L'agricoltura nel 2013 secondo gli economisti agrari

Come sarà il nuovo anno per il settore primario? Agronotizie lo ha chiesto al professor Giorgio Amadei, presidente dell’Accademia nazionale di agricoltura, al professor Gabriele Canali, direttore del Crefis e al professor Dario Casati, docente di Economia e già prorettore vicario dell’Università di Milano

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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Economia agraria, come sarà il 2013 per il settore primario
Fonte foto: Morguefile.com

Che 2013 sarà per l’agricoltura?

Una domanda che si presta a molteplici risposte e che Agronotizie ha rivolto ad alcuni economisti agrari.
In rigoroso ordine alfabetico: il professor Giorgio Amadei, presidente dell’Accademia nazionale di agricoltura, il professor Gabriele Canali, direttore del Crefis e docente all’Università Cattolica di Piacenza, il professor Dario Casati, docente di Economia ed estimo rurale e già prorettore vicario dell’Università di Milano.

Pur con alcune sfumature, talvolta anche marcate, le analisi raccolte indicano il 2013 come anno di transizione, in particolare in chiave di Politica agricola comunitaria. In agguato ci sono sempre le ombre della speculazione, probabilmente in misura inferiore rispetto al recente passato, ma non è detto.
Anche l’agricoltura, poi, dovrà fare i conti con la crisi, per quanto il settore si caratterizzi per un andamento anticiclico rispetto all’economia industriale e finanziaria.
Cosa potrebbero dare una spinta in alto all’agricoltura? Le innovazioni, che significano Ogm, ma non solo.
Vediamo più in profondità cos’hanno detto gli esperti di economia agraria.


Giorgio Amadei, presidente dell’Accademia nazionale di agricoltura



“Innanzitutto, partirei da un breve quadro generale. Siamo in piena crisi e, a dispetto di quanto qualcuno possa sostenere, non ne siamo ancora usciti. Non si parla più di titoli tossici, ma posso assicurare che nei portafogli delle banche europee i titoli tossici sono ancora una parte rilevante e devono ancora essere digeriti. Ci vorrà tempo.
A Bruxelles si stanno avviando discussioni molto feroci sul bilancio dell’Unione europea e questo avrà riflessi anche sulla Pac.
Non dimentichiamo che l’Europa non ha superato il problema del debito sovrano, anche se ora la pressione sulle spese pubbliche si è attenuata, dal momento che la speculazione si è ridotta, gli spread sono più ridotti e la Banca centrale europea ha allargato il proprio ambito di azioni e la fiducia degli investitori è aumentata.
Ma i timori che si verifichi una carenza di capitale ci sono ancora tutti.

Il 2013 sarà un anno di dubbi e di recessione. In Italia ci stiamo avvitando e rischiamo di finire nella trappola della povertà. Siamo in una situazione che non si è mai verificata nel Dopoguerra e che presenta un meccanismo a spirale che ha una sua inerzia, una volta innescato, e dal quale è difficile uscirne.
E anche la tassazione non appare efficace. Cavour ed Einaudi l’avrebbero riconosciuto: la tassazione può essere aumentata in fase di sviluppo, non in stagnazione o recessione, altrimenti non fa altro che peggiorare la situazione.
Quanto all’agricoltura, per fortuna si tratta di un settore anticiclico, ma per la prima volta dal Secondo Dopoguerra abbiamo assistito alla riduzione dei consumi di cibo comune.
In precedenza, in casi di difficoltà, erano i cibi cosiddetti di lusso a subire una contrazione, oggi sono tutti. Ad oggi dunque l’agricoltura va meno peggio degli altri, ma non sta andando proprio bene.
Bisogna dire che l’agricoltura ha appena subito un contraccolpo sul piano della tassazione, un costo aggiuntivo che di norma non fa bene al commercio. Parimenti, va riconosciuto che forse questa situazione potrà spingere alcuni piccoli proprietari a coltivare.
Potrebbe esserci un ritorno alla terra. Magari sostenuta anche da una disponibilità di manodopera fra quanti hanno dovuto fare i conti con la mobilità da altri lavori.
Quanto alla Pac, il 2013 è un anno di cambiamento verso la nuova riforma. Ma si andrà verso una perdita di efficacia delle politica agricola e una diminuzione delle risorse.
Oggi gli aiuti sono ormai fortemente svincolati dalla produzione e servono per lo più a pagare le tasse.
Nella proposta di Ciolos tali aiuti verranno spalmati su tutta la superficie agricola, perdendo la loro forza. Senza contare che tali aiuti saranno fortemente vincolati al greening. Bisogna che qualcuno lo dica: l’ambiente è una magnifica cosa, ma non si mangia! E la popolazione è in crescita e ha bisogno di mangiare!

