La "fantagricoltura", tra grandi problemi e grandi opportunità

Tutti uniti per dare valore all'agroalimentare made in Italy: mille proclami, ma poca pragmaticità. Tra blockchain e 'internet of NOthing' l'agricoltura italiana guarda al 2019

Ivano Valmori di Ivano Valmori

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L'agroalimentare è un settore sempre più strategico per l’economia italiana, ma come stanno l'agricoltura italiana e i suoi 'figli'?
Fonte foto: © hramovnick - Fotolia

Che anno fantastico il 2018…
Tutti, ma proprio tutti, si sono accorti del valore strategico dell’agricoltura italiana e centinaia di "nuovi profeti ed evangelizzatori" stanno mettendo a punto la soluzione "smart" per risollevare le sorti e dare dignità e valore al super imitato made in Italy agroalimentare.

Fioriscono i convegni, le tavole rotonde e i meeting in cui roboanti marchi del panorama internazionale propongono soluzioni come blockchain, droni, rilevatori, internet of things, satelliti e milioni di sensori sparsi nei campi per monitorare qualsiasi cosa.

Fioriscono le iniziative per promuovere i marchi di qualità, per far capire le indicazioni come Dop, Igt, Stg, per diffondere i risultati dei controlli effettuati dal ministero della Salute, dell’Ambiente, dai Nas, dagli ispettorati…

Il mondo della distribuzione e della narrazione dell’agricoltura è sempre più "Fico" tanto che i visitatori nel parco del cibo più grande del mondo in un anno sono stati più di 2,8 milioni, producendo un fatturato di 50 milioni di euro.

I dati 2018 pubblicati da Nomisma segnalano un quadro che pone il food come settore sempre più strategico per l’economia italiana. I numeri diffusi da Nomisma a ottobre 2018 dimostrano che il settore agroalimentare è un asset decisivo per il paese. 
Il valore complessivo è pari a 133 miliardi di euro (che significa il 9% del Pil), e le imprese che operano nel settore nel suo complesso (agricoltura, alimentare e ristorazione) sono 1,3 milioni, ovvero il 25% di tutte le imprese d’Italia. Gli occupati nel settore sono 3,2 milioni, pari al 13% del totale delle persone che hanno un lavoro in Italia.

Lo stesso ministero (che non è più dell’agricoltura dal lontano 1993 a seguito del referendum abrogativo) proprio nel 2018 è diventato "ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo" facendo assumere alla "vecchia" agricoltura un ruolo trainante nel "giovane" settore del turismo.
 

Quindi… "stanno tutti bene"?

Qualcuno ricorderà il film drammatico "Stanno tutti bene" del 2009, scritto e diretto da Kirk Jones, nel quale Robert De Niro interpreta un pensionato, vedovo da circa 8 mesi e padre di quattro figli, i quali hanno più di 30 anni e vivono ciascuno in una città diversa. L'anziano, malato di cuore e costretto a prendere ogni giorno delle medicine, organizza un pranzo per incontrare i figli che "stanno tutti bene" e scopre una realtà molto diversa. 
Proprio questo è ciò che appare da un esame superficiale della nostra "vecchia" agricoltura i cui figli stanno sì bene, ma solo all'apparenza. La realtà, dal mio punto di vista, è un tantino diversa…
Esamino solo quattro "figli dell’agricoltura" che, secondo me, dovrebbero fare riflettere:
  • la distanza tra l’agricoltore medio e chi decide del suo futuro;
  • l’utilità reale portata all’agricoltore da alcune innovazioni "di moda";
  • la fine dell’agricoltore della domenica;
  • l’incapacità di lavorare assieme e di comunicare.


Distanza tra l’agricoltore medio e chi decide del suo futuro

Partiamo da questa realtà: l’agricoltore italiano non esiste. Esiste il produttore di pomodori di Pachino che nulla ha a che vedere con il risicoltore di Vercelli. Esiste il melicoltore di Trento che non sa nulla dei carciofi di Oristano. Esiste il produttore di asparago di Altedo che nulla ha a che fare con il produttore di zucchini di Latina. C’è poi l’allevatore di vacche di Cremona che nulla ha a che fare con l’allevamento avicolo di Forlì…
Dall’altra parte esiste un apparato delegato a fare le regole (Europa), farle applicare ai paesi membri (nazioni sovrane) e tutelare, innanzitutto, la salute e il modo di vivere del cittadino e del consumatore.
Succede così che si creano normative talmente distanti dai bisogni del comparto agricolo che gli stessi agricoltori spesso non sanno come muoversi.

Solo un esempio pratico: tutte le aziende agricole producono alimenti destinati al consumo umano e devono garantire in prima persona la sicurezza alimentare e la salute dei lavoratori (esattamente come qualsiasi azienda alimentare multinazionale).
Per questo ogni azienda agricola deve avere in azienda una serie di registri che dimostrino le attività svolte in campo (registro dei trattamenti effettuati) e il Dvr (documento di valutazione dei rischi per i lavoratori, con tanto di schede di sicurezza per ogni prodotto utilizzato e una serie di dispositivi di protezione individuale che variano in funzione del lavoro svolto e del prodotto utilizzato). 
Ma se pensiamo che le abbiano realmente viviamo nel paese dei balocchi. Se qualcuno si svegliasse a fare qualche controllo crollerebbe un mito.
Sono gli agricoltori che non lo vogliono fare? In realtà nella maggioranza dei casi proprio non lo sanno e producono ancora come facevano vent’anni fa.
 

