La ricerca Pioneer Hi-Bred da oggi parla anche cremonese

Il modernissimo centro ricerche di Pessina Cremonese si aggiunge agli altri 90 di cui già si avvale Pioneer a livello globale

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Pessina Cremonese, 26 agosto 2008 – Una noto carosello di alcuni anni fa citava il “cuore” del mais come fonte di salute. Oggi, nel cuore pulsante della maiscoltura lombarda – la provincia di Cremona – Pioneer Hi-Bred celebra l’apertura del suo nuovo centro di ricerca sul mais, il 90° a livello globale, realizzato per accrescere la propria posizione di leader nello sviluppo e commercializzazione di ibridi di mais d’elite. Massima attenzione va data all’evento: dalla sperimentazione effettuata in questo centro, deriveranno in buona parte gli ibridi più idonei alla coltivazione in Italia e in tutto il Sud Europa.

Dopo un breve saluto ai partecipanti, Paolo Marchesini (Affari Istituzionali Pioneer Hi-Bred sud Europa) apre i lavori dando voce alle istituzioni presenti in sala: i comuni, la Provincia, le associazioni di categoria, infatti, danno pieno sostegno e incondizionata approvazione alla creazione del centro di Pessina Cremonese. Sia Giuseppe Torchio (Presidente Provincia di Cremona) che Giorgio Toscani (assessore provinciale all’agricoltura), come pure Valter Galafassi, sindaco di Torre de Picenardi, sottolineano con entusiasmo il valore di tale scelta, la quale va letta – secondo tutti loro – soprattutto in chiave di valorizzazione del patrimonio culturale maidicolo tradizionalmente presente in provincia di Cremona. Nella provincia lombarda vengono infatti coltivati ben 80.000 ha di granoturco.

Dopo le autorità, è il turno di Bill Niebur, vice presidente Pioneer Hi-Bred e direttore globale ricerca & sviluppo DuPont Crop Genetics. Oltre 20 anni come “breeder”, Niebur sintetizza il succo delle attività Pioneer: garanzia di maggiori rese e di migliore qualità, nel rispetto delle esigenze del mercato. Lungo lo Stivale – ricorda Niebur – si punta ormai al milione e mezzo di ettari coltivati, con un incremento del 20% delle superfici dedite alla sola produzione di granella da seme. La PLV nazionale maidicola si attesta ormai sui 2,5 MMM €. Nonostante ciò, all’Italia manca ancora un tondo 15% per coprire i propri fabbisogni nazionali. L’importazione dall’estero grava quindi sui costi di produzione, i quali si riverberano di rimando sui prodotti derivati, soprattutto in ambito zootecnico. Ecco le ragioni della continua spinta verso l’alto delle rese/ettaro che Pioneer sostiene anno dopo anno. Ogni ibrido Pioneer è concepito inoltre per soddisfare le esigenze dell’agricoltore, dell’allevatore, del mulino, dell’azienda produttrice di amido etc. Ma la ricerca tradizionale non è rimasta a lungo da sola: le biotecnologie l’hanno presto affiancata, approfondendo temi di carattere solo parzialmente agronomico: resistenza ai parassiti, ai patogeni, alla siccità, allo stroncamento, ma anche produzione di polimeri con proprietà simili alle materie plastiche, biocombustibili (di prima ma anche di seconda generazione: leggasi biobutanolo), arricchimento in nutrienti preziosi, come gli aminoacidi essenziali e gli acidi grassi di alto pregio nutrizionale. Non solo alte rese e maggiori risparmi per i produttori, quindi, ma anche maggior salubrità dei raccolti, minor impatto ambientale per l’uso della chimica e fornitura di materie prime utili anche in campi extraagricoli. Per fare ciò, Pioneer Hi Bred opera in stretta collaborazione a livello globale anche con altri colossi del settore, in modo da utilizzare tutto il germoplasma possibile ai fini di ricerca. “La ricerca portata avanti da Pioneer” – conclude Niebur – “mira in modo deciso a eliminare i fattori limitanti per le produzioni in Italia e nel resto del mondo, fornendo soluzioni basate sulla genetica, azienda per azienda, campo per campo, ettaro per ettaro”.
Da Niebur riceve il testimone Giuseppe Manara (Direttore Pioneer Sud Europa): veterano di grande esperienza è in Pioneer fin dai ruggenti anni ’80, sempre ricordati dagli agricoltori con nostalgia, grazie ai suadenti nomi degli ibridi di allora: Ivana, Bianca, Cecilia, Costanza, Luana etc.. Ibridi che, nomi a parte, hanno fatto la storia dei maiscoltura italiana per oltre un decennio. E’ proprio Manara quindi a riassumere l’evoluzione della società americana negli ultimi 25 anni. In questo lasso di tempo, le rese ad ettaro sono cresciute di circa un punto percentuale all’anno, consentendo in tal modo di bilanciare, anche se a volte solo parzialmente, i cali dei prezzi di mercato e l’ascesa dei costi di produzione. La genetica ha fatto molto, secondo Manara, ma anche l’attenzione all’agricoltore - prestata dalle risorse umane di Pioneer - ha garantito la massima valorizzazione del capitale scientifico contenuto in ogni singolo ibrido. Oltre 120 “uomini dal cappellino verde” operano infatti sul territorio nazionale, concentrati per lo più in Valle Padana. L’assistenza capillare fornita da Pioneer consta oggi anche di kit per analisi del terreno “just in time”, in modo da fornire alle aziende agricole un responso puntuale delle reali esigenze nutrizionali dei propri campi. L’Italia, sottolinea ancora Manara, è la seconda produttrice di mais in Europa, e la valle del Po produce da sola l’85% dei raccolti. Logica quindi l’attenzione della società su questa area geografica. Ben 5 sono i milioni di unità foraggere ricavate dal mais, una coltura spesso ingiustamente accusata di assorbire ingenti risorse idriche: Manara sottolinea infatti come siano necessari 250 L/kg s.s. per il mais, contro i 300 L del frumento e i 500 L del riso. Inoltre, la coltivazione del mais implica un basso utilizzo della chimica rispetto ad altre colture estensive.