Sul capitolo quote latte, dal 2015 scompariranno, anche se c’è una forte resistenza all’abolizione completa, persino in alcune parti dell’Italia. Ritengo che una liberalizzazione del mercato possa andare bene solamente in alcune aree della Pianura padana, dove i livelli di competitività possono essere paragonati alle realtà europee ad alta vocazione lattiero casearia, ma nel resto dell’Italia e forse dell’Europa l’abolizione delle quote costituirà un problema.

La zootecnia che è ai margini subirà una forte concorrenza di prezzo.
Il 2013 non sarà un anno di allarme, però. Le attività di trasformazione, se fatte bene anche indipendentemente dalla dimensione delle aziende, stanno andando piuttosto bene, salvo qualche eccezione. Il lattiero caseario, il vino, l’ortofrutta sono settori che stanno raccogliendo le loro soddisfazioni, soprattutto quando raggiungono i mercati esteri.
Anche sul fronte della speculazione, si prevede un’annata tranquilla. Sono convinto che nel 2013 la tendenza alla speculazione sarà inferiore che negli anni passati. Dato che nel 2012 i prezzi sono stati buoni, penso ci sarà un aumento di produzione nel mondo. Bisognerà vedere come si comporteranno le scorte, ma nel complesso i prezzi potrebbero tenere.
La speculazione può essere un elemento di disturbo quando raggiunge dei livelli anomali e coinvolge capitali eccessivi. Ma non dimentichiamo che il fenomeno speculativo anticipa le tendenze, quando funziona. E difficilmente la speculazione legata al mais, alla soia e ai cereali assume dimensioni tali da diventare velenosa.
Una delle soluzioni a medio e lungo termine riguarda il campo delle innovazioni in agricoltura. Una politica improntata ad innovare costituirà la strada per la crescita. Non possiamo più pagare gli agricoltori per non coltivare, soprattutto in un territorio come l’Italia, che non ha le estensioni della Germania.
Piuttosto, l’Italia e l’Unione europea dovrebbero abbandonare la strada dell’ideologia e introdurre quelle innovazioni che consentirebbero all’agricoltura di cambiare passo. Una volta si importavano le novità dagli Stati Uniti, oggi si guarda con sospetto ai progressi degli Usa, salvo poi utilizzare soia transgenica nell’alimentazione degli animali. Si ha paura di utilizzare prodotti sicuri, almeno se parliamo di quelli autorizzati dai singoli Stati. E si rifuggono anche da innovazioni che potrebbero risolvere problemi fitosanitari, senza per questo arrivare a coltivazioni ogm: pensiamo ad esempio agli innesti su apparati radicali modificati, che non riguardano però la produzione.
Grazie all’innovazione sono aumentate le terre coltivate, come dimostra la rapida crescita del Brasile, in breve tempo diventato il
secondo produttore al mondo di soia”.



Gabriele Canali, Università Cattolica di Piacenza e direttore del Centro ricerche filiere suinicole (Crefis)


“Premesso che non esistono quasi più in Italia o in Europa gli agricoltori, dal momento che si parla ormai di produttori specializzati di taluni prodotti agricoli, molto banalmente e come sempre ci saranno alcuni produttori contenti, altri meno. Questo sempre come premessa necessaria.

Il primo elemento di incertezza è la Pac. La riforma è relativamente pronta in sostanza, ma resta aperta la questione delle risorse finanziarie. Sarà molto importante capire se si sblocca la trattativa sul budget o se la fase di stallo permane. Personalmente credo che ragionevolmente si potrà raggiungere un accordo nel primo quadrimestre dell’anno e successivamente si tratterà di capire se vi saranno tagli ulteriori rispetto a quelli programmati e se questo potrà influenzare alcune delle proposte sostanzialmente condivise.
Così, anche se il budget per il 2013 non risente di questa trattativa, facendo parte della Pac attuale e non della riforma in discussione, è innegabile che non sapere cosa succederà fra un anno influisce sul settore agricolo.
Resta aperta anche un’altra ipotesi. E cioè: se non venisse raggiunto in tempo un accordo in chiave comunitaria, l’applicazione della riforma della Pac slitterà al 2015? Circolano voci di un’applicazione in differita: il secondo pilastro (lo Sviluppo rurale) della Pac 2014-2020 partirà già nel 2014, mentre il primo pilastro degli aiuti diretti inizierà nel 2015.
Per molti è preferibile un avvio in simultanea, ma l’ipotesi della doppia partenza, per quanto inedita, potrebbe anche concretizzarsi. D’altronde sul secondo pilastro non vi sono particolari tensioni né stravolgimenti, mentre i principali cambiamenti riguarderanno proprio gli aiuti diretti.