Utilità reale portata all’agricoltore da alcune innovazioni "di moda"

Le aziende startup che sviluppano soluzioni per l’agroalimentare sono tantissime. Anche con idee molto interessanti. Ma oltre il 95% fallisce miseramente dopo la fase di incubazione.
Perché? Sono forse tutti impazziti?

In realtà penso che ci siano due fattori che portano a questo fenomeno. Da una parte esistono tantissimi "finanziatori" che sono disponibili ad investire in queste idee innovative e, per i giovani "startuppari", vivere due anni di incubazione per fare cose innovative è una grande opportunità, indipendentemente dal successo dell’iniziativa. Dall’altra però ci si dimentica, sempre più spesso, di farsi una semplice domanda: ma questa innovazione serve realmente all’agricoltore?
Lo stesso dicasi per i progetti finanziati da Europa, Italia, ministeri, regioni, province, comuni: tutti belli sulla carta (altrimenti non verrebbero approvati…), tutti rendicontati a perfezione, tutti raccontati alla stampa in fantastiche location, ma dei quali si perde qualsiasi traccia nel momento stesso in cui si termina la rendicontazione e arrivano i soldi.

Ora sono in atto tre tendenze molto interessanti:
  • blockchain;
  • droni;
  • satelliti.

Facciamoci la stessa domanda: queste innovazioni servono realmente all’agricoltore? Le usa e gli portano vantaggi?
La blockchain potrebbe essere utile in quanto è un sistema che notarizza informazioni e garantisce che un’informazione inserita rimanga la stessa per tutta la filiera. Utile, sì, ma se non esiste un’informazione certa raccolta in campo e pronta da trasferire... cosa notarizziamo?
I droni sono utilissimi, specialmente per individuare i focolai di infezione/infestazione ed effettuare la somministrazione localizzata di prodotti fitosanitari (con risparmi fino al 99% rispetto un trattamento a pieno campo), ma non sono autorizzati i trattamenti con mezzi aerei e i droni vengono considerati mezzi aerei.
I satelliti permettono di avere l’Ndvi (vigore vegetativo) con una risoluzione sempre maggiore. Peccato però che se mi accorgo che il vigore non è al massimo ho già perso parte della produzione perché dovevo intervenire prima.
In questo caso sarebbe molto opportuno coinvolgere gli agricoltori nella messa a punto dei servizi invece di cercare di coinvolgerli nell’adozione di sistemi pensati a tavolino. Altrimenti la grande opportunità offerta dall'internet of things in agricoltura diventerà un "internet of nothings"…
 

Fine dell’agricoltore della domenica

Non se ne parla molto ma con il 2019 gli agricoltori "della domenica" saranno definitivamente dirottati su altre attività hobbistiche.
Infatti la normativa prevede che dal 2019 la produzione di alimenti destinati al consumo venga svolta solo da agricoltori professionali, tanto che tutti i prodotti per la difesa delle colture potranno essere acquistati dai possessori del certificato di abilitazione all’acquisto e all’uso degli agrofarmaci (ex patentino).
Per acquistare il prodotto per la difesa della vigna di mezzo ettaro o delle 50 piante di olivo si dovrà avere questo documento e compilare il registro dei trattamenti. Altrimenti si dovrà fare una autocertificazione che attesta che l’uva o le olive prodotte vengono tutte "autoconsumate" e si potranno utilizzare solo prodotti Pfnpe (Prodotti fitosanitari non professionali per colture eduli) che costeranno tantissimo ed avranno efficacia molto limitata.
 

Incapacità di lavorare assieme e di comunicare

In Italia abbiamo 822 prodotti Dop, Igp, Stg (299 nel food e 523 nel wine), con 822 consorzi di tutela e valorizzazione, 822 marchi, 822 strategie.
In Italia si coltivano circa 270 specie agrarie conferite a una miriade di industrie alimentari, con una miriade di marchi e una miriade di strategie diverse.
In Italia abbiamo un solo marchio di qualità dell’agricoltura sostenibile che si chiama Sqnpi: impronunciabile da un parlante italiano (ma forse anche arabo madrelingua) e rappresentato da un’ape obesa che vola emettendo flatulenze… incredibile.
 


Diciamo che ci sono ampi margini di miglioramento, ma vuoi mettere un marchio unico e pronunciabile? Che fine farebbero 822 presidenti, 822 direttori, 822 segreterie, 822 consigli… e tutti i campanili?
 

Una grande opportunità

Non ho nessuna soluzione ma di fronte a grandi problemi ci sono sempre grandi opportunità. Qualcuno le saprà cogliere. Speriamo che siano gli agricoltori che iniziano a raccontare la loro storia e non siano gli approfittatori in grado di narrare e recitare un mondo che non gli appartiene.
Buon 2019 a tutti.

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