questo principio, lo studio dell'Efsa ha messo in evidenza come l'uso di carbapenemi, cefalosporine e chinoloni nelle infezioni da Escherichia coli sia comune nell'uomo come negli animali e come nei confronti di questi antibiotici siano aumentati i fenomeni di resistenza.
Altri fenomeni di resistenza si possono poi notare in patogeni, come il Campylobacter, agenti eziologici di patologie negli animali come nell'uomo.


Le soluzioni

Per contrastare la progressiva minore efficacia degli antibiotici, problema del quale Efsa e non solo si occupa da tempo, si è chiesto alla ricerca di impegnarsi nella messa a punto di nuove molecole, capaci di superare le difese messe in atto dai batteri.
Ricerche però di forte complessità e che richiedono ingenti investimenti. Difficile pertanto avere per questa via una risposta in tempi rapidi.

Nel frattempo non resta che premere per una riduzione dell'uso degli antibiotici in ogni campo.
Per questo il mondo degli allevamenti ha rinunciato da molti anni a utilizzare gli auxinici, antibiotici che somministrati a basso dosaggio consentivano un miglioramento delle performance.
Nelle stalle, complice l'introduzione della ricetta elettronica, è poi andato riducendosi l'uso degli antimicrobici, ora utilizzati per terapie mirate.
 

L'esempio della zootecnia

Tutto lascia presumere che il prossimo rapporto di Efsa, che prenderà in esame i due anni dal 2018 al 2020, confermerà questa tendenza a un impiego più responsabile e oculato degli antibiotici in campo animale.
Per quell'occasione ci auguriamo di apprendere che anche in campo medico si è fatto un percorso analogo. Nel frattempo è opportuno prendere atto che non è corretto puntare il dito contro la zootecnia quando si parla di antibiotico resistenza.
Gli allevatori la loro parte l'hanno già fatta e continuano a farla. Sperando che altri ne seguano l'esempio.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: veterinaria filiera salute animale zootecnia antibiotici

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