Per molti imprenditori agricoli, non soltanto in Italia, un regime di proroga dell’attuale Pac anche nel 2014 risulterebbe più conveniente. Basti pensare a quanti producono latte, piuttosto che ortofrutta trasformata, riso, tabacco, olio d’oliva: la regionalizzazione prevista dalla riforma Ciolos significa una riduzione delle risorse.

Proseguiranno le tensioni e i fenomeni di variabilità delle commodity agricole. Non soltanto cereali e soia, ma anche latte scremato in polvere e burro. D’altronde la speculazione non è più una novità, ma un elemento strutturale. Una costante, con la quale bisognerà imparare ad avere a che fare con un nuovo scenario.
Come affrontare queste variabilità? Attraverso quegli strumenti che la stessa Unione europea promuove: l’interprofessione, le Op, ma anche quelle soluzioni individuate per affrontare le variabilità sui mercati, come le assicurazioni.
È vero, le preoccupazioni ci sono, ma già nel 2012 si sono visti segnali incoraggianti e alcune filiere hanno saputo adattarsi a questo nuovo contesto. Al di là della crisi, risposte efficaci s sono viste nei settori del vino, della suinicoltura e del lattiero caseario, dove i sistemi stanno diventando più dinamici e attenti.

Il comparto del latte dovrà fare i conti, fino al 31 marzo 2015, con il regime delle quote. Ad oggi tale sistema ha frenato alcuni Paesi dallo sviluppo ulteriore di attività produttive ed è anche per questi motivi che il mercato resta in tensione. Bisogna riconoscere tuttavia che negli ultimi anni un effetto di liberalizzazione si è già avuto con l’aumento progressivo delle quote, stabilito nel cosiddetto “soft landed”, l’atterraggio morbido. Chiaro che non è ancora quella liberalizzazione completa che si avrà solo col 1° aprile 2015.
Ad oggi, in un contesto di lieve tensione dei derivati e col rallentamento dei consumi, in particolare dei formaggi, il mercato non è roseo, ma nemmeno troppo preoccupante.
Per l’Italia bisognerà prestare attenzione a quanto accadrà nel comparto dei grana, che ad oggi si trova in una situazione in cui la produzione va oltre le capacità di assorbimento del mercato. Bisognerà trovare con sempre maggior forza la via dell’export e allo stesso tempo pianificare in maniera efficace produzione e offerta grazie agli strumenti del “Pacchetto Latte”. Non è esclusa, ad oggi, l’eventualità che verso la fine del 2013 si verifichi qualche segnale di maggiore preoccupazione.

L’andamento dei prezzi dei cereali è un’altra variabile per nulla trascurabile. Su cereali e soia la situazione è di grande incertezza e i contraccolpi potrebbero avere ripercussioni dirompenti nel settore zootecnico. L’attenzione ora è rivolta all’andamento delle produzioni in Sudamerica e Oceania, mentre dall’estate all’emisfero Nord, dall’America all’Asia.
Il 2013 non potrà non riservare elementi in grado di razionalizzare i sostegni delle energie rinnovabili. Il sistema di aiuti del passato non è stato affatto lungimirante. Nel medio e lungo termine si dovrà ripensare ad un modello sostenibile, anche socialmente, delle energie rinnovabili.
In Italia scontiamo un grave ritardo culturale e normativo, che non riguarda il mondo agricolo, ma il sistema attraverso il quale i consumatori pagano l’energia. Personalmente ritengo che il sistema attuale vada nella direzione contraria a quanto si dovrebbe fare e cioè mettere a punto un sistema in grado di incentivare le rinnovabili e far pagare le fonti fossili. Se le rinnovabili devono invece incidere sulla bolletta di tutti, come avviene oggi, allora non vale la pena.
In questi anni vedremo un aumento rallentato dei prezzi delle risorse energetiche non rinnovabili. Così pare e per effetto delle innovazioni tecnologiche, che potrebbero consentire agli Stati Uniti di sfruttare giacimenti di gas fino ad oggi inutilizzabili con le attuali tecnologie. E potrebbe non essere escluso, come effetto futuro della possibile autosufficienza energetica statunitense, anche un cambiamento profondo della geopolitica e dell’economia a livello mondiale”.