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I tecnici Pioneer operano in azienda con mezzi attrezzati per le analisi del terreno "just in time"


Ultimo, ma non ultimo, Bruno Albrecht: direttore della stazione sperimentale di Pessina cremonese. A lui il compito di guidarci nella visita alle diverse aree del centro, dagli impianti di essiccazione, al magazzino di conservazione refrigerata dei campioni, al laboratorio per la preparazione delle prove sperimentali di campo. Infine, un occhio anche alle attrezzature e ai macchinari: il meglio che un ricercatore di campo possa augurarsi di avere a disposizione. Ma il vero laboratorio, scherza Albrecht, è il campo: è dalle parcelle sperimentali che giungono infatti i risultati di anni di lavoro e di selezione. Oltre 60 operatori stagionali lavorano sotto il coordinamento dei 12 ricercatori stabilmente assunti nel centro, il quale ha richiesto un investimento di oltre 1,8 MM €. Da oltre 100 anni – ricorda Albrecht – si lavora sugli ibridi anziché sulle varietà. E’ un lungo lavoro di ricerca: per selezionare delle linee parentali interessanti ci vogliono circa 2-3 anni. Per mettere a punto gli ibridi risultanti dal loro incrocio ne trascorrono almeno altri 4-5.
Durante la discussione finale, da Manara, Niebur e Albrecht giungono congiunti gli apprezzamenti per la riapertura del governo italiano all’ipotesi di autorizzare la sperimentazione sugli OGM, tema sempre caldo che ancora stenta a decollare in Europa. I vantaggi, sottolineano i managers Pioneer, sono tangibili e ormai comprovati da anni di utilizzo in tutto il Nord America come pure in America Latina. E’ loro ferma convinzione infatti che le biotecnologie (e non solo il transgenico in senso stretto, come spesso viene malinteso) siano la più grande opportunità di sviluppo delle colture agrarie per fronteggiare in modo adeguato le sfide del mondo globalizzato. Un mondo che – ci piaccia o meno –ha messo piede già da un pezzo nelle nostre vite.

 

Il vero laboratorio del centro di Pessina Cremonese: il campo.

 

Fonte: Pioneer Hi-Bred

Autore: D S

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