Tra Pac e sovranità alimentare, qual è il futuro dell'agricoltura mondiale?

Un viaggio tra il passato e il possibile futuro di temi riportati alla luce dall'emergenza da Covid-19. L'intervista di AgroNotizie a Luigi Costato, emerito dell'ateneo ferrarese e grande esperto di Diritto agrario e Diritto dell'Unione europea

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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Luigi Costato: 'Credo che occorra attuare a livello europeo una politica di investimento supplementare alla Pac' (Foto di archivio)
Fonte foto: © John Smith - Adobe Stock

La pandemia Covid-19 ha riportato al centro il tema della sovranità alimentare. Cina, Russia e India stanno aumentando la propria produzione interna e stanno pianificando strategie di rafforzamento. L'Unione europea, al momento, sembra orientata a procrastinare l'attuale Politica agricola comune alla fine del 2022, lasciando sullo sfondo le questioni legate alla crescita produttiva, argomento emerso in maniera disorganica dai singoli Stati membri, ma non in chiave comunitaria.

Qual è il futuro dell'agricoltura a livello mondiale? E che cosa abbiamo imparato dal passato?

Ne abbiamo parlato con il professor Luigi Costato, emerito dell'ateneo ferrarese e grande esperto di Diritto agrario, Diritto dell'Unione europea e una storia brillantissima come imprenditore nel settore cerealicolo.

Luigi Costato, con il coronavirus c'è chi sostiene che la globalizzazione sia finita. In chiave agricola le grandi potenze stanno ragionando per riacquistare o conquistare una sovranità alimentare che con il rallentamento dei commerci è stata messa in discussione. Qual è il panorama?
"La domanda non è semplice. Innanzitutto, bisogna dire che tutte le vicende che ci caratterizzano sono figlie della globalizzazione, che non è un fenomeno giuridico, ma fisico, ormai. Una volta il mondo era molto più grande di oggi. La peste veniva con i topi dall'Asia e impiegava anni per raggiungere l'Europa. Oggi il discorso è diverso. Il mondo è sfortunatamente o fortunatamente cambiato per la facilità dei commerci e degli spostamenti, grazie alle navi di ferro, agli aerei, all'elettronica. Abbiamo constatato la rapidità della diffusione del Covid-19. Il mondo è diventato piccolo, c'è molta più facilità di circolazione".

Come ci si dovrebbe comportare, di conseguenza?
"Dovremmo essere abbastanza intelligenti da capire che il numero degli Stati dovrebbe diminuire, in particolare quelli europei, che continuano a pensare alla grandeur francese o ai tedeschi come coloro che hanno il monopolio delle auto. La verità è che il mondo è piccolo e occorrono sempre più delle regole comuni. Fenomeni come i virus o i cambiamenti climatici devono essere gestiti in maniera unitaria a livello mondiale".

Allo stesso modo la questione del cibo?
"Certamente. La risposta del fabbisogno alimentare è un ripiego a una risposta più intelligente, che sarebbe quella di gestire insieme l'emergenza, anche sul piano delle necessità alimentari".

Bisognerebbe ragionare quindi in termini europei?
"Bisognerebbe. Ma la risposta alla sovranità alimentare l'Europa non sarà in grado di darla, perché non è autocefala e non è capace di autodeterminare i suoi poteri. Lei prima ha citato Stati Uniti, India, Brasile: sono Stati federati con uno Stato sovrano. Quello che manca all'Unione europea, che per attuare una politica di sovranità alimentare o qualsiasi altra decisione ha la necessità di riunire i ventisette capi di Stato e di Governo dei singoli Stati membri. La costruzione dell'Europa si è interrotta bruscamente".

Quando?
"Negli anni Novanta, quando venne creata la moneta unica, un elemento divenuto dirompente per certi aspetti, anche se, per fortuna degli italiani, c'è".

