A Bene Vagienna, piccola località in provincia di Cuneo, sono morti 11 bovini: quattro vacche adulte e sette vitelli. Il tutto a fine estate 2021. Ora, a distanza di 7-8 mesi dai fatti esplode il caso "Glifosate-bovini", poiché il dito accusatore è stato puntato inizialmente sul noto erbicida.

 

I risultati di tali precipitose comunicazioni sono i seguenti:

  • "Cuneo, bovini morti per diserbante vietato: multata azienda agricola" (Sky TG24). (Glifosate non è vietato, Nda);
  • "Elimina le erbe infestanti nel suo pioppeto e uccide 11 bovini: titolare denunciata e multata" (La Repubblica Torino);
  • "Mandria decimata da glifosate, denunciata azienda agricola" (Ansa);
  • "Mandria decimata da glifosate, denunciata azienda agricola" (Rainews);
  • "Mandria di bovini muore dopo una lenta agonia, avvelenata dal glifosate" (Greenme.it);
  • "Undici bovini uccisi dal glifosato: i Forestali di Mondovì denunciano la titolare di un'azienda agricola" (Cuneodice.it);
  • "Vitelli avvelenati dal fieno a Bene Vagienna (Cn): multata un'imprenditrice" (Gazzetta d'Alba).

 

Più varie ed eventuali su testate minori.

 

Poi, però, un secondo comunicato dei Carabinieri Forestali di Mondovì pare smentire parzialmente il precedente e dall'ipotesi glifosate si è passati all'ipotesi mancozeb. Vediamo cosa è successo.

 

Per chi ha fretta

  • Muoiono 11 capi in un allevamento di bovini in provincia di Cuneo;
  • i Carabinieri Forestali di Mondovì indagano e individuano come presunta responsabile un'azienda agricola;
  • le sostanze attive poste sotto i riflettori sono dapprima glifosate, poi mancozeb;
  • la stampa generalista scatena un'ondata di allarmismo contro glifosate;
  • non sono disponibili (pubblici) referti autoptici sui bovini, né dati analitici sull'erba ingerita, presunta causa dell'avvelenamento;
  • la tesi è quella della contaminazione per deriva;
  • la dose di glifosate necessaria a sterminare gli 11 bovini supera i 16 chilogrammi complessivi, ovvero la quantità necessaria a trattare almeno 16 ettari di terreno;
  • la dose complessiva di mancozeb necessaria a uccidere gli 11 capi è compresa da un minimo di 14 a un massimo di 32 chilogrammi. La dose applicata nei pioppeti, oggetto di indagine, è di 2 kg/ettaro di un formulato al 75% di sostanza attiva;
  • tali quantitativi sono stimati prudenzialmente verso il basso, essendo la stima basata sui valori di LD50 delle due sostanze attive. Cioè le dosi che hanno provocato effetti letali sul 50% delle cavie in laboratorio, non sul 100%;
  • l'esposizione per semplice deriva non sembra sufficiente a generare concentrazioni nell'erba tali da uccidere dei bovini;
  • dai comunicati dei Carabinieri Forestali non emerge il numero complessivo di capi dell'azienda zootecnica, né si parla di altri animali intossicati ma sopravvissuti. Non è possibile quindi sapere se altri capi abbiano ingerito o meno la medesima erba, presunta contaminata, magari senza mostrare effetti di sorta;
  • le indagini sono ancora in corso: si attendono auspicabili sviluppi.

 

Il caso di Bene Vagienna

Arrivando quindi a Bene Vagienna (Cn) - e stando al primo comunicato emesso dai Carabinieri Forestali di Mondovì (Cn) - si potrebbe pensare sia stato glifosate a uccidere gli 11 bovini, ipotizzando che l'erbicida sia giunto per deriva sull'erba mangiata in seguito dalle povere bestie. Queste avrebbero impiegato alcuni giorni per morire, tanto che - sempre stando al comunicato - il veterinario avrebbe ipotizzato un'intossicazione alimentare.

 

Stando ancora ai comunicati dei Carabinieri Forestali di Mondovì (Cn), non è possibile comprendere se i capi deceduti fossero gli unici in azienda, oppure solo parte di una mandria più numerosa. Il fatto che siano morte quattro vacche e sette vitelli fa supporre che nell'allevamento vi sia un numero complessivo di capi superiore a 11. Non si trovano però riferimenti ad altri animali intossicati, ma sopravvissuti. Non è possibile neppure sapere se altri capi abbiano ingerito o meno la medesima erba, presunta contaminata, magari senza mostrare effetti di sorta.

