Dopo lunghe discussioni, rinvii e correzioni in corsa, Granaio Italia, il sistema di monitoraggio telematico delle giacenze di cereali, è entrato effettivamente nella vita lavorativa degli operatori. Le prime comunicazioni sono già state effettuate e le imprese che rientrano negli obblighi si stanno preparando alla prossima scadenza di gennaio, quando dovranno inviare i dati relativi al trimestre precedente.
L'obiettivo dichiarato dal legislatore è ambizioso: rendere più trasparenti le scorte e i flussi di cereali, fornendo al mercato informazioni strutturate sulla disponibilità di prodotto. In teoria, più trasparenza sui volumi dovrebbe favorire una migliore formazione dei prezzi e contribuire a valorizzare il grano made in Italy.
Nella pratica, però, chi lavora tutti i giorni con i cereali ha una lettura più prudente. Il sistema, dal punto di vista informatico, sembra reggere. Ma diversi operatori mettono in dubbio che, così com'è disegnato, Granaio Italia sia in grado di centrare davvero il suo obiettivo.
Come funziona Granaio Italia
Granaio Italia nasce con la Legge di Bilancio 2021, che prevede l'istituzione di un registro telematico delle giacenze di cereali all'interno del Sian. I dettagli operativi sono stati poi definiti da una serie di decreti ministeriali, via via corretti per tenere conto delle criticità emerse in fase di confronto con la filiera.
In sintesi, il sistema prevede che aziende agricole, cooperative, consorzi, imprese commerciali, importatori e imprese di prima trasformazione comunichino, su base trimestrale e in forma aggregata, i volumi di carico e scarico dei principali cereali: frumento duro e tenero, grano segalato, mais, orzo, farro, segale, sorgo, avena, miglio e scagliola.
L'obbligo scatta solo oltre determinate soglie annue per singolo cereale, differenti a seconda della specie (ad esempio 30 tonnellate per il grano duro, 40 per il tenero, 80 per il mais, con soglie inferiori per altre colture). Chi supera queste quantità deve inserire nel Sian il totale delle movimentazioni effettuate nel trimestre, indicando le giacenze.
Le scadenze seguono uno schema costante: i trimestri si chiudono a fine marzo, giugno, settembre e dicembre, e i dati devono essere registrati entro il 20 del mese successivo. È questo meccanismo che porta gli operatori a lavorare, in questi mesi, sulle comunicazioni di gennaio.
Il quadro è reso più complesso da una serie di esenzioni: sono escluse le aziende che esercitano in via prevalente l'attività di allevamento, quelle che producono mangimi e i prodotti trasferiti in strutture private o associative all'atto della trebbiatura, per i quali l'obbligo ricade sui gestori degli impianti.
Accanto agli adempimenti, è previsto anche un regime sanzionatorio: chi non effettua le comunicazioni nei tempi stabiliti rischia una multa amministrativa, con importi più elevati in caso di violazioni nelle modalità di comunicazione o di tenuta del registro telematico.
Dal punto di vista operativo, chi utilizza il sistema conferma che, dopo gli aggiustamenti, Granaio Italia oggi è gestibile. "Dal punto di vista pratico il sistema ha retto: siamo riusciti a caricare i dati sul Sian senza particolari problemi, dopo qualche inevitabile messa a punto iniziale", spiega Antonio Dall'Amore, direttore Cerealproteici e responsabile Sementi della cooperativa Terremerse. "Fortunatamente si sono abbandonate le scadenze iniziali, che erano davvero serrate".
Sul piano tecnico il sistema sembra aver superato lo stress test delle prime comunicazioni. Ma resta la domanda più importante: a cosa serve, davvero, tutta questa mole di dati?
Un obiettivo nobile, ma ancora lontano
Nelle intenzioni del legislatore, Granaio Italia dovrebbe consentire di fotografare in modo preciso le giacenze e i flussi di cereali nel Paese, offrendo al mercato uno strumento in più per evitare improvvise tensioni sui prezzi dovute a informazioni incomplete o asimmetriche.
L'idea di fondo è che una maggiore trasparenza su scorte e movimenti contribuisca a valorizzare il grano di origine italiana, soprattutto nelle fasi in cui il prodotto è scarso o in cui il mercato fatica a riconoscere la specificità del made in Italy.
