Biofortificazione, buona per la salute e per le tasche dell'agricoltore

La possibilità di offrire derrate alimentari più nutrienti attira il consumatore moderno, disposto a pagare un sovrapprezzo per un prodotto nutraceutico. Come nel caso dell'insalata anti-osteoporosi

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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La biofortificazione può essere ottenuta anche attraverso concimazioni particolari
Fonte foto: © jercou - Adobe Stock

Biofortificare un alimento significa arricchirlo di elementi nutritivi. Il potenziamento del profilo nutraceutico di una qualunque derrata alimentare può essere ottenuto in vari modi, come ad esempio attraverso il miglioramento genetico, tradizionale e non, che porta una pianta ad accumulare o a sintetizzare nutrienti utili per l'uomo. È il caso del Golden Rice, un riso ricco di vitamina A, messo a punto in laboratorio per combattere la pesante penuria di questa vitamina nella dieta delle popolazioni rurali indiane.

Ma la biofortificazione può essere ottenuta anche attraverso concimazioni particolari. È il caso delle insalate arricchite di calcio e selenio sviluppate, grazie ai fondi del Miur, da Massimiliano D'Imperio, ricercatore del Cnr, e pensate per quei consumatori che soffrono di malattie come l'osteoporosi.

"Abbiamo coltivato differenti varietà di ortaggi a foglia con la tecnica del floating system, che prevede di fare crescere le piante inserendole in un pannello galleggiante sopra la soluzione nutritiva“, spiega ad AgroNotizie Francesco Serio, ricercatore dell'Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr e coordinatore della ricerca. "Siamo intervenuti arricchendo la soluzione nutritiva con calcio e silicio e abbiamo potuto constatare un aumento di questi microelementi all'interno della parte edibile della pianta".

Per quanto riguarda il silicio l'aumento di concentrazione è stato nell'ordine delle tre-quattro volte, mentre nel caso del calcio ci si è fermati 'solo' ad un 15%. Risultati interessanti se si pensa che con l'ingegneria genetica si è arrivati ad un aumento del 20% della presenza di calcio nel tessuto vegetale. Bisogna poi tenere in considerazione che ogni specie si comporta in maniera differente, visto che il bioaccumulo è specie specifico.

Campioni di vegetali sono stati 'digeriti' in maniera artificiale in laboratorio per studiare la bioaccessibilità, cioè la quantità di micronutrienti che viene rilasciata nel processo di digestione. Si è poi passati ad un test di biodisponibilità per capire che percentuale di silicio e calcio viene effettivamente assorbita dalle pareti del tratto intestinale. I risultati sono stati confortanti avendo registrato un generale miglioramento della quantità di microelementi assorbiti nel caso di insalate biofortificate rispetto a quelle tradizionali.
 

Biofortificazione, ma perché?

I pionieri della coltivazione di insalata per la quarta gamma hanno fatto affari d'oro agli inizi di questo business andando incontro alle esigenze del consumatore moderno, che ricercava prodotti salutari, come l'insalata, ma facili da preparare, proprio come aprire un sacchetto. Oggi sono molte le aziende che si sono lanciate nel business, attirate dagli interessanti prezzi di mercato, che però nel frattempo si sono notevolmente abbassati.

La biofortificazione può essere una opportunità per le aziende agricole lungimiranti che vogliono differenziare il proprio prodotto sul mercato. Il consumatore moderno guarda a ciò che mangia ed è disposto a pagare un sovrapprezzo per prodotti buoni, di origine sicura e salutari. In quest'ottica insalate, ma anche altri prodotti biofortificati, possono andare incontro alle richieste del mercato.

D'altronde ci sono già prodotti commerciali che hanno intrapreso questa strada, come la patata arricchita di selenio, protagonista anche di spot televisivi. Oppure la patata ricca di vitamina A ed E, ottenuta nei laboratori Enea.
 

Dai micro ai macro-nutrienti

La sfida che i ricercatori hanno davanti oggi è quella di riuscire a biofortificare anche altre tipologie di prodotti. "Stiamo ad esempio lavorando sulla carota di Polignano per aumentare la presenza di iodio, uno elemento utile all'organismo ad esempio per la regolazione dei processi della tiroide", spiega D'Imperio. "Ma stiamo portando avanti delle ricerche anche per sottrarre i nutrienti alle piante. Oggi chi ha problemi renali non può mangiare troppa verdura perché ricca di potassio. Per questo stiamo provando a mettere a punto varietà che siano povere di questo elemento".

Se arricchire le insalate di micronutrienti è relativamente semplice, altrettanto non si può dire quando si prova con i macronutrienti. Alle donne in gravidanza ad esempio viene prescritta l'assunzione di integratori di acido folico che sono utili per il corretto sviluppo del feto. Si tratta tuttavia di prodotti che in certi soggetti sono mal tollerati. Sviluppare, come stanno cercando di fare i ricercatori del Cnr, frutta e verdura contenente alte percentuali di questo macronutriente è sicuramente una sfida complessa, ma che potrebbe trovare un ampio interesse commerciale.

"Nel caso dell'acido folico non posso semplicemente arricchire la soluzione nutritiva con questo elemento", spiega Serio. "Devo invece fornire alla pianta dei nutrienti che la spingano a sintetizzare la molecola. Un lavoro tutt'altro che semplice".

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Fonte: Agronotizie

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Tag: ortofrutta innovazione ricerca quarta gamma nutraceutica biofortificazione

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