Dario Casati, docente di Economia ed estimo rurale e già prorettore vicario dell’Università di Milano


"Ragionevolmente pensiamo che questa crisi ci ha abituato a troppe sorprese.
Nel 2013 dovremo fare i conti con due grossi vincoli. Uno è il vincolo della crisi intesa come diminuzione, in Italia e in misura minore anche in Europa, della domanda alimentare. Questo fattore ovviamente incide, anche se a livello mondiale la domanda c’è ancora e cammina, meno spedita però di una volta.
L’altro elemento di incertezza è l’instabilità dei fattori mondiali e dei prezzi. In passato avevamo molta più protezione dalla Pac, oggi è più difficile. Basti pensare che l’ultima crisi, quella che si è verificata da fine estate in avanti, ha mostrato di essere diversa dalle due precedenti e meno speculativa. Il prezzo delle grandi commodity è risultato meno volatile.
I prezzi delle commodity sono sempre un po’ nervosi, ma bisogna riconoscere che, tutto sommato, non sono più tornati ai massimi recenti, rimanendo più alti dei livelli ante-crisi. Dunque è logico prevedere che se rimangono su questi valori si possono mantenere tali anche in caso di ripresa della domanda. Tutti fattori che ci lasciano sperare in un 2013 più tranquillo.
Se la domanda riprendesse, non ci aspettiamo riflessi devastanti in termini di prezzo. Naturalmente questo discorso vale per le grandi commodity come mais, cereali e soia.
Il mercato italiano, con particolare riferimento all’ortofrutta e al vino, è invece molto più sensibile alla domanda. E quindi molto più legato alla contingenza attuale. Vedremo se perdura questa condizione di difficoltà. Ma possiamo attenderci piccoli passi in avanti verso l’uscita dal tunnel.

Sul fronte Pac, a fine gennaio gli Stati comunitari dovrebbero trovare l’accordo sul bilancio. Bisogna a quel punto vedere in che misura ci saranno i tagli al settore agricolo e se ci saranno. Per ora abbiamo assistito al contrasto fra Herman Van Rompuy e il commissario europeo all’Agricoltura, Dacian Ciolos, con la proposta del presidente del Consiglio europeo di ridurre di 25 miliardi le risorse destinate al settore primario.
Quello che è lecito ipotizzare, anche dai rumors provenienti da Bruxelles, è che se il bilancio agricolo dovesse fare i conti con ulteriori tagli, l’impatto della riforma della Pac sarà duro e la proposta di Ciolos verrà in alcuni tratti ammorbidita.
Bisognerà comunque arrivare in fretta ad un accordo. Anche perché il prossimo settembre ci saranno le elezioni tedesche e normalmente, quando si vota al Bundestag. E se non si arrivasse ad un accordo non è escluso lo slittamento della Pac di un anno.
Ritengo improbabile l’ipotesi di una partenza “sfalsata” dei due pilastri della Pac, che costituirebbe oltretutto uno scenario inedito. Il primo e il secondo pilastro non sono sconnessi fra loro e fino ad ora si è sempre proceduto in parallelo. Molto probabile che se slitta l’applicazione nel 2014 di uno, slitta in parallelo anche l’altro e se ne riparlerà nel 2015. Ma non dimentichiamo che non è così semplice congelare la riforma e farla partire un anno dopo rispetto a quanto stabilito da tempo.
La proposta targata Ciolos dovrà vedersela in ogni caso con un numero rilevante di emendamenti: ben 7.456. Fra questi, il relatore Michel Dantin ha predisposto alcune proposte che di fatto resuscitano un meccanismo molto simile alle quote latte.
E proprio sul regime di produzione contingentata, la data del 1° aprile 2015 non è forse così certa per il passaggio dalle quote al libero mercato. Proprio recentemente, la soluzione indicata per i diritti d’impianto dei vigneti hanno rotto uno schema che si dava per consolidato e hanno ingenerato una speranza a quelli che rimpiangono le quote.
Per rimarcare un concetto, ci sono parecchie pressioni per mantenere in vigore il sistema delle quote latte e mi ha molto colpito vedere che nessuna di queste è a firma italiana.
Nonostante tutto, però, penso proprio che si procederà all’abolizione, perché ormai sta scritto. Salvo colpi di scena, innescati dalle pressioni delle lobby del latte.
Nel 2015 anche le quote di produzione dello zucchero potrebbero andare in pensione. Se così fosse, il rischio è di non avere più impianti attivi e di far scomparire definitivamente lo zucchero dall’Italia”.



© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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