Agricoltura digitale… Cosa significa?

Scopriamo il significato di agricoltura di precisione, agricoltura 4.0, agricoltura digitale e IoT. Per condividere uno stesso modo di chiamare le cose e valutare la loro effettiva utilità per l'azienda agricola

Ivano Valmori di Ivano Valmori

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L'agricoltura è sempre più digitale, ma cosa significa?
Fonte foto: © Prostock-studio - Adobe Stock

Tutti parlano di “innovazione in agricoltura” e molti la collegano a qualche concetto che ha a che fare con il digitale, l’informatico, l’interconnesso… ma cosa si intende realmente?

Vediamo di fare un po’ di chiarezza, per iniziare, sul significato di questi quattro concetti:
  • agricoltura di precisione
  • agricoltura 4.0
  • agricoltura digitale
  • IoT


Agricoltura di precisione

L’agricoltura di precisione inizia negli anni Settanta con tecnologie nate negli Usa. Si basa sul monitoraggio diretto del campo grazie alla raccolta dei dati effettuata tramite microprocessori introdotti sin dagli anni Ottanta e alla tecnologia Gps nata negli anni Novanta e che permette di “spazializzare” (collegare al punto di rilevamento) il dato raccolto.

In pratica ho strumenti che raccolgono in campo una serie di parametri (dal quantitativo di prodotto raccolto, alla sua qualità, alle caratteristiche del terreno o dell’apparato fogliare) e sono in grado di rappresentare esattamente dove questo dato è stato raccolto. Di fatto esistono esperienze di agricoltura di precisione da almeno 40-50 anni: si raccolgono dati in campo e si elaborano per prendere decisioni sulle attività da svolgere e, in primis, per ridurre l’uso dei mezzi tecnici ed il loro impatto sull’ambiente.

L’agricoltura di precisione è lo strumento che consente di raggiungere in pieno il concetto di “intensificazione sostenibile” della produzione agricola. Ma pur essendo disponibile da decenni fatica a diffondersi perché molti agricoltori non ne comprendono i reali benefici e perché la maglia poderale italiana è molto ridotta.
 

Agricoltura 4.0

Il concetto di agricoltura 4.0 fa diretto riferimento all’evoluzione storica dell’agricoltura da 1.0 a 4.0 avvenuta negli ultimi cento anni.
L’agricoltura 1.0 inizia nel ventesimo secolo (prima, forse, c’era l’agricoltura 0.0…) e si basa su un sistema produttivo ad elevato impiego di manodopera, di forza animale per lo svolgimento di molte attività, e caratterizzata da bassa produttività.

L’agricoltura 2.0 ha origine all’inizio degli anni Cinquanta con la famosa “rivoluzione verde”. Vide il ricorso alla meccanica, ai fertilizzanti chimici ed agli agrofarmaci e ha permesso un aumento elevato della produttività, ma con impatti diretti (ed allora imprevedibili) sull’ambiente e sulla sostenibilità. 

L'agricoltura 3.0 (o agricoltura di precisione) è comparsa alla fine del secolo scorso, e si basava sull’utilizzo di strumenti di geolocalizzazione satellitare per raccogliere dati “spazializzati” e assistere la guida nelle macchine agricole. Da lì alla guida automatica dei macchinari il passo è stato breve e infatti le prime macchine a guida satellitare in ambito agricolo sono già state usate all’inizio del Duemila. 

L’agricoltura 4.0 (o smart agriculture) si basa sul fatto che all’agricoltura di precisione si aggiunge un sempre più diffuso uso di internet, il ricorso a tecniche di elaborazione computerizzate, una gestione sempre più accessibile e condivisa dei dati e l’uso di specifiche tecnologie di monitoraggio in campo.
La vera svolta per la diffusione dell’agricoltura 4.0 è da ricondurre al cosiddetto Credito di imposta 2020, normativa nazionale che prevede che solo le macchine agricole dotate di “tecnologia 4.0” rientrano tra i beni “4.0” e possono godere del contributo del 50% (contro il 10% delle altre macchine agricole).
   

