Oidio e peronospora, le viti resistenti sono la soluzione?

I Vivai Rauscedo hanno lanciato dieci nuovi vitigni resistenti a peronospora e oidio. Gli agrofarmaci? Superflui, ma (forse) non per sempre... L'intervista a Raffaele Testolin, ricercatore dell'Istituto di genomica applicata di Udine

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

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Le viti resistenti a peronospora e oidio non hanno bisogno di trattamenti

La peronospora e l'oidio sono due flagelli che i viticoltori italiani conoscono molto bene. Le condizioni meteo avverse, come quelle di quest'anno, obbligano gli agricoltori, soprattutto al Nord, a uscire in vigna spesso per rinnovare la difesa antimicotica, con costi elevati, ricadute ambientali e perdite di produzione.
Ma una alternativa all'uso degli agrofarmaci c'è e arriva dalla genetica.

I Vivai cooperativi Rauscedo hanno lanciato dieci vitigni resistenti a oidio e peronospora (cinque a bacca rossa e cinque a bacca bianca) che sono già inseriti nel registro delle varietà da vino italiane e autorizzati dalle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre per le altre regioni sono in fase di autorizzazione.

I vitigni sono stati selezionati da un gruppo di lavoro di cui fanno parte i Vivai cooperativi Rauscedo, la Regione Friuli Venezia Giulia, l'Università di Udine, l'Istituto di genomica applicata di Udine e l'Unione italiana vini.

Si tratta di varietà nuove, nate dall'incrocio di vitigni internazionali, come il Merlot e lo Chardonnay, con viti resistenti ai funghi.
Tra le centinaia di nuove varietà così nate sono state selezionate quelle che hanno mantenuto i geni di resistenza. "E anche dal punto di vista enologico sono apprezzate", spiega ad AgroNotizie Raffaele Testolin, ricercatore dell'Istituto di genomica applicata di Udine.
"In alcuni assaggi al buio la nuova varietà è risultata addirittura migliore della progenitrice".

Testolin, voi avete incrociato vitigni molto diffusi con varietà meno note, ma resistenti a oidio e peronospora. Da dove vengono queste piante?
"Ci sono circa 300 varietà di viti resistenti diffuse oggi al mondo. Vengono principalmente dai Paesi nordici, con estati brevi, e per questo male si adattano al nostro clima. La sfida è stata quella di portare la resistenza su vitigni che fanno la viticoltura mediterranea importante, come il Tocai, il Souvignon, il Merlot o il Cabernet".

Che cosa si intende per resistenza?
"Significa che non subiscono gli attacchi di peronospora e oidio e quindi si possono non trattare. Nei confronti della peronospora ci sono uno o due geni di resistenza e dunque il vitigno è sicuro al 100%. L'oidio ha molti ceppi e quindi il vitigno potrebbe subire qualche attacco, per questo suggeriamo un paio di trattamenti l'anno, giusto per tenere bassa la popolazione di inoculo".

Avere piante che non hanno bisogno di agrofarmaci sarebbe una vera rivoluzione. Ma non c'è il rischio che questi vitigni perdano la loro resistenza?
"Il pericolo c'è. Nel caso di mutazione del fungo può essere che un gene di resistenza venga superato. Per questo alcuni dei nostri vitigni ne hanno due, che dovrebbero dare maggiori margini di sicurezza".

E' possibile che venga superato anche il secondo?
"Certamente. Ma noi non pretendiamo che i nostri vitigni siano la panacea e che risolvano per sempre il problema delle malattie fungine. Speriamo durino almeno venti anni, in modo da ripagare l'investimento. In futuro forse saranno superati, ma noi continuiamo a fare ricerca e selezioneremo altre piante resistenti".

Un viticoltore che deve fare un investimento ha bisogno di certezze. Quanti anni prevedete che durerà la resistenza?
"E' impossibile dirlo: un anno come mille. Questi sono geni che vengono da viti americane e sono stati introdotti in Europa già da un secolo. Fino a ora non sono mai stati superati, ma la natura è imprevedibile".

C'è il pericolo che mancata la pressione degli agrofarmaci spuntino 'nuove' malattie?
"E' un rischio reale perché non facendo trattamenti le piante possono diventare sensibili a funghi che non conosciamo e che venivano controllati dai trattamenti antiperonosporici".

Sperando che madre natura non faccia scherzi, un viticoltore che si vuole approcciare alle viti resistenti deve aspettarsi un prezzo delle barbatelle superiore?
"Sì, è sensibilmente più alto rispetto ad una barbatella tradizionale. Ma il risparmio è enorme, sia in termini di tempo che di denaro, non dovendo più uscire a fare trattamenti".

Questi sono vitigni adatti a chi fa biologico?
"Assolutamente sì, dovrebbero essere i primi a entusiasmarsi. Prima di diventare matto difendendo le viti con il rame pianterei viti resistenti. Basta fare un po' di difesa dalle tignole con la confusione sessuale e si è al sicuro".

L'Italia è aperta a questo tipo di innovazione?
"Dalla mia esperienza ci sono tre tipi di viticoltori. Ci sono quelli molto aperti, produttori che hanno leadership culturale nel mondo del vino, che vedono in queste varietà il futuro della viticoltura. Ci sono invece i conservatori, quelli che non vogliono abbandonare le vecchie varietà perché temono di perdere i vini della tradizione".

E anche la denominazione...
"E infatti ci sono i viticoltori di zone che hanno una viticoltura basata su pochi vini con una lunga tradizione, come le Langhe, che non vogliono ibridi perché dovrebbero ripartire da zero, essendo le nuove varietà non inserite nei disciplinari. Preferirebbero avere varietà Ogm: vitigni della tradizione, come il Nebbiolo, ma manipolati per avere i geni di resistenza".

Il mercato dei consumatori di vino come crede accoglierà questa innovazione?
"Il mercato non è fatto dagli enologi né dagli assaggiatori professionisti, ma da due milioni di consumatori che bevono il vino abitualmente e non badano ai disciplinari. Vogliono un vino buono e sano e noi glielo diamo. L'inglese medio ha la bottiglia di prosecco in frigo, che poi sia fatto con la Glera o un altro vitigno poco importa".

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Fonte: Agronotizie

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Tag: agrofarmaci vino viticoltura fungicidi innovazione ricerca difesa interviste genetica

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