 

La domanda potrebbe quindi essere su quanti capi abbiano effettivamente ingerito quell'erba, poiché se l'alimento è stato consumato anche da bovini diversi senza mostrare sintomi, altre domande sarebbero da porre. 

 

Del resto, non è al momento dato sapere con certezza nemmeno cosa abbia causato l'intossicazione. Si parla di un "rilevante contenuto del principio attivo (glifosate, nda)" nell'erba, purtroppo senza riportare i risultati analitici. In tal modo si rende impossibile a un esperto di settore la valutazione se quelle tracce fossero davvero rilevanti o meno dal punto di vista tossicologico.

 

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Nella pratica del diserbo può esservi una parziale deriva del prodotto irrorato, ma ciò riguarda solo una minima parte della dose complessiva erogata
(Fonte foto: Federico Rostagno)

 

Il secondo comunicato

Dopo questo primo comunicato ne è seguito un secondo a breve giro. In questo, i Carabinieri Forestali di Mondovì (Cn) rettificano parzialmente il primo comunicato. Pur mantenendo la tesi della deriva di glifosate da un campo limitrofo, l'attenzione pare si sia spostata anche su un altro agrofarmaco, ovvero Dithane DG Neotec, un formulato contenente il 75% di mancozeb impiegato su pioppo contro la bronzatura (Marssonina brunnea). Questo prodotto sarebbe stato rinvenuto presso l'azienda agricola indagata.

 

Revocato il 1° febbraio 2021, il fungicida non sarebbe più potuto essere commercializzato dopo il 4 luglio 2021 né essere impiegato dopo il 4 gennaio 2022. Quindi un suo impiego, o un qualsiasi impiego di mancozeb, se fosse avvenuto entro la fine dell'estate 2021 sarebbe stato del tutto regolare.

 

Nota agronomica: i trattamenti con mancozeb contro la bronzatura sono consigliati in aprile, sulle giovani foglie, con eventuale ribattuta in maggio. Quindi, un trattamento a fine estate non pare consigliabile né plausibile. Il fatto che sul registro dei trattamenti dell'azienda agricola non risultasse un'applicazione di Dithane DG Neotec a settembre 2021 potrebbe essere cioè dovuto al fatto che... non è stato effettuato. Ma anche qui sarebbe cosa buona disporre di ogni dettaglio legato al caso. Cosa che purtroppo non è, obbligando a semplici considerazioni e ipotesi di massima.

 

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Marssonina del pioppo: danni su foglie
(Fonte foto: Agriphar)

 

La nuova tesi sull'intossicazione è quindi che sia stato il mix di residui giunti sull'erba per deriva a causare la morte degli animali. Proviamo a fare qualche conto. 

 

La dose che fa il veleno

In attesa di un'eventuale condivisione delle informazioni analitiche su bovini ed erba, può essere comunque utile elaborare una stima di quanto glifosate o di mancozeb ci sarebbero voluti per realizzare siffatta strage. E i conti pare dicano che no, non dovrebbe essere stata una deriva, né di glifosate, né di mancozeb.

 

Stima su glifosate

Considerando che l'erbicida ha una LD50 per ingestione su mammiferi di 5.600 mg/kg di peso corporeo, per uccidere una bovina adulta dal peso di oltre mezza tonnellata (550 kg) servirebbero più di tre chilogrammi di glifosate. Ingeriti in una volta sola, peraltro. Per uccidere quindi tutti gli 11 bovini, quattro adulti e sette vitelli, sarebbero serviti oltre 16 chilogrammi di glifosate, considerando i sette vitelli pesanti circa 100 chili. Questo peso viene infatti raggiunto di solito intorno ai 4-5 mesi di vita, quando nell'alimentazione può essere aggiunta erba fresca, cioè la supposta veicolatrice della sostanza che li ha uccisi. 


