Canapa, per gli agricoltori una coltura "da sballo"?

La canapa è una coltura che richiede poche cure e assicura buone produzioni, ma in Italia mancano ancora macchinari ad hoc, impianti di trasformazione e mercato. Per non parlare dell'aspetto di accettazione sociale

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

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La canapa produce fibra e semi oleosi di qualità
Fonte foto: © studio023 - Fotolia

L'Italia ha una lunga storia nella coltivazione di canapa sativa o canapa utile (una specie del genere cannabis). La pianta veniva coltivata un po' in tutto il Paese per produrre fibre tessili e carta. A Carmagnola, in Piemonte, e a Ferrara c'erano i due centri più importanti di coltivazione e lavorazione. Tuttavia con l'avvento dell'industria chimica e del proibizionismo le estensioni andarono contraendosi fino a scomparire quasi del tutto.

Oggi però in molti guardano alla canapa come ad una coltivazione che promette di garantire quegli utili che altre colture estensive ormai non assicurano più. I presupposti ci sono tutti: la canapa è una pianta rustica, che cresce bene in terreni fertili, sciolti e drenati, ma che si adatta anche alle aree marginali. Produce volumi importanti di biomassa e semi oleosi per uso industriale e alimentare.

La canapa viene infatti coltivata per due ragioni: produrre fibra e semi oleosi. Il fusto della canapa può arrivare fino 5-6 metri di altezza (come per la varietà Carmagnola), mentre il diametro può variare da pochi millimetri ad alcuni centimetri. E' composto per il 25-30% dalla corteccia, con un contenuto di circa l'80% di cellulosa e del 6% di lignina. Il canapulo è invece la parte interna, di colore bianco (e per questo in passato usatissimo per produrre carta), contenente il 77% di cellulosa e il 19% di lignina.

Le fibre vengono lavorate e possono essere utilizzate in edilizia, ad esempio per i pannelli fono-assorbenti, o per produrre filati ad uso tessile. In passato la zona di Ferrara era diventata assai ricca producendo il cordame per la flotta della Repubblica di Venezia. Le parti meno nobili vengono invece usate come pacciamante o come lettiera in zootecnia.

La semina per produrre paglia si colloca tra marzo (Sud) ed aprile (Nord), e avviene come per i cereali, con una distanza tra le file di 15/20 centimetri e una densità di 50 chili per ettaro. Il seme deve essere interrato a massimo due centimetri e il terreno deve essere umido, ma privo di ristagni di acqua. Durante l'emergenza e fino ad una altezza di 40 centimetri la pianta cresce lentamente e può subire la concorrenza delle malerbe, ma successivamente accelera e sovrasta le altre specie rendendo inutile il diserbo.

La mietitura avviene tra luglio e agosto. I fusti vengono lasciati in campo ad essiccare per poi essere raccolti in rotoballe e inviati agli impianti di prima lavorazione. E qui veniamo al primo problema per chi vuole coltivare canapa. “Di impianti in Italia ce ne sono pochissimi”, spiega ad AgroNotizie Margherita Baravalle, di Assocanapa srl, società piemontese che fornisce i semi agli agricoltori e ritira i raccolti. “Le paglie di canapa sono molto voluminose: un camion ne carica 80 quintali, mentre di fibra lavorata e pressata ne trasporta 300. Non avere impianti in loco, come in Francia, ha un impatto economico importante”.

E veniamo dunque alla parte cruciale, i soldi. I costi di semina e raccolta sono simili a quelli dei cereali. Le piante non hanno bisogno di diserbo, non necessitano di irrigazione (a meno che non ci si trovi in areali siccitosi e ventosi), né di fertilizzanti. Subiscono l'attacco di alcuni parassiti che però sono sostanzialmente ininfluenti sulle rese. Un chilo di semente viene venduto intorno ai 6 euro da Assocanapa, quindi siamo intorno ai 300 euro all'ettaro.

La resa varia molto da varietà, areale, condizione meteorologica ed esperienza dell'agricoltore. Oscilla tra gli 80 e i 130 quintali per ettaro di prodotto secco che viene comprato da Assocanapa, dati del 2016, a 15 euro a quintale. Stimando una produzione intorno ai 110 quintali il ricavo è di 1.650 euro, a cui vanno sottratti sementi e costi di lavorazione, ma a cui vanno sommati i contributi Pac (variabili tra 100 e 450 euro ad ettaro).

