Solo venti anni fa i magazzini della Ue erano stracolmi di cereali e i frigoriferi comunitari ospitavano migliaia di tonnellate di carne congelata, tolta dai mercati per evitare il crollo dei prezzi. I costi per le casse comunitarie erano enormi e bisognava correre ai ripari. Di qui prima le quote latte e poi la riforma della Pac con il disaccoppiamento degli aiuti e il passaggio ai Piani di sviluppo rurale. Se l'obiettivo era quello di svuotare i magazzini comunitari dalle eccedenze produttive, il risultato è stato eccellente. Persino eccessivo, secondo quanto è emerso dal recente incontro organizzato da Assocarni a Roma per celebrare il 25° di questa associazione degli industriali e dei commercianti di carni e bestiame.

Per Luigi Cremonini e per Luigi Scordamaglia, rispettivamente presidente e direttore generale di Assocarni, la riforma della Pac ha portato a conseguenze preoccupanti per il comparto della carne bovina in Europa e soprattutto in Italia. Oggi, questi i numeri emersi dall'incontro di Assocarni, la produzione è in costante calo mentre il consumo si mantiene stabile ed in alcuni casi mostra anche segnali di aumento. Lo scenario che si va delineando vede di qui a pochi anni calare drasticamente il numero di vacche presenti nella Ue, il cui numero potrebbe ridursi di ben 2 milioni di unità nei prossimi cinque anni. Il risultato sarebbe un’ulteriore aumento della dipendenza dai Paesi extra Ue per l’approvvigionamento di carni, che salirebbe sino all’8%.

 

Italia, deficit oltre il 50%

Ben peggiore la situazione per l’Italia, ha sottolineato nel suo intervento di apertura Cremonini, secondo il quale si avrebbe “un calo drammatico dei capi macellati e un tasso di autoapprovvigionamento inferiore al 50%”. Per Luigi Scordamaglia è evidente l’inadeguatezza della politica agricola comunitaria, basata su surplus ora inesistenti, ed è inaccettabile sostenere le imprese agricole per non produrre o per produrre ciò che il mercato non recepisce.

 

Il no di Bruxelles

Ma per Mariann Fischer Boel, Commissario all’agricoltura della Ue, intervenuta all’assemblea di Assocarni, il percorso attuato dalla Pac,  incentrato sul disaccoppiamento degli aiuti (slegati cioè dalla produzione) persegue l’obiettivo di dare agli agricoltori libertà di produzione e al contempo sicurezza di reddito. Difficile poi accogliere le richieste di una apertura alle importazioni di carne dal Brasile, Paese dove poche aziende offrono garanzie tali da rispondere alle normative europee ed è impensabile un compromesso sugli standard sanitari per le importazioni. L’impegno, semmai, deve essere quello di aiutare il Brasile ad aumentare i suoi livelli di sicurezza per superare gli attuali ostacoli alle esportazioni verso la Ue. Il tutto avendo come obiettivo il mantenimento degli elevati standard di sicurezza e qualità delle produzioni ottenute nella Ue e che sono riconosciute a livello internazionale.

 

Nessuna urgenza, secondo la Ue

Il Commissario Ue ha poi precisato che l’attuale import di carni dell’Unione è pari al 7% del fabbisogno. Se il settore in passato era decisamente più grande e aveva portato la Ue ad essere esportatrice di carni, il merito era dei forti sostegni all’export. E’ anche per questi motivi che in seno alla Commissione agricoltura della Ue non c’è unanimità nel considerare urgenti i problemi emersi in occasione della assemblea di Assocarni.

Dunque è bene non farsi troppe illusioni sul futuro, ma si può anche supporre che la difficile congiuntura mondiale possa dare una forte spinta ad una riforma della Pac che tenga in maggior conto le difficoltà nel settore carni bovine.

 

foto McPig