Anche sull'erba stessa si può fare poi qualche considerazione. Pur nell'ipotesi che i bovini siano stati alimentati solo ed esclusivamente con erba fresca, di questa ce ne vorrebbe circa 100-120 chili per il consumo giornaliero di una vacca adulta in produzione. Per un vitello di un quintale si può stare sui 20-30 chili a esagerare. Una piccola mandria di 11 bovini, cioè quattro adulte e sette vitelli, potrebbe in tal caso ingerire dai 540 ai 690 chili al giorno di erba fresca (400-480 kg le quattro vacche adulte, 140-210 kg i sette vitelli). 


Per ottenere un'intossicazione acuta del bestiame, tale da rivelarsi letale per tutti i capi coinvolti, in quell'erba vi sarebbero dovuti quindi essere tutti i 16 chilogrammi di glifosate necessari a creare l'effetto tossico. E forse di chili ne sarebbero serviti parecchi di più, visto che la LD50 non è riferita alla morte di tutti gli animali sottoposti ai test, bensì solo il 50%. Inoltre, il passaggio nel rumine è sensato pensare comporti un abbattimento sensibile di un derivato della glicina qual è glifosate. 


In pratica, per compiere la strage sarebbe servito, per lo meno, un quantitativo di erbicida ben superiore alla dose di sostanza attiva normalmente applicata su 16 ettari di terreno (3 litri per ettaro di formulati al 36%). Tutta concentrata in pochi quintali di erba, peraltro. Applicata, bene precisarlo: non giuntavi marginalmente per deriva, come supposto.

 

Esprimendo il tutto in termini di concentrazioni, glifosate avrebbe dovuto essere contenuto in quel foraggio in ragione di almeno 23-29 grammi per chilo di erba per raggiungere la propria LD50, giusto per stare bassi. Una concentrazione che non si raggiunge nemmeno applicando direttamente il diserbante sull'erba alle dosi massime di etichetta, fatto che peraltro comporterebbe l'ingiallimento e la successiva morte dell'erba stessa. Difficile quindi pensare che tali quantitativi, tutt'altro che modesti, siano arrivati ai malcapitati bovini. Non foss'altro perché i bovini l'erba seccata da un diserbante si dubita seriamente siano disposti a mangiarla.

 

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Un'erba trattata con glifosate, quindi morente, è tutt'altro che appetibile dalle lattifere

(Fote foto: Donatello Sandroni)

 

Stima su mancozeb

I dati relativi alla LD50 di mancozeb riportano valori compresi da >5.000 a >11.200 mg per chilo di peso corporeo nei ratti. Cioè nei mammiferi. Quindi i calcoli effettuati per glifosate vanno solo rielaborati in funzione della tossicità acuta di mancozeb, perfino inferiore a quella dell'erbicida. 

 

Anche in tal caso, quindi, appare improbabile che una semplice deriva di prodotto possa aver generato nell'erba una concentrazione tale di mancozeb da causare la morte di tutti gli 11 capi. Una morte per la quale sarebbero serviti, al minimo, da 14 a 32 chili di mancozeb nell'erba ingerita. 

 

Un tantino troppi, considerando che l'etichetta ministeriale autorizzata di Dithane DG Neotec riportava dosi di impiego su pioppo di 2 kg/ettaro (1,5 kg/ettaro di sostanza attiva). In sintesi, nei pochi quintali di erba ingeriti dai bovini avrebbe dovuto essere sparso l'equivalente del formulato necessario a trattare almeno 7-16 ettari di pioppeto. Tradotto in sostanza attiva, da 5 a 12 chilogrammi di mancozeb tal quale. 

 

Peccato quindi non avere a disposizione le analisi chimiche di quell'erba per elaborare le più opportune comparazioni.

 

Nota di curiosità

La LD50 della caffeina è di circa 367 mg/kg di peso corporeo. Quella di ibuprofene, un comune antinfiammatorio, è di 636 mg/kg. Per il paracetamolo, antipiretico, è di 1.944 mg/kg. La nicotina, su ratti, ha una LD50 di soli 50 mg/kg di peso corporeo. Molto variabile a seconda delle specie testate, da 53 a 1.500 mg/kg, la LD50 di diclofenac, altro antinfiammatorio di ampia diffusione. E potrebbe continuare a lungo l'elenco delle sostanze di comune assunzione da parte dell'uomo che mostrano tossicità sensibilmente più elevate di quelle di glifosate e di mancozeb. Ciò dovrebbe indurre a maggiore prudenza prima di definire "tossici" a prescindere i prodotti fitosanitari.

