Rame in vigna, problemi e strategie

In una giornata di studio organizzata dall'Accademia dei Georgofili è stata affrontata la problematica dell'uso dei prodotti rameici in viticoltura, illustrando le possibili alternative anche in agricoltura biologica

Matteo Giusti di Matteo Giusti

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Rame in viticoltura, una giornata di studio ai Georgofili per indicare possibili alternative
Fonte foto: Matteo Giusti - Agronotizie

Il problema del rame in agricoltura è uno degli argomenti su cui l'Accademia dei Georgofili sta lavorando per creare un dibattito scientifico e individuare le strategie per una sua riduzione.

Con questo intento l'accademia ha pubblicato recentemente un documento chiamato 'Considerazioni sull'uso del rame in agricoltura' dove ha riassunto le problematiche principali dell'uso di questo elemento.

E, anche da questo documento, è la viticoltura il settore in cui questa problematica è particolarmente sentita, dal momento che in Europa pur coprendo il 3% della Sau, utilizza il 68% di tutti i fungicidi usati in agricoltura.

Così in questi giorni l'accademia fiorentina ha organizzato una giornata di studio proprio per inquadrare il problema e presentare le possibili strategie per la riduzione dell'uso del rame in vigna, anche alla luce del fatto che i nuovi limiti prevedono un massimo di 4 kg/ha all'anno, fino a 28 kg/ha in sette anni, sia in agricoltura convenzionale che biologica.

Il rame è infatti al tempo stesso un micronutriente essenziale per le piante e i microrganismi (in piccole dosi) ma ha un effetto tossico a dosi elevate, come ha spiegato Stefano Cesco dell'Università di Bolzano, cosa che può accadere con l'uso massiccio di rame per trattamenti fungicidi.

La problematica principale dell'uso del rame è legata soprattutto al suo accumulo nel terreno e all'effetto tossico sulle comunità microbiche del suolo. Un problema che è stato messo a fuoco dall'intervento di Luisa Manici del Crea.

Come ha ricordato Luisa Manici la soglia di tossicità per le piante e microorganismi è di 100-150 mg/kg di rame nel terreno. Oltre questa concentrazione si manifestano effetti fitotossici sulle piante e alterazione delle comunità microbiche, portando la predominanza di alcune specie di microorganismi sulle altre.

Un fenomeno quello dell'alterazione microbica che è stato osservato sia nel breve periodo, anche con prove di laboratorio, sia nel lungo periodo. Infatti le alterazioni risultano ancora presenti in terreni che hanno avuto dosi eccessive di rame in passato anche a distanza di 50-60 anni dalle ultime somministrazioni del metallo.

Tuttavia, come ha ricordato la ricercatrice, una gestione conservativa del suolo e l'aumento della sostanza organica hanno mostrato una riduzione degli effetti negativi anche in presenza di eccessi di rame, garantendo una adeguata fertilità biologica.

Ora con le restrizioni all'uso del rame a 4 kg/ha all'anno, per un massimo di 28 kg/ha in sette anni, nasce l'esigenza di trovare soluzioni alternative, magari biologiche. L'uso di antagonisti biologici - usati con discreto successo nei confronti dell'oidio (Nda) - sono invece di più difficile utilizzo sulla peronospora, come ha spiegato Ilaria Pertot dell'Università di Trento. La peronospora infatti che ha bisogno di un velo di acqua liquida per iniziare l'infezione, acqua che però può dilavare gli eventuali altri microorganismi antagonisti.

Ma la necessità di trovare alternative all'uso del rame non è legata solo al controllo delle malattie fungine, ma anche e soprattutto a quelle batteriche, come ha ricordato Stefania Tegli dell'Università di Firenze. Il rame infatti è di fatto l'unico antibatterico usabile in agricoltura e la ricerca di strategie alternative diventa fondamentale. Alternative che in alcuni casi sono già individuabili in tecniche di lotta biologica con microorganismi antagonisti. Tuttavia resta importante cercare anche altre alternative e la strada altro non deve essere se non quella della ricerca scientifica.

Sul tema delle strategie alternative di difesa per la viticoltura Rita Perria del Centro di ricerca vitivinicoltura ed enologia del Crea, ha presentato il progetto Life green grapes.

Il progetto infatti ha l'obiettivo di ridurre l'uso generale di fitofarmaci nella coltivazione della vite in biologico, sia a livello di vivaio, sia a livello di vigneto sia per l'uva da tavola che da vino.

Il progetto sta già coinvolgendo alcune aziende tra Toscana, Puglia e Cipro per valutare l'efficacia di sistemi difesa a basso utilizzo di agrofarmaci (con una riduzione dell'uso del rame del 50%) combinati con trattamenti fogliari basati sull'uso di biostimolanti e induttori di resistenza e supportati da modelli previsionali di difesa per peronospora, oidio e botrite.

Nell'ottica di una riduzione dell'uso del rame, come di altri fitofarmaci, in viticoltura non poteva mancare una panoramica sulle potenzialità, ma anche sui limiti, dell'uso delle varietà di vite resistenti.

Su questo tema è intervenuto Yuri Zambon dei Vivai cooperativi Rauscedo che ha riportato le esperienze dell'azienda che, in collaborazione con l'Università di Udine, sta commercializzando queste varietà.

Varietà frutto di decenni di selezione genetica a partire dai primi ibridi tra vite europea e viti americane e asiatiche e ai successivi reincroci, che oggi possono permettere una riduzione anche dell'80% dei trattamenti anticrittogamici in vigna.

Una realtà interessante che al momento non è ancora molto sviluppata sul territorio e che tra i principali limiti ha anche il fatto che questi vitigni non sono ammessi nelle produzioni Doc e Docg.

Una giornata che ha messo quindi a fuoco un problema mettendo però anche in evidenza le possibili soluzioni già utilizzabili, anche se ovviamente dovranno essere incrementate.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Accademia dei Georgofili

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Tag: viticoltura convegni biologico ricerca fitosanitari rame

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