Negli anni Novanta il mondo, anche sul piano geopolitico, era molto diverso da oggi.
"Sì. E anche la Politica agricola comune di allora era molto diversa da quella attuale. Quella Pac, ancora ispirata allo spirito iniziale del Trattato di Roma, mirava al sostegno degli agricoltori, che oggi invece non sono più così floridi. Allo stesso tempo, con la spinta a produrre, aveva permesso all'Europa di avere scorte, di premiare gli agricoltori, di autosostentarci, per tornare al tema della sovranità alimentare. Siamo riusciti a diventare una grande potenza di materie prime alimentari. Inoltre, potevamo anche esportare e fare politica estera attraverso le materie prime e il cibo. Potevamo regalare derrate alimentari all'Africa, in ottica anche geopolitica sostenendo quegli Stati che percolavano verso l'Unione Sovietica, trattenendoli dalla nostra parte.

Poi, gli economisti hanno combinato un pastrocchio e si sono convinti che potevano diminuire il sostegno agli agricoltori. Una volta caduta l'Unione Sovietica, quell'Impero del Male che, però, di fatto faceva da contraltare dal punto di vista competitivo, abbiamo tratto conclusioni che, leggendole oggi, avrebbero potuto essere prese con maggiore prudenza"
.

A cosa si riferisce?
"Con la fine dell'Urss, in Europa si decise di cambiare la politica agricola. Era d'altronde venuta meno la competizione con l'Unione Sovietica, era rimasta una sola grande potenza ed era scomparso l'aspetto competitivo con Mosca, che era declinato anche con riferimento ai rapporti fra datori di lavoro e lavoratori.

Successivamente, nel 1992 venne siglato l'accordo di Blair-House fra Commissione europea e Stati Uniti; nel 1994 il Trattato di Marrakech sancì la nascita dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e che, fra le intese, vietò i dazi doganali variabili. Era rimasta una sola potenza mondiale, gli Usa. Gli economisti erano certi del futuro, sostenendo che la domanda sarebbe aumentata come conseguenza della crescita della popolazione mondale. Erano convinti che gli agricoltori non avessero più alcun bisogno di sovvenzioni. Ma era una posizione corretta nelle sue impostazioni solamente in via teorica, perché è del tutto evidente che se mancano i soldi per acquistare le materie prime, la domanda non c'è.

Nel tempo la Politica agricola comune è mutata, sulla scorta anche del fatto che vi era chi pensava che gli aiuti fossero superflui. Intanto, la popolazione aumenta, i commerci internazionali anche, e la pandemia ha portato a una riflessione, in un momento in cui gli agricoltori non vivono una situazione positiva. Ecco che emergono risposte che puntano verso la sovranità alimentare, alla quale mirano Cina, Stati Uniti, Brasile, India. In Europa abbiamo pensato di non dover più aiutare l'Africa, ma se non li aiutiamo, loro vengono qui"
.

La Francia chiede a gran voce una politica di rilancio della sovranità alimentare. Cosa ne pensa?
"La riflessione è corretta, ma dobbiamo ragionare in termini di Unione europea. L'Italia non è sovrana alimentarmente, non lo è stata nemmeno con l'autarchia di Mussolini. Nel 1962 venne pubblicato il primo regolamento comunitario su cereali, che però non ha portato all'autosufficienza. Bisogna trovare un dialogo comune. Finché si ragiona come singoli Stati, non si va da nessuna parte".

La riforma della Pac sembra definitivamente slittare al 2023, dopo la proroga dell'attuale schema al dicembre 2022. Qual è il suo commento?
"Si potrebbe sperare che in Europa arrivassero a capire che è molto più importante avere una certa quantità di scorte alimentari piuttosto che telefonini o razzi. Ma è un mondo stravagante e lo dimostra il fatto che col coronavirus sono aumentate le vendite di giochi elettronici e, contemporaneamente, sono cresciute le persone in difficoltà, anche se non credo ai numeri diffusi nelle ultime settimane. Abbiamo purtroppo spostato i valori in campo: a scuola quando ero ragazzo insegnavano che c'erano i beni essenziali e quelli voluttuari. Ecco, oggi il pane è in fondo alla scala nei paesi benestanti. Nei paesi poveri non è in fondo alla scala, ma il telefonino tendono ad averlo anche loro. Eppure, la cosa essenziale è mangiare e la risposta alla sovranità alimentare, come Europa, non saremo in grado di darla, per tutti i motivi che ho citato".