 

Pure dovrebbe sollecitare alla memoria quanto insegnava Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, detto Paracelsus: "Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto".

 

Tradotto in modo più semplice: è la dose che fa il veleno, non la sua semplice presenza.


Cosa sappiamo a oggi

Al momento, come detto, le uniche fonti ufficiali disponibili pare siano i due comunicati delle Forze dell'Ordine locali. Purtroppo, mancanti proprio di quei dettagli analitici e necroscopici necessari alla valutazione oggettiva del caso, indipendentemente dalla sostanza attiva accusata.

 

Nel frattempo, però, un'azienda agricola è stata ispezionata, elevando sanzioni per 11mila euro dal momento che sarebbero stati rivenuti prodotti fitosanitari ormai revocati. Ancora, non è dato sapere quali, tranne che per Dithane DG Neotec.

 

Sia come sia, sempre leggendo il comunicato, tali prodotti sarebbero stati "revocati dal Ministero della Salute per l'elevata tossicità". Le revoche, è bene ricordarlo, possono essere causate da varie ragioni, per esempio la rinuncia della società produttrice alla difesa a livello europeo della sostanza attiva. La tossicità, detta in altri termini, non sempre è alla base di tali decisioni. Giusto per chiarezza.


Aspettando i numeri

Si attendono ora eventuali chiarimenti in merito, sperando siano resi disponibili i referti analitici e, magari, anche il risultato dell'eventuale esame autoptico sulle 11 vittime.

A conferma, entrambi i comunicati ricordano come:

"In relazione al presente procedimento penale, si tiene a precisare che le indagini sono in corso di sviluppo, potendo emergere in futuro elementi di segno contrario rispetto a quelli sino ad ora raccolti, a favore quindi dell'indagato, da presumersi innocente sino a quando non sia pronunciata sentenza di condanna definitiva"


Una condanna che, come visto, è stata invece già scritta su diversi organi di stampa per i quali glifosate è il fin troppo facile colpevole designato. Punto. Poi, si sa, se non dovesse essere così, come è ben probabile accada, da ben poche di tali fonti ci si potrà aspettare un articolo di rettifica.

Una di queste, le va reso merito con un link, è la seguente: "Bene Vagienna: bovini morti avvelenati, i Carabinieri rettificano" (ilcorriere.net)

 

Intanto, la serie delle criminalizzazioni, continua. Di seguito, un riassunto dei casi precedenti.

 

Non è la prima volta, non sarà l'ultima

Quello sopra riportato è solo l'ultimo caso (per ora) di clamore mediatico intorno a un prodotto impiegato in agricoltura. Un clamore che non ha certo atteso le conclusioni delle indagini. Quindi, si sta parlando per l'ennesima volta di media che diffondono accuse esplicite prima ancora che i fatti vengano sviscerati su basi probatorie solide, nonché verificate da persone competenti in materia.


Nel 2018 toccò a methiocarb, un conciante per il mais accusato di aver fatto strage di api in Friuli. Ancora oggi si porta memoria delle conseguenze di quegli esposti in Procura: ispezioni delle Forze dell'Ordine, sanzioni amministrative per decine di migliaia di euro a diverse aziende agricole, sequestri dei campi per 400 aziende, ma alla fine si dovette concludere che methiocarb non era stato. Anzi, non si era riusciti nemmeno a quantificare l'entità reale delle morie denunciate. Quindi, grande rumore sui media e sui social, agricoltori e agrofarmaci messi alla gogna, panico per chi doveva seminare, ma senza che alla fine siano emerse eventuali responsabilità oggettive. In sintesi: il nulla con un esposto intorno. 


Leggi l'approfondimento
Api friulane e methiocarb: un'analisi dei fatti

 

Nel 2020 toccò alle api lungo il confine fra Brescia e Cremona. Lì in effetti un "imputato" ragionevole c'era: indoxacarb, un insetticida, era stato rinvenuto nelle api morte a livelli talvolta superiori alla sua LD50, cioè la dose letale per contatto sul 50% delle api trattate.

