Bistecche sostenibili

Uno studio congiunto Fao/Università di Wageningen rivelerebbe come le fonti di cibo animale influirebbero meno del previsto sulla produzione di alimenti vegetali per l'uomo

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I bovini: i grandi accusati
Fonte foto: © jcavale - Fotolia

Al mondo esistono ancora 800 milioni di persone sotto nutrite, presentando gravi anemie e, nei bambini, uno scarso sviluppo fisico e cerebrale a causa delle carenze di vitamine e microelementi. La sicurezza di approvvigionamenti alimentari adeguati è quindi ampiamente migliorabile in numerosi paesi in via di sviluppo.

In tali scenari, una delle accuse mosse al consumo di prodotti di derivazione animale è quella di sottrarre risorse agricole utili alla produzione di grandi quantità di alimenti vegetali, i quali sarebbero in teoria sufficienti a sfamare anche quella porzione di umanità.

Al di là delle difficoltà oggettive del sostenere i costi di produzione e trasporto di tali alimenti vegetali da un continente all'altro, alcuni numeri pare svelino una realtà un po' diversa da quella raccontata da molti media.

La competizione alimentare fra uomini e animali, nella fattispecie bovini da carne, sarebbe infatti molto meno feroce di quanto sostenuto fino a ora. Questo secondo uno studio apparso su Global Food Security, rivista scientifica edita da Elsevier Publisher. Autori, alcuni ricercatori della Fao e dell'Università olandese di Wageningen.
 

Una fonte preziosa di alimenti nobili

Secondo i ricercatori, le fonti di cibo animale contribuirebbero per il 18% al consumo globale di calorie e per il 25% in termini di proteine. Ancor più importante nella dieta, l'apporto di riboflavina, ferro e vitamine come A e B12, fondamentale quest'ultima nello sviluppo fisico e, soprattutto, mentale.

Ogni medaglia ha però il suo rovescio, infatti alla produzione di alimenti di origine animale si oppongono alcune critiche ben precise. La prima è che nell'alimentazione animale vi sono sostanze che potrebbero essere utili per sfamare uomini anziché animali. La seconda è che le terre adibite alla produzione dei foraggi potrebbero essere coltivate a fini alimentari umani. La terza è sulla scarsa efficienza di conversione del cibo in latte e carne che viene attribuita agli animali da allevamento.

Specialmente la produzione di carne viene attaccata da più parti citando numeri ormai noti: a seconda delle fonti, sarebbero infatti necessari dai 6 ai 20 chili di cereali per produrre un chilo di carne. Tali numeri, però, sarebbero coerenti con particolari forme di allevamento super intensivo, il quale rappresenterebbe solo dal 7 al 13% dell'ammontare complessivo della produzione di carne mondiale. A seconda dell'area geografica, infatti, dall'87 al 93% della carne bovina sarebbe prodotta sfruttando per lo più sostanze vegetali non utilizzabili direttamente dall'uomo. Infatti, sebbene un terzo della produzione cerealicola mondiale sia adibita alla nutrizione animale, circa l'86% della sostanza secca mangiata dai bovini non sarebbe comunque edibile per gli umani.

Sempre secondo la ricerca, dei 6 miliardi di tonnellate di sostanza secca necessari alla produzione mondiale di carne, il 46% deriverebbe da pascoli spontanei, l'8% da insilati, il 19% da residui colturali come paglia o stocchi, il 5% da panelli post-estrazione di oli vegetali, l'8% da sottoprodotti e altre forme non edibili dall'uomo. Solo il 13% deriverebbe da cereali e un ultimo 1% da altre forme utilizzabili anche dall'Homo sapiens.  

Focalizzando quindi sulla sola parte assimilabile anche dall'uomo, si evincerebbe un quantitativo pari a 2,8 chilogrammi per un chilo di carne commestibile. Quindi molto meno di quanto sostenuto da molteplici fonti.
 

Tanta terra, ma a pascolo

La seconda accusa mossa alla carne è quella di utilizzare terra che potrebbe produrre cibi per l'uomo. Secondo dati Fao, la superficie mondiale adibita all'alimentazione animale ammonterebbe a circa 2,5 miliardi di ettari, all'incirca la metà della terra utilizzata a fini agricoli. Peccato che, o per fortuna, ben due miliardi su due e mezzo, ovvero l'80%, siano prati e pascoli, riducendo a 500 i milioni di ettari effettivamente coltivati per produrre foraggi in modo intensivo. E ciò prevalentemente nei paesi sviluppati, quelli cioè che avrebbero qualche difficoltà a coltivare cereali, legumi e altri ortaggi con l'unico fine di spedirli nelle aree povere del pianeta. Perché qualcuno quei costi li dovrebbe pur sostenere. Un aspetto, questo, troppe volte trascurato da chi si illude che per trasferire il cibo fra continenti basti qualcosa di simile a un taglia/incolla di tipo informatico e a una spedizione via e-mail.

Inoltre, passando dai bovini agli ovini, se gli Australiani dovessero spostare i propri consumi dalle pecore ai vegetali, sarebbero obbligati a convertire ad agricolo milioni di ettari che oggi sono praterie spontanee, con gravissimo danno in termini di biodiversità e di emissioni.
 

Conversioni da interpretare

La terza accusa è comunemente rivolta alla bassa capacità di conversione dei foraggi in carne bovina. I ricercatori in effetti ammettono come ciò sia pura verità in termini di pesi assoluti, ovvero chili mangiati verso chili prodotti. Peccato che ciò non sia più così vero se si considera la quantità di proteine animali prodotte anche utilizzando componenti vegetali non utilizzabili comunque dall'uomo. In tal caso, l'efficienza diventa molto più alta di quanto affermato, perché i bovini sono in grado di rendere edibili e nobili anche componenti vegetali non assimilabili e di nulla utilità per l'uomo.

Dando ora per buona l'analisi su esposta, resta quindi da considerare quali sarebbero i reali benefici alimentari per le popolazioni povere derivanti dall'abbandono degli stili onnivori che caratterizzano i paesi più avanzati e opulenti. Un cambio di stile di vita che forse influirebbe più sulla salute di americani ed europei che sulla fame di africani e asiatici, abitanti zone ove la pastorizia nomade, per esempio, appare di gran lunga più consigliabile della coltivazione di cereali e ortaggi.

Fonte: Agronotizie

Tag: carne bovini

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