Fino a qui abbiamo parlato di fibra, veniamo al seme. La densità di semina in questo caso è più bassa, sui 35 chili per ettaro, da marzo a maggio, con varietà monoiche tardive o medio precoci. La raccolta avviene a fine settembre o inizio ottobre con mietitrebbia e i semi devono essere immediatamente essicati per evitare il deterioramento.

Assocanapa acquista i semi ad 1,5 euro al chilo, salendo a 1,8 euro per il biologico (dati 2016). Ogni ettaro può produrre dai 7 ai 10 quintali. Per l'agricoltore un utile di mille euro, in caso di biologico con produzione di 8 quintali, compreso il costo della semente.

A causa della produzione di biomassa importante c'è anche chi coltiva canapa per la produzione di biogas. Ma i numeri riportati in questo articolo confermano che non si tratta di una scelta economicamente vantaggiosa.

Che si punti al seme o alla fibra parliamo di numeri di tutto rispetto, che fanno della canapa una coltura interessante, anche dal punto di vista ambientale. Le radici (fino a un metro e mezzo di profondità) migliorano la tessitura del terreno e le foglie, che prima della mietitura cadono, aumentano la fertilità del suolo.

Ma in Italia le estensioni sono ancora molto basse, intorno ai 100-120 ettari”, spiega ad AgroNotizie Raffaella Pergamo, ricercatrice del Crea. “Nel 2015 in tutta Europa siamo arrivati a 25 mila ettari, prevalentemente in Francia. Come Crea siamo impegnati a studiare questa coltura per identificare le varietà migliori per il nostro territorio e stimolare la creazione di una nuova filiera”.

Le motivazioni del ritardo dell'Italia sono tre: la meccanica, la trasformazione, il mercato.

Partiamo dal primo punto: la mancanza di macchinari agricoli ad hoc. Se nella canapa a paglia grossi problemi non ce ne sono, quando si deve raccogliere il seme le cose si complicano. “Non esistono mietitrebbie studiate per la canapa perché le estensioni limitate rendono la produzione antieconomica”, spiega Baravalle. E anche i contoterzisti attrezzati sono pochi. Risultato: con le mietitrebbie tradizionali si perde fino al 40% del seme.

Per ridurre le perdite si devono scegliere varietà più basse o, come detto prima, monoiche. In quest'ultimo caso la quota a cui si trovano le inflorescenze è stabile (anche se con il Carmagnola può arrivare anche a 5-6 metri) rispetto a quelle dioiche.

C'è poi il grande problema della trasformazione. Se in Francia in ogni zona di coltivazione c'è un impianto di prima lavorazione per processare gli steli di canapa ed estrarre la cosiddetta 'lana', in Italia sono in numero estremamente limitato. Su questo fronte Assocanapa e Cnr stanno cercando di mettere a punto degli impianti per il mercato italiano.

Il mercato, appunto. Quello dei semi ad uso alimentare è piuttosto sviluppato in Nord Europa. Ma le industrie, ad oggi, si approvvigionano per la maggior parte dall'estero, Cina in primis. E anche l'industria della fibra non è così sviluppata da generare una domanda che giustifichi una crescita importante delle estensioni coltivate.

C'è poi una questione di accettazione sociale della canapa. Non è raro infatti che passanti, madri preoccupate o solerti cittadini denuncino alle forze dell'ordine chi coltiva canapa temendo di trovarsi al centro di un'attività illegale. Così non è. Anche se la legislazione è carente, la coltivazione di canapa è assolutamente legale, purché sia di alcune varietà (come il Carmagnola, il Cs o Futura75) che hanno un contenuto di Thc, il principio psicoattivo della marijuana, inferiore a 0,02%. Sono pochi però i pubblici ufficiali che sono ferrati su questo campo e si rischia di passare ore e ore in questura per assicurare a tutti di non essere narcotrafficanti.  


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Fonte: Agronotizie

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Tag: innovazione sementi biomasse canapa

Temi caldi: Canapa, il ritorno

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