 

Poco da dire sul caso: qualcuno aveva probabilmente applicato l'insetticida contro la piralide del mais, passando di campo in campo senza guardare troppo al livello di avanzamento delle fioriture della coltura. Sebbene le api non siano infatti necessarie al mais per la fecondazione, queste frequentano i campi di granturco in fioritura per portarsi a casa grandi quantità di polline

 

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Danni da piralide su mais. Necessario trattare il parassita con gli appositi insetticidi, ma mai in fioritura

(Fonte foto: Donatello Sandroni)


Non è quindi per caso se nelle etichette dei prodotti fitosanitari vi è riportato esplicitamente di non trattare in fioritura. Ergo, analisi corretta, indiziato ragionevole, ma scandalo fuori misura, con le associazioni ambientaliste che chiedevano il bando di ogni preparato fitosanitario esistente nel sistema solare.

 

Di fatto, era stato solo un caso di pessimo uso, tanto puntuale quanto di carattere locale, con effetti negativi provocati non dalla natura dell'insetticida in sé, bensì dal mancato rispetto di quelle etichette che tanto faticosamente vengono redatte dagli esperti di settore. Un po' come chiedere l'abolizione di tutte le auto perché qualcuno ha fatto strage di pedoni guidando ubriaco e a velocità folle. 


Infine, nel 2021 esplose il caso "Veronese", con un agricoltore un po' in là con gli anni che s'intendeva di eliminare le nutrie avvelenandole. Peccato che così facendo abbia causato la morte di diversi animali selvatici, con tutto il clamore che poi ne conseguì. Allora fu il formulato noto come Coragen a finire sul banco degli imputati, comparendo in veste di possibile "colpevole" in diversi articoli della stampa locale.

 

Peccato che clorantraniliprole sia un insetticida dalla tossicità decisamente bassa, quindi tutt'altro che adatto per uccidere mammiferi (vivamente si sconsiglia comunque di provarci). Come pure abbia un costo ben più elevato di altri prodotti decisamente più attempati, molto più tossici ed economici. Non a caso, alla fine emerse che non era stato Coragen. Ma solo alla fine, come spesso succede, con poche soddisfazioni per le rettifiche della stampa generalista pur con le dovute eccezioni, come l'articolo de Il Mattino di Verona in cui si chiarisce che la sostanza impiegata era oxamyl, un insetticida dalla tossicità estremamente elevata: 5,4 mg/kg di peso corporeo.

 

In termini comparativi, clorantraniliprole mostra una LD50 >5.000 mg/kg. In pratica, questo insetticida è circa mille volte meno tossico di oxamyl. O, detta in altri termini, ne serve circa mille volte di più.

 

Di fatto, giova ricordarlo, oxamyl va impiegato in serra tramite i comuni impianti di irrigazione a goccia, al fine di contrastare i nematodi parassiti presenti nel terreno. La sua somministrazione va quindi erogata tramite impianti sicuri per l'operatore, tali da evitare ogni contatto, nonché seguendo fedelmente le precise indicazioni di etichetta. Se qualcuno decide di impiegarlo per fare strage di nutrie, va da sé che tali usi non sono contemplati dalle etichette ministeriali. Trattasi di avvelenamenti volontari, come quello che vide una giovane donna sterminare la famiglia aggiungendo paraquat al minestrone. Una sostanza attiva particolarmente tossica se ingerita, revocata nel 2007.

 

Effettuando poi una ricerca su Google per "stermina la famiglia" si potrà valutare quanti strumenti di uso comune sono stati impiegati dagli assassini, dai coltelli da cucina ai banali martelli. Della serie: non è mai lo strumento in sé, bensì la mano che lo brandisce.

 

E la storia, a quanto pare, continua.

 

Come andrà a finire a Bene Vagienna (Cn)?

Difficile dirlo, stanti le attuali informazioni. Forse si troveranno prove concrete su cosa abbia avvelenato i bovini, nel senso: ingerito a dosi sufficienti per causarne la morte. E magari si scoprirà che è stato un agrofarmaco usato impropriamente, senza peraltro trascurare l'ipotesi dell'avvelenamento doloso.

 

Di certo, quello di Bene Vagienna (Cn) è solo l'ennesimo caso in cui il fiato alle trombe è stato dato molto prima che fosse distribuito lo spartito corretto agli orchestrali. Cioè quello con le note giuste, anziché disposte a caso.

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Moria di bovini nel Cuneese. Si attendono i dati (Foto di archivio) Fonte foto: © Jonatan Rundblad - Adobe Stock