Residuo zero: opportunità o trappola?

Si stanno moltiplicando le proposte di filiere controllate a residuo cosiddetto "zero". Vediamo perché tale approccio può essere fuorviante per i consumatori, illusorio per gli agricoltori e vantaggioso solo per industrie e Gdo

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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L'ortofrutta di domani, fra rischi e opportunità (Foto di archivio)
Fonte foto: © Studio Gi - Fotolia

Meglio chiarirlo subito: se i residui di agrofarmaci risultano inferiori ai limiti di legge, essi non rappresentano rischi per la salute dei consumatori, né quando un agrofarmaco è presente da solo, né in cumulo con altre sostanze attive. Di ciò ne testimoniano chiaramente i periodici report di Efsa, rassicuranti nei fatti, ma inutili (purtroppo) in chiave mediatica.

Più volte si è approfondito infatti il tema residui, chiarendo come questi siano presenti in quantitativi che stallano dalle centinaia alle migliaia di volte al di sotto delle soglie di sicurezza per la salute umana.
 
Del resto, si calcola che con la dieta un essere umano ingerisca mediamente poche decine di milligrammi di residui l'anno, contro quasi mezzo chilo di sostanze nocive naturalmente presenti negli alimenti stessi. Senza contare peraltro l'alcol, assunto mediamente in ragione di alcuni litri annui pro capite.
Del tutto sproporzionata appare quindi l'attenzione posta sul tema residui, il quale se analizzato nei fatti appare decisamente depotenziato rispetto alla comunicazione prettamente allarmista che grava su di esso.

Scarica la presentazione "I residui che NON mangiamo"
 

Residuo zero: i rischi nascosti

Nell'immagine sotto riportata, fotografia di una confezione di carote appositamente acquistata, si possono evincere alcuni dettagli che dovrebbero fare rabbrividire chiunque abbia un minimo di competenze di chimica, fitoiatria, normativa o tossicologia.


Esempio di prodotto a residuo sedicente "zero": ottima leva di marketing, pessima dal punto di vista scientifico

In primis, la dicitura "RESIDUO ZERO", rigorosamente in maiuscoletto, non corrisponde alla verità matematica dei fatti. Infatti, il residuo zero non può esistere sul serio, a meno di abbandonare completamente le colture a malerbe, patogeni e parassiti astenendosi da qualsivoglia trattamento. Ma il diavolo sta nei dettagli: leggendo l'etichetta si scopre infatti che per residui si intendono solo quelli di "fitofarmaci di sintesi chimica".

Primo punto: in tale frase è condensata l'usuale stortura di considerare "chimico" solo ciò che è fatto dall'uomo, cioè di sintesi, quando in realtà è proprio la natura il più grande e pericoloso laboratorio chimico del pianeta. Basti pensare che le molecole più letali in assoluto sono naturali, non di sintesi.

Secondo punto: stando a questa etichetta, un agrofarmaco di origine naturale non viene quindi tenuto in conto? Per esempio rame, spinosad o azadiractina? Eppure, anche tali "pesticidi" hanno un loro profilo tossicologico, spesso peggiore di molte molecole di sintesi. Come pure presentano anch'essi opportuni limiti di legge che ne normano la presenza sugli alimenti, peraltro in modo estremamente cautelativo. Bizzarro appare quindi che tali restrizioni gravino solo su una specifica tipologia di molecole, indipendentemente dai profili tossicologici puntuali.

Terzo punto: in realtà, si considera pari a zero un residuo inferiore ai "limiti di misurabilità", fissati questi a prescindere a 0,01 mg/kg. Tradotto: non è che non ci sia il residuo, ma lo si considera zero grazie a un artifizio di tipo strumental-analitico. E qui inizia il pericolo più preoccupante.
 

Oggi zero. Ma domani?

Solo una trentina di anni fa risultava senza residui circa l'85% dei campioni analizzati. Ma attenzione, mai dire "zero". Semplicemente, a quei tempi le tecniche di laboratorio consentivano di leggere solo fino a un certo punto, lasciando sfuggire molti residui non perché non fossero presenti, bensì perché erano banalmente al di sotto delle capacità analitiche degli strumenti.

Oggi la percentuale di campioni senza residui misurabili è scesa intorno al 50%. Fra dieci o vent'anni è molto probabile che tale percentuale scenda ancora grazie all'evoluzione tecnologica dei laboratori di analisi. Ergo, ciò che oggi appare a residuo zero domani potrebbe non esserlo più, nonostante le pratiche fitosanitarie siano migliorate anch'esse. Quindi la domanda da porre è la seguente: a chi giova la filiera a residuo zero, chi ha interesse a promuoverla e chi corre i maggiori rischi in un prossimo futuro?
 

Interessi diversi e contrapposti

Certamente, tali filiere a sedicente "residuo zero" giovano all'industria di trasformazione e alla Gdo, entità commerciali che hanno il controllo pressoché totale delle scelte dei consumatori. Questi ultimi, purtroppo, sono stati ormai letteralmente plagiati dal "marketing del contro", seguito dappresso dal "marketing del senza". In sostanza, prima si crea a tavolino un mostro, poi ci si vanta di non contenerne nei propri prodotti. Il tormentone del residuo zero non è cioè diverso da altri visti in passato. A conferma, pare che tali campagne per il "residuo zero" siano viste di buon occhio persino da alcune associazioni ambientaliste, tirando in ballo una non meglio precisata sostenibilità agricola.

Quindi, nonostante i residui nei cibi non siano affatto un problema di tipo sanitario, il marketing di chi li vende ha scavalcato per l'ennesima volta la scienza e la normativa di chi li produce, realizzando scenari irrazionali nei fatti, ma remunerativi alla cassa. E gli agricoltori?

Nel breve periodo chi si adegua a tali orientamenti potrà avere forse qualche piccolo e transitorio vantaggio, poiché qualcosa in più di prezzo potranno magari spuntarlo. Peccato che nel prossimo futuro le difficoltà cresceranno esponenzialmente solo a loro carico, creando situazioni sempre più spesso ingestibili nella difesa fitosanitaria delle colture. Peraltro, uno dopo l'altro gli agrofarmaci di sintesi cadranno sotto i colpi del residuo zero, poiché non appena i laboratori riusciranno a scendere come limiti di misurabilità, quelle molecole finiranno con l'essere estromesse dai protocolli di difesa, oppure relegate a momenti dell'anno in cui la loro utilità potrebbe risultare marginale. Il tutto, pur di non cadere sotto le forche caudine imposte dall'acquirente. In pratica, le molecole di sintesi rischiano di essere progressivamente bandite dai campi non tanto dalla normativa, quanto dal commercio agroalimentare, sempre più alimentare e sempre meno agro.

Ecco forse perché, vedendoci lungo, le associazioni ambientaliste promuovono tale illusorio mercato: poiché sanno che nel tempo, uno dopo l'altro, tali mezzi tecnici verranno decimati, lasciando come uniche opportunità di difesa i prodotti graditi appunto agli eco-bio-naturisti. Anche perché, come visto, tali restrizioni pare riguardino solo i prodotti di sintesi.

Una manovra alquanto subdola, questa, che sarebbe meglio il comparto agricolo vedesse per ciò che è, anziché farsi allettare da facili vantaggi nel breve periodo. Perché ai problemi complessi le soluzioni facili non sono mai quelle giuste. Né tanto meno si rivelano le più convenienti.

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