Come modificherebbe la Pac?
"Bisogna tentare di sostenere l'agricoltura. E mi auguro che l'Unione europea capisca che occorre investire in agricoltura. Non possiamo aspettare il Covid-19 perché finalmente i nostri produttori di riso riescano a venderlo, visto che in questa fase non arriva più dall'Oriente. E non è vero che nel resto del mondo non si sostengono gli agricoltori, è così da secoli. Dobbiamo incentivare gli investimenti in Italia, cambiando radicalmente approccio e affermando che tutto ciò che non è espressamente vietato, è permesso. Oggi accade l'esatto contrario".

Gli agricoltori sono vittime del sistema?
"È evidente. Sono obbligati a scrivere una montagna di carta. Sono ostaggio della burocrazia. Servono, invece, forme di sostegno per gli agricoltori. Magari programmando l'acquisto di 50 milioni di tonnellate di mais europeo per fare delle scorte. Sono forme di sostegno indiretto per creare quantità di rimanenze che consentano di superare le eventuali crisi. Se ci trovassimo senza grano sarebbe ancora più drammatico del coronavirus. Credo che occorra attuare a livello europeo una politica di investimento supplementare alla Pac".

Come si potrebbe attuare?
"Le soluzioni sono le più diverse. Bisogna però partire dall'assunto che lo stimolo a produrre è dato dal prezzo, perché nessun meccanismo funziona meglio. Se non si vuole tornare a dire che c'è un prezzo di intervento, si può dire che l'Ue è disposta a immobilizzare delle risorse. Perché l'Ue o la Bce non dovrebbero comprare grano, se acquistano buoni del tesoro di paesi con tripla B? Devono rendersi conto che non è una spesa, ma un investimento. In questo modo metteremmo al sicuro l'alimentazione. Il grano viene immagazzinato e potrebbe anche servire per fare una politica estera. Si immagini quando dal Sudan o da qualche altro paese dell'Africa dovessero dire che vogliono venire in Europa. Potremmo aiutarli direttamente, inviando cinquanta navi di grano o di farina, evitando o almeno riducendo i flussi migratori".

C'è spazio per accordi internazionali multilaterali oppure in questa fase la strategia attuabile è quella di accordi bilaterali?
"Bisognerebbe raggiungere accordi di carattere globale. Oggi si sta ripiegando su accordi multilaterali o bilaterali, che sono sempre meglio di niente. Ma si ritorna al tema affrontato all'inizio di questo dialogo: bisognerebbe arrivare ad una Federazione europea, perché sarebbe meglio che l'Europa parlasse con una sola voce con interlocutori come Cina, Giappone, Stati Uniti, Brasile, Russia, India".

Nei giorni scorsi l'Unione europea ha fissato nuovamente dazi all'importazione di mais, sorgo e segale a 5,27 euro alla tonnellata. Come spiega questo intervento?
"Sono interventi di risposta a quando entra in crisi il sistema del Wto, ma sono risposte che hanno un piccolo significato. Prendiamo il mais: la metà del mais americano è servito a produrre etanolo. Quest'anno però, con la caduta del greggio, non ne hanno bisogno e c'è il caso che il prezzo mondiale del mais crolli. Le economie sono talmente interconnesse che creare dei meccanismi di ostacolo può essere un meccanismo concordato. Se cade tutto il palco, però, ci riduciamo male".
 
Come influenzerà il coronavirus l'agricoltura e la geopolitica agricola del futuro?
"È possibile che ci sia un soprassalto non di sovranismo, perché sarebbe un dolore, ma per l'Europa che ci sia un soprassalto di un ragionamento di coesione, per tentare di essere più compatti e più unti. In questo senso si stanno muovendo la Germania timidamente, la Francia, l'Italia. In passato c'era chi gridava Roma ladrona!, ma l'unico modo che non ci sia più Roma ladrona è che non ci sia più Roma".

Quindi sì al Mes?
"Bisognerebbe vedere che tipo di condizionalità ha il Mes. Se l'Europa dovesse imporre condizioni avrebbe difficoltà di farle passare sul piano politico, ma se ci fossero le condizioni di diminuire del 50% la burocrazia, di trasformare la Pubblica amministrazione, allora ben vengano quei provvedimenti per il bene dell'Italia, dei cittadini e delle imprese".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: pac interviste cibo e alimentazione politica agricola

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