Qui, però, si apre la frattura tra la teoria e il punto di vista di chi opera nella filiera. Secondo Aires, associazione che riunisce essiccatori, stoccatori e raccoglitori di cereali e semi oleosi, l'obiettivo di Granaio Italia è "nobile", ma il sistema, così come è stato costruito, non è in grado di centrarlo.
Secondo Aires, "si è creato uno strumento che ha un costo amministrativo per lo Stato e un costo gestionale per gli operatori, ma che non restituisce un dato davvero completo e affidabile". Il motivo è semplice: una parte importante dei flussi è esclusa dal perimetro del registro e le comunicazioni, trimestrali, sono poco utili perché fotografano una situazione già vecchia.
Aires punta il dito soprattutto contro il perimetro degli obblighi. Se è normale esonerare i piccoli autoconsumi, la critica riguarda l'uscita dal radar di allevamenti, mangimifici e una parte dell'industria di trasformazione, cioè proprio gli attori che gestiscono volumi significativi.
"L'industria mangimistica italiana produce circa 150 milioni di quintali di mangimi: è difficile capire perché sia stata esclusa da un sistema che dovrebbe monitorare i flussi di cereali", ci fanno sapere dall'associazione. Il risultato è che il registro rischia di restituire una fotografia parziale del sistema, insufficiente per orientare davvero il mercato.
Da qui il dubbio di fondo: tanta burocrazia in più, in cambio di un patrimonio informativo che resta, almeno per ora, sotto le aspettative. Anche perché, sottolinea l'associazione, esistevano già alternative meno invasive: incrociare superfici a domanda Pac con le rese Istat, utilizzare stime e consuntivi ufficiali, costruire modelli previsionali più agili.
Sullo sfondo resta poi la consapevolezza che il grano italiano si muove dentro un mercato globale. Il peso produttivo dell'Italia, in termini di volumi, è quasi insignificante (almeno per il grano tenero), soprattutto se confrontato alle grandi aree esportatrici mondiali. Secondo Aires, illudersi che un registro nazionale possa spostare in modo determinante la formazione dei prezzi, senza affrontare i temi della filiera e della contrattazione di settore, rischia di essere un'aspettativa irrealistica.
Uno strumento che funziona, ma non per fare il prezzo
Per Terremerse, che ritira solo prodotto 100% italiano nel Nord e Centro Italia, il registro è certamente un ulteriore livello di controllo, ma ha il pregio di tracciare le movimentazioni di cereali nel Paese. C'è invece molto più scetticismo sul legame diretto tra registro e valorizzazione economica. "Non so dire se un agricoltore realizzerà anche solo 1 centesimo in più a tonnellata grazie a Granaio Italia. Che ci sia maggiore attenzione al prodotto nazionale è positivo, ma non vedo un automatismo tra questo e un aumento dei prezzi", ammette Dall'Amore.
La realtà è che il prezzo del grano, una commodity agricola, è determinato dai mercati internazionali e l'agricoltore può fare ben poco per mettersi al riparo delle fluttuazioni. La vera leva per valorizzare il made in Italy sembra dunque essere la filiera organizzata: contratti chiari, premi legati alla qualità e differenziazione del prodotto italiano rispetto alle origini concorrenti.
"Ci sono esempi di contratti di filiera che funzionano: il premio è legato alla qualità, si spinge '’agricoltore a migliorare le proprie performance e si costruisce un saper fare che distingue il grano nazionale", sottolinea Antonio Dall'Amore. "Senza queste forme di tutela, se arriva sul mercato un grano estero con caratteristiche simili a un prezzo più basso, è molto difficile che sia un sistema di controllo a salvarci".
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Il ruolo del consumatore e la vera "filiera lunga"
Nel dibattito pubblico si parla spesso di filiera, ma ci si ferma alla prima metà del percorso. La vera partita si gioca dopo, con il consumatore. Si possono implementare contratti di filiera, contributi e strumenti di sostegno, ma se chi compra pasta, pane o biscotti non riconosce un valore aggiunto al prodotto italiano, difficilmente quel valore potrà essere restituito in modo stabile agli agricoltori.
In quest'ottica, Granaio Italia può diventare un tassello di un sistema più ampio di tracciabilità e trasparenza, ma non può sostituire il lavoro (ben più complesso) di educazione al consumo, comunicazione del valore e costruzione di filiere in grado di condividere, lungo tutta la catena, il plusvalore del made in Italy.



