Agricoltura digitale

Per agricoltura digitale si intende la cosiddetta agricoltura dei dati. Ovvero la confluenza di qualsiasi informazione raccolta in campo che permetta di aiutare l’imprenditore a:
  • predisporre tutta la documentazione necessaria per adempiere alle prescrizioni di legge;
  • prendere decisioni in base alle informazioni raccolte in campo (la cosiddetta “data driven decision”);
  • orientare l‘innovazione in azienda (la cosiddetta “data driven innovation”).
Di fatto tutto parte dal paradigma che più informazioni hai e più decidi in modo razionale e non “di pancia” (tipico dell’approccio alle problematiche umanistiche ma non sempre funzionale per lo sviluppo dell’agricoltura…).
Interessante, in questo ambito, il cosiddetto “data sharing”: una delle caratteristiche fondamentali dei dati è che non si consumano ma, se si condividono, rappresentano il fondamento per la crescita. Tutti sanno che solo se si condividono le informazioni si cresce (formazione docet…) e qualsiasi persona che mette a disposizione le proprie informazioni ha il vantaggio diretto di potere essere aiutato da esperti in grado di valutarle al meglio e di contribuire alla crescita dell’agricoltura (intesa non solo come fonte di profitto ma come bene comune che permette di sfamare l’umanità).
Inoltre, grazie all’agricoltura digitale, tutto diventa misurabile e controllabile. E tutti sappiamo bene che solo quello che si misura… si può migliorare!
Grazie all’applicazione in campo dell’agricoltura digitale si può passare dal semplice concetto astratto che “sapere aiuta”… all’efficacia reale della raccolta e valorizzazione dei dati.

Nasce qui il concetto di “servitizzazione”: si riferisce ai servizi che un'impresa fornisce per sostenere in modo ottimale i propri prodotti (in questo caso le materie prime agricole) che vende ai suoi clienti per accompagnarle con un set di dati che servono a dare valore alle merci stesse… ma di questo parleremo in un altro articolo. 
 

IoT

E’ l’acronimo di internet of things (internet delle cose) e si basa sul fatto che oggi esistono una serie di apparecchi che:
  • possono essere immessi in campo;
  • si autoalimentano (con pannelli fotovoltaici o batterie a lunga durata);
  • sono geolocalizzati (sanno dove sono e sono in grado di comunicarlo); 
  • sono dotati di molti sensori che generano e rilevano costantemente una serie di dati (geologici, ambientali, di contesto, di funzionamento…);
  • sono in grado di trasferire i dati attraverso la rete internet verso server in grado di archiviarli ed elaborarli;
  • hanno un costo relativamente contenuto.
Tutto molto bello e affascinante ma… cosa se ne fa l’imprenditore agricolo di una miriade di oggetti IoT che generano infiniti dati se poi questi non sono interpretati e resi utili per la sua attività? Pensate solo alla miriade di informazioni raccolte in campo dai contoterzisti e poi non usate dagli imprenditori agricoli…  
Fantastico avere un sensore che mi dice come sta andando la curva dell’acqua disponibile per le mie colture ma… se non so esattamente il coefficiente idrico della mia pianta (specie e varietà) e il frutto di questa interpolazione di dati (esigenza della coltura / disponibilità di campo) non mi attiva immediatamente l’irrigazione… rischio di trasformare il mio IoT (internet of things) in IoN (internet of nothing…) del tutto inutile!
 
Tutto questo per iniziare a condividere uno stesso modo di chiamare le cose e di valutare la loro effettiva utilità per l’azienda agricola.
Teniamo sempre presente che l’imprenditore agricolo acquista solo ciò che serve. Quello che non serve… o gli viene regalato attraverso inutili iniziative di finanziamento pubblico oppure non lo acquista (così non deve nemmeno imparare ad usare e poi